Pippo Galliano, l'uomo che gioca per fabbricare sorrisi
Venticinque anni fa un incidente gli ha tolto l’uso delle gambe, oggi su un campo da padel trasforma la sedia a rotelle in una macchina da gioia

ALBERTO CAPROTTI
Ci sono domande che pesano come incudini e che, per venticinque anni, ti scavano dentro come gocce su una roccia. “Perché è successo proprio a me?”. Pippo, lo sguardo di chi ha visto l'abisso e ha deciso di piantarci dei fiori, non cerca più la risposta. Ne ha trovate un miliardo, nessuna definitiva. E allora ha smesso di cercare il “perché“ e ha iniziato a urlare il suo “come”. Come vivere, come reagire, come trasformare un destino bastardo in un’opportunità per altri. Pippo, come ama farsi chiamare, è Giuseppe Galliano. Venticinque anni fa lo schianto con il motorino, la vita che si ribalta, lo stacco definitivo tra il prima e il dopo. Lo incontro a Milano, al Padel Zenter di Scalo Farini. Qui, tra il rumore sordo delle palline che colpiscono le pareti di vetro e l’energia di un circolo in pieno fermento, Pippo è di casa. Non è solo un campione italiano di Para Padel; è l’anima di Para Padel Project, una startup che profuma di rivoluzione.
Dopo tanti anni di convivenza con la lesione midollare, come ha deciso che la sua esperienza non poteva restare un fatto privato?
«A un certo punto smetti di assillare te stesso con le domande inutili. Mi sono chiesto: cosa posso fare con venticinque anni di esperienza per essere utile? Ogni anno 1.500 persone subiscono una lesione come la mia. È una roulette russa che non guarda in faccia a nessuno: giovani, vecchi, uomini, donne. Reagire e recuperare voglia di vivere non è facile, devi abituarti a una realtà completamente diversa, dimenticando quello che facevi prima per farlo in maniera diversa, e riformattare il cervello».
Come le è scattata la scintilla?
«Due anni fa a Montecatone (Imola), la più grande Unità Spinale d'Italia. Abbiamo fatto provare il padel ad alcuni pazienti. Erano lì da mesi, impegnati in una rieducazione durissima, dove devi reimparare tutto: da come stare a letto a come tenere in mano un bicchiere. La primaria, la dottoressa Simoncini, mi guardò e disse: “Pippo, ma lo sai che questi ragazzi non avevano mai sorriso?”. Lì ho capito. Stavano bene su quel campo. Per loro era come entrare in una piscina calda. Se il padel può farti sorridere in un posto così, allora può cambiarti la vita...».
«A un certo punto smetti di assillare te stesso con le domande inutili. Mi sono chiesto: cosa posso fare con venticinque anni di esperienza per essere utile? Ogni anno 1.500 persone subiscono una lesione come la mia. È una roulette russa che non guarda in faccia a nessuno: giovani, vecchi, uomini, donne. Reagire e recuperare voglia di vivere non è facile, devi abituarti a una realtà completamente diversa, dimenticando quello che facevi prima per farlo in maniera diversa, e riformattare il cervello».
Come le è scattata la scintilla?
«Due anni fa a Montecatone (Imola), la più grande Unità Spinale d'Italia. Abbiamo fatto provare il padel ad alcuni pazienti. Erano lì da mesi, impegnati in una rieducazione durissima, dove devi reimparare tutto: da come stare a letto a come tenere in mano un bicchiere. La primaria, la dottoressa Simoncini, mi guardò e disse: “Pippo, ma lo sai che questi ragazzi non avevano mai sorriso?”. Lì ho capito. Stavano bene su quel campo. Per loro era come entrare in una piscina calda. Se il padel può farti sorridere in un posto così, allora può cambiarti la vita...».
Una convinzione forte, quasi presuntuosa, eppure vedendola giocare si capisce che c’è dell’altro...
«Non sono Einstein, e non sono un cardiochirurgo. Non salvo vite in senso clinico, ma per cambiare una vita a volte basta un sorriso. Quando vedo un ragazzo che entra in campo, si arrabbia, spinge la carrozzina, manca la palla o fa il punto della vita, e poi esce e sorride... ecco, io quella vita l'ho già cambiata. Perché la disabilità non colpisce solo te, colpisce la tua famiglia, i tuoi amici. Se tu inizi a sorridere, il contagio è immediato. Cambia l’aria intorno a te, cambia tutto».
In Italia il padel in carrozzina è uno sport ancora per pochissimi, almeno praticato in modo sistematico. Qual è l’ostacolo principale?
«Siamo una ventina, dieci coppie circa a livello agonistico. Ma il problema è l’accesso. Una carrozzina sportiva “entry level” costa 2.500 euro. Chi è che spende quei soldi per una prova senza sapere se gli piace? Allora ho creato questo progetto: cerco sponsor, compro le carrozzine e le dono ai circoli virtuosi. Non solo: offro una borsa di avviamento da 700 euro per pagare il maestro al ragazzo che vuole iniziare, con un certo numero di ore sul campo. Io voglio eliminare le scuse. Ti porto il mezzo, ti pago le lezioni, ora tocca a te. Non sono Babbo Natale, ma voglio dare la spinta iniziale».
Ha parlato di una “battaglia col sorriso” per la normalizzazione. Cosa intende?
«Voglio che la gente si abitui. Vivere con me, o con chiunque abbia una diversità, deve diventare normalità. Io non scrivo libri pietistici su quello che mi è successo; io il libro te lo faccio vivere in campo. Lo sport è inclusivo per natura: se giochi in coppia con un normodotato, lui si adatta a te e tu a lui. Punto. Non voglio etichette. Ognuno ha i suoi problemi nella vita: i miei si vedono perché c’è la carrozzina, quelli degli altri magari no, ma ci sono. In campo invece siamo solo quattro persone che vogliono vincere».
Lei ha un passato da calciatore, ha frequentato i ritiri delle giovanili dell’Inter, faceva altri sport. Cosa le ha dato ora il padel che il nuoto o l’handbike non le hanno dato?
«Il nuoto lo facevo per disperazione, l’handbike per adrenalina. Ma l'handbike è solitaria. Il padel ti riporta alla dimensione del gruppo. Dopo l'incidente, andare a vedere i miei amici giocare a calcetto mi faceva innervosire: ero lì a guardarli dal basso verso l'alto. Il padel mi ha riportato dentro il gioco. C'è la tattica, c'è lo spogliatoio, ci sono le imprecazioni se sbagli un colpo. Ti senti vivo. Ti toglie dal divano, ti toglie dalla tentazione di diventare “l’uomo del telecomando” che aspetta che qualcuno gli passi l’acqua».
Immagino che far partire Para Padal Project sia stato tutt’altro che semplice...
«Ho scritto a 12 unità spinali, non mi ha risposto nessuno. Li capisco, hanno tanto da fare ogni giorno prima di dare retta a me. Molti si sarebbero arresi. Io no. Alla fine siamo partiti: Pisa, Asciano, Pietra Ligure, poi altre tappe già fissate. Gli open day si moltiplicano, perché sono convinto che farlo una volta sola è come non farlo».
C’è qualcuno che insieme a lei ha creduto in questa visione fin dall’inizio?
«Certo. Oltre alla Canottieri Aniene di Roma che mi sponsorizza, devo molto a Walter Valloni, il proprietario di questo centro (insieme a Zlatan Ibrahimovic, ndr). Ci siamo conosciuti a cena, gli ho raccontato il progetto e lui mi ha detto: “Mi piace, questa da oggi diventa la tua sede fisica”. Se guardi i totem del circolo, sotto i grandi marchi c'è il logo di Para Padel Project. Significa crederci davvero».
Pippo mi saluta perché deve entrare in campo. Ha un allenamento, e a ottobre lo aspetta il Campionato Italiano a Perugia per difendere il titolo. Lo guardo mentre manovra la carrozzina con una rapidità che lascia sbalorditi. Non c’è traccia di vittimismo, solo una fame di vita che è quasi feroce. Mentre mi allontano, ripenso alla sua frase sui bambini: «Se spieghiamo le cose ai piccoli, loro non vedranno un disabile, vedranno Giovanni che gioca con loro. Quella è la vittoria». Para Padel Project è appena partito, ma se il buongiorno si vede dal coraggio di chi lo guida, sentiremo ancora parlare a lungo di questi sorrisi strappati al destino.
«Non sono Einstein, e non sono un cardiochirurgo. Non salvo vite in senso clinico, ma per cambiare una vita a volte basta un sorriso. Quando vedo un ragazzo che entra in campo, si arrabbia, spinge la carrozzina, manca la palla o fa il punto della vita, e poi esce e sorride... ecco, io quella vita l'ho già cambiata. Perché la disabilità non colpisce solo te, colpisce la tua famiglia, i tuoi amici. Se tu inizi a sorridere, il contagio è immediato. Cambia l’aria intorno a te, cambia tutto».
In Italia il padel in carrozzina è uno sport ancora per pochissimi, almeno praticato in modo sistematico. Qual è l’ostacolo principale?
«Siamo una ventina, dieci coppie circa a livello agonistico. Ma il problema è l’accesso. Una carrozzina sportiva “entry level” costa 2.500 euro. Chi è che spende quei soldi per una prova senza sapere se gli piace? Allora ho creato questo progetto: cerco sponsor, compro le carrozzine e le dono ai circoli virtuosi. Non solo: offro una borsa di avviamento da 700 euro per pagare il maestro al ragazzo che vuole iniziare, con un certo numero di ore sul campo. Io voglio eliminare le scuse. Ti porto il mezzo, ti pago le lezioni, ora tocca a te. Non sono Babbo Natale, ma voglio dare la spinta iniziale».
Ha parlato di una “battaglia col sorriso” per la normalizzazione. Cosa intende?
«Voglio che la gente si abitui. Vivere con me, o con chiunque abbia una diversità, deve diventare normalità. Io non scrivo libri pietistici su quello che mi è successo; io il libro te lo faccio vivere in campo. Lo sport è inclusivo per natura: se giochi in coppia con un normodotato, lui si adatta a te e tu a lui. Punto. Non voglio etichette. Ognuno ha i suoi problemi nella vita: i miei si vedono perché c’è la carrozzina, quelli degli altri magari no, ma ci sono. In campo invece siamo solo quattro persone che vogliono vincere».
Lei ha un passato da calciatore, ha frequentato i ritiri delle giovanili dell’Inter, faceva altri sport. Cosa le ha dato ora il padel che il nuoto o l’handbike non le hanno dato?
«Il nuoto lo facevo per disperazione, l’handbike per adrenalina. Ma l'handbike è solitaria. Il padel ti riporta alla dimensione del gruppo. Dopo l'incidente, andare a vedere i miei amici giocare a calcetto mi faceva innervosire: ero lì a guardarli dal basso verso l'alto. Il padel mi ha riportato dentro il gioco. C'è la tattica, c'è lo spogliatoio, ci sono le imprecazioni se sbagli un colpo. Ti senti vivo. Ti toglie dal divano, ti toglie dalla tentazione di diventare “l’uomo del telecomando” che aspetta che qualcuno gli passi l’acqua».
Immagino che far partire Para Padal Project sia stato tutt’altro che semplice...
«Ho scritto a 12 unità spinali, non mi ha risposto nessuno. Li capisco, hanno tanto da fare ogni giorno prima di dare retta a me. Molti si sarebbero arresi. Io no. Alla fine siamo partiti: Pisa, Asciano, Pietra Ligure, poi altre tappe già fissate. Gli open day si moltiplicano, perché sono convinto che farlo una volta sola è come non farlo».
C’è qualcuno che insieme a lei ha creduto in questa visione fin dall’inizio?
«Certo. Oltre alla Canottieri Aniene di Roma che mi sponsorizza, devo molto a Walter Valloni, il proprietario di questo centro (insieme a Zlatan Ibrahimovic, ndr). Ci siamo conosciuti a cena, gli ho raccontato il progetto e lui mi ha detto: “Mi piace, questa da oggi diventa la tua sede fisica”. Se guardi i totem del circolo, sotto i grandi marchi c'è il logo di Para Padel Project. Significa crederci davvero».
Pippo mi saluta perché deve entrare in campo. Ha un allenamento, e a ottobre lo aspetta il Campionato Italiano a Perugia per difendere il titolo. Lo guardo mentre manovra la carrozzina con una rapidità che lascia sbalorditi. Non c’è traccia di vittimismo, solo una fame di vita che è quasi feroce. Mentre mi allontano, ripenso alla sua frase sui bambini: «Se spieghiamo le cose ai piccoli, loro non vedranno un disabile, vedranno Giovanni che gioca con loro. Quella è la vittoria». Para Padel Project è appena partito, ma se il buongiorno si vede dal coraggio di chi lo guida, sentiremo ancora parlare a lungo di questi sorrisi strappati al destino.
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