Italiani di Germania: da lavoratori ospiti a protagonisti
Da oggi nelle sale il film “Un sogno italiano” del regista Fausto Caviglia: racconta la nostra emigrazione dai difficili anni ’50 fino all’integrazione

«L’America promise ai suoi nuovi arrivati che, se avessero lavorato sodo, avrebbero potuto diventare parte della nazione e del suo sogno collettivo. La Germania ha detto ai suoi lavoratori ospiti di lavorare sodo, stare zitti e poi scomparire. Questo era l’accordo. Che loro non facevano parte di quel posto». Inizia con le parole dello scrittore di Monaco Daniel Speck il film documentario sulla nostra emigrazione in Germania Un sogno italiano, diretto da Fausto Caviglia, che da oggi inizia un tour lungo le sale della Penisola con una serie di proiezioni speciali. Un racconto corale di quando i migranti eravamo noi. Ma che non si ferma ai sacrifici, al dolore per il distacco dalla propria terra e dai propri affetti, alle umiliazioni subite, bensì mette l’accento sulla caparbietà nel lavoro e nella vita e alla fine sull’integrazione. Sì perché dall’epoca dei Gastarbeiter (letteralmente “lavoratori ospiti”, termine ormai disusato), gli italiani di Wolfsburg sono arrivati ad avere la prima presidente di origine italiana del Consiglio di fabbrica della Volkswagen, Daniela Cavallo, e la prima deputata al Landtag, il Parlamento regionale, della Bassa Sassonia, Immacolata Glosemeyer. Entrambe sono tra le voci del docu-film. «Al di là delle questioni politico-sociali, ho privilegiato il racconto umano. Certo, ho dato un approccio storico, ma l’idea di fondo è quella di far parlare i protagonisti. Sono persone che negli anni hanno mostrato coraggio e resilienza, senza cedere alle provocazioni, trasformando la rabbia in qualcosa di positivo. Perché la comunità italiana, attraverso le storie che racconto è arrivata al riconoscimento e all’integrazione», spiega Caviglia, che vive a Berlino dal 2010, quando ha girato un primo documentario sull’argomento, Ciao Italia. Nel 2022, in occasione dei 60 anni dell’arrivo del primo treno di italiani il regista ha conosciuto i protagonisti di quella storia e ha scritto il nuovo progetto. Il racconto alterna voci di intellettuali ed educatori, a quelle dei migranti. A entrare in scena all’inizio è Lorenzo Annese da Alberobello, primo operaio italiano alla Volkswagen, seguito da numerose altre voci di chi ha dovuto lasciare il Mezzogiorno. Da un lato c’era una zona d’Italia depressa dopo la guerra e che offriva solo lavori agricoli da fame. Dall’altro una Germania che aveva perso milioni di uomini al fronte e tra i civili. Da un lato dunque braccia in eccesso, dall’altro assenza di braccia. Si arriva così, il 20 dicembre 1955, alla firma tra i due governi di un accordo per favorire l’impiego di mano d’opera italiana in Germania.
I primi migranti partono da soli in treno. Annese, giovanissimo, non sa neanche cosa sia la prima classe e ci si va a sedere: il controllore, in assenza di prenotazioni, lo lascia a godersi quel piccolo privilegio. All’arrivo, come tutti gli altri, si scontra subito con le difficoltà dovute alla scarsa conoscenza della lingua e ai lavori che trovano: in agricoltura e miniera. Ma gli italiani non cedono alla tentazione di fare marcia indietro e restano per orgoglio. «L’emigrazione non è una passeggiata – testimonia Annese – dovunque tu vai, sei l’ultimo, devi iniziare da zero». Anche i pochi in possesso di un diploma vengono messi a picconare e spalare. Biagio Licata racconta l’impatto con gli ascensori verso l’abisso della miniera, anguste gallerie sporche e rumorose, con pericoli dietro ogni angolo. I turni di lavoro iniziano alle 5 e spesso si protraggono oltre le otto ore stabilite. Annese, invece, finisce in una fabbrica di cemento dove per poter fare una chiamata a casa da due marchi deve alzare tonnellate di blocchi.
Pian piano iniziano i primi innamoramenti e i matrimoni con le donne locali, nonostante gli avvertimenti alle ragazze di stare lontane dagli italiani per non restare incinte. E gli insulti a quelle che invece li sposano. L’ostilità si manifesta anche attraverso i celebri cartelli “vietato l’ingresso agli italiani”. Un atteggiamento rinforzato dalla comunicazione ufficiale del governo, che per rassicurare la popolazione crea lo slogan Deutschland ist kein Einwanderungsland (“la Germania non è un paese di immigrazione”), «una parola d’ordine che suona un po’ strana», dice Gino Chiellino, scrittore ed esperto di letteratura interculturale. «Per molti decenni, anni Sessanta, Settanta e parte degli Ottanta gli italiani sono rimasti ai margini della comunità locale vera e propria – spiega Antonio Riccò ex dirigente scolastico del consolato di Hannover –. Non avevano loro rappresentanti nel consiglio comunale, venivano vissuti come una componente straniera».
Chi arriva, insomma, è solo mano d’opera transitoria destinata, dunque, ad andarsene prima o poi. Nei primi anni Sessanta, invece, inizia ad affluire in massa, diretta in luoghi come la Volkswagen. Annese racconta come è arrivato nella fabbrica dell’auto, ultima spiaggia per non tornare indietro. La sua domanda viene respinta. Ma, caparbio, si infiltra tra i visitatori dello stabilimento e va a parlare direttamente con il capo del personale. Questi ne apprezza lo spirito di iniziativa e lo fa assumere. Anche perché già sa parlare tedesco e può essere utile con le migliaia di arrivi previsti.
Alle riprese realizzate per il documentario si alternano immagini d’epoca, filmati - alcuni dei quali dall’archivio personale dell’ex Gastarbeiter Lino Caringi - fotografie dagli album degli intervistati, graphic novel e spezzoni di film, in uno dei quali, Indovina chi sposa mia figlia di Neele L. Volmarr, appare Lino Banfi nelle vesti di un immigrato siciliano che parla uno stentato tedesco.
Attraverso queste immagini il film documenta le condizioni di vita suo luogo di lavoro e nei prefabbricati per gli operai – che gli interessati paragonano a una caserma o, peggio, a un carcere – costruiti presso il Berliner Brücke di Kästorf, a due chilometri da Wolfsburg e a due passi dalla fabbrica. Gli italiani nel sobborgo erano la maggioranza: 3.500 rispetto a mille tedeschi. Intorno ai prefabbricati «c’era un recinto di due metri ed erano controllati dalla polizia con i cani lupo», racconta Quinto Provenzani, oggi scultore. Niente assistenza medica e proprio per la morte di un lavoratore italiano c’è la prima protesta sindacale.
Ci sono anche iniziative di socializzazione attraverso lo sport. Per iniziativa di un sacerdote, nasce poi la Lupo Martini, tuttora esistente, la prima squadra di calcio composta da stranieri in Germania. Quando giocava contro compagini tedesche, mobilitava 4-5 mila persone, molte di più della squadra locale, facendo sorridere i botteghini. Partite che mettevano in scena ogni volta l’eterno derby Italia-Germania.
Per le famiglie rimaste in Italia la lontananza era straziante. Non c’erano abbastanza alloggi per i ricongiungimenti. Ma la situazione mutò nel 1972 quando a Kästorf vennero edificate palazzine per ospitare 54 famiglie. Il quartiere era dotato anche di un cinema da 500 posti che proiettava film in lingua e attirava anche i connazionali che vivevano in città. Una “little Italy”, insomma, dove sono cresciute le generazioni successive, che oggi rimpiangono di averla dovuta abbandonare nel 1998 per decisione dell’amministrazione cittadina, che così intendeva favorire l’integrazione. «Le persone vengono qui per ricordarsi chi sono», dice il portavoce degli italiani di Wolfsburg Claudio Calandra, classe 1979, che ci è nato. Bambini e donne sono stati l’ultimo volano dell’integrazione. Le donne, dapprima relegate in casa, hanno iniziato a frequentare la società lavorando (come donne delle pulizie, bidelle, nei ristoranti) e portando i figli a scuola o dal medico. Numerosi intervistati raccontano delle difficoltà di apprendimento e del sentirsi diversi dai bambini tedeschi. Non solo. Vivevano una condizione sospesa tra due identità. Oggi vivono bene in tutte e due. E ne hanno aggiunta una terza, quella europea.
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