Fausto Russo Alesi: «Dal terremoto si rinasce insieme»
L'attore nel film "La bolla delle acque matte" di Anna De Francisca, girato a Castelluccio, è il sindaco di un paesino terremotato che lotta per la sua rinascita insieme a una piccola comunità di cittadini umbri e migranti

Ha il volto intenso, sofferto ma attraversato da una tenace speranza quello di Fausto Russo Alesi, il sindaco protagonista de La bolla delle acque matte, mentre corre tra le macerie alla ricerca delle galline scappate dal pollaio, celebra un matrimonio nella nebbia ovattata della piana di Castelluccio e continua ostinatamente a inseguire il sogno di riaprire il ristorante del paese. È un’immagine insieme ironica e struggente quella che apre il nuovo film di Anna Di Francisca, che verrà presentato stasera, 10 maggio, in anteprima assoluta come Evento Speciale alla 44ª edizione del Bellaria Film Festival. Un’opera delicata e politica, poetica e concreta, che parla di terremoto, spopolamento, migrazioni, comunità e soprattutto della possibilità di rinascere insieme.
Interpretato da un cast corale che comprende, oltre a Russo Alesi, Lucia Vasini, Jaele Fo, Sidy Diop, Ida Sansone, Igor Štamulak, Kel Giordano, Elvira Cuflic Basso, Jacob Olesen e Suleman Ahmed, La bolla delle acque matte arriverà nelle sale, distribuito da Incipit Film in collaborazione con Kio Film, con un tour accompagnato dalla regista e dagli interpreti: da Spoleto domani a Milano, da Roma a Firenze e Bologna.
Ambientato in un piccolo borgo montano dell’Umbria devastato dal terremoto del 2016, il film racconta una terra bellissima e ferita, ancora bloccata nelle paludi della burocrazia, dove i container sostituiscono le case e il tempo sembra essersi fermato. Eppure proprio lì, dove tutto appare perduto, può nascere un’idea nuova di comunità.
Lorenzo, il sindaco interpretato da Russo Alesi, combatte ogni giorno contro regolamenti assurdi, cavilli e immobilismo amministrativo. Ma soprattutto combatte contro la rassegnazione. Cerca di convincere Elsa, la cuoca storica del paese interpretata da Lucia Vasini, a non andarsene e a riaprire insieme un piccolo ristorante nella piana. Lo aiuta Augusta, interpretata da Ida Sansone, che continua ostinatamente a vendere lenticchie e farro girando con la sua Ape. Attorno a loro ruota una galleria umanissima di personaggi spaesati ma vitali: Talal, giovane pakistano sopravvissuto al sisma, trovato mentre scavava disperatamente tra le macerie alla ricerca della famiglia dal vigile del fuoco senegalese Idris; Koco, pastore sloveno poeta e innamorato; Laura, donna che non vuole abbandonare i suoi cavalli; un piccolo afghano che sogna di coltivare rose invece dell’oppio.
Sono esistenze fragili, marginali, che lentamente imparano a convivere e a fidarsi l’una dell’altra. Il cuore del film è proprio questo incontro tra sfollati e rifugiati, tra chi ha perso tutto fuggendo dalla guerra e chi ha perso tutto sotto le macerie. Anna Di Francisca intreccia le loro storie senza retorica, ispirandosi alla realtà, mostrando come il dolore possa diventare terreno comune. Non a caso il film ha ottenuto il patrocinio dell’AOI – Associazione delle Organizzazioni Italiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale.
Il titolo stesso è fortemente simbolico. “Le acque matte” sono le sorgenti carsiche tipiche di quella zona dell’Umbria che scompaiono e riemergono all’improvviso. Dopo il terremoto del 30 ottobre 2016 tornò infatti a scorrere impetuosamente il torrente Torbidone, scomparso da circa quarant’anni.
Nel film la rinascita prende la forma di un ristorante multietnico umbro-senegalese-pakistano, dove persino le ricette tradizionali si lasciano contaminare da nuovi sapori. È una piccola rivoluzione gentile, che diventa metafora di un’Italia possibile: non chiusa nella paura ma capace di trasformare l’incontro in ricchezza.
Ed è proprio questa dimensione profondamente umana ad avere conquistato Fausto Russo Alesi, magnifico interprete teatrale lanciato da Ronconi e volto amatissimo del cinema di Marco Bellocchio, da Il traditore a Esterno notte fino a Rapito. Qui l’attore sceglie di mettersi al servizio di un piccolo film indipendente dal cuore grande.
«Anna Di Francisca mi ha contattato e subito ho sentito questo ruolo molto vicino a me», racconta Russo Alesi ad Avvenire. «Mi riconoscevo nelle tematiche che raccontava. Mi piaceva moltissimo questo modo di affrontare storie complicate, il nostro presente, partendo da un piccolo luogo che diventa metafora di qualcosa di universale».
L’attore insiste soprattutto sul senso di comunità che attraversa il film: «Mi ha colpito immediatamente l’esigenza di condivisione che anima questo mondo. Castelluccio è un piccolissimo borgo ancora terremotato, con i container, ma anche con una natura magica e strepitosa. La regista vuole muoversi dentro un linguaggio sospeso, dove tutto è possibile, dove si può stare nella leggerezza anche raccontando una situazione drammatica». E ancora: «Vedere la potenza del dramma di un luogo che ha subito tutto questo e che ancora non è ricostruito ti obbliga a chiederti come si possa ripartire. Tutto dipende dalla volontà di qualcuno di reinnescare un motore umano».
Per Russo Alesi il sindaco Lorenzo incarna un’Italia resistente e solidale: «È un leader che non vuole lasciare indietro nessuno. Si sbraccia, lavora alacremente per il bene della sua comunità. Vuole che il sogno della rinascita avvenga proprio lì, in quel luogo difficile. E vuole che avvenga partendo dai talenti delle persone, dalle loro storie, dall’incontro tra culture differenti. Nel mio personaggio», continua l’attore, «c’è quell’Italia che vuole resistere, che vuole ancora pensare al futuro anche quando sembra impossibile farlo. E il futuro parte spesso da cose semplici, umane».
Nel film non mancano infatti conflitti, aggressioni, sospetti. Talal viene inizialmente scambiato per uno sciacallo; la psicologa Silvia, interpretata da Jaele Fo, è una truffatrice in fuga; le differenze culturali generano diffidenza. Ma tutto cambia quando i personaggi iniziano davvero ad ascoltarsi. «La base di qualsiasi rapporto è parlarsi», sottolinea Russo Alesi. «Non è che nel film non ci siano pregiudizi. Però se se ne parla si può cambiare punto di vista, ci si può lasciare contaminare dalle storie degli altri. Parole come empatia, condivisione, ascolto per me sono appigli fortissimi».
L’attore vede nel film anche il bisogno contemporaneo di ritrovare una dimensione più umana dell’esistenza: «La gente sente il bisogno di una vita più a misura d’uomo. Anche la politica dovrebbe tornare a sognare con questo stesso sentire. Le relazioni, gli incontri, il dialogo, le condivisioni possono cambiare le cose. Anche offrendo un piccolo servizio agli altri si può fare un passo avanti».
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