Mathias Énard: «Il confine è la frontiera tra l’Io e la scomparsa»
“Malinconia dei confini” è un libro in movimento, dove camminare è un’attività del corpo e della mente

Mathias Énard è uno scrittore che ha fatto del “confine” non soltanto un tema, ma una forma del pensiero. Nato nel 1972, formatosi in storia dell’arte all’École du Louvre e poi nello studio dell’arabo e del persiano, dopo lunghi soggiorni in Medio Oriente si è stabilito a Barcellona, dove insegna, traduce e scrive. Dai romanzi-mondo come Zona e Bussola – con cui ha vinto il Goncourt – fino a Disertare, la sua opera attraversa lingue, guerre, geografie, memorie individuali e collettive. Con Malinconia dei confini. Nord, appena pubblicato da edizioni e/o (pagine 220, euro 19,00) nella traduzione di Yasmina Melaouah, Énard – fresco vincitore della 70ª edizione del Premio Ceppo Internazionale alla Carriera – inaugura una quadrilogia dedicata ai punti cardinali e alle diverse forme del limite: geografico, storico, linguistico, interiore. Il primo “movimento” è Berlino, città tagliata in due, città-frontiera per eccellenza. La trama, in breve, è la seguente: uscito dalla clinica di Beelitz, dove ha fatto visita a un’amica colpita da un ictus, il narratore comincia a camminare nella notte piovosa berlinese. Da lì il libro si apre, passando dalla fragilità privata alla storia europea, dalla malattia alla guerra, dalla memoria dei luoghi alla letteratura come pratica dell’amicizia e della sopravvivenza.
Partiamo da questa “malinconia dei confini”. Nel libro le frontiere non sono solo geografiche ma interiori, storiche, linguistiche. Qual è oggi il confine che la ossessiona di più?
«Forse, per ragioni personali, quello interiore, quello che ci separa da noi stessi, come è successo alla donna di cui racconto nel libro. Il confine è la frontiera tra un Io e la sua scomparsa. E in vita non si può fare questa esperienza, è impossibile, perché è la frontiera ultima. Ma anche a livello geografico, in questo momento penso spesso allo stretto di Hormuz: sono stato su quell’isola e leggerne ogni giorno sui giornali è stranissimo».
Perché cominciare dal Nord e proprio da Berlino? Cosa rende Berlino una città-frontiera più di altre capitali europee?
«Il fatto di essere stata divisa da una frontiera in mezzo alla città. È un esempio molto forte: un giorno la gente si sveglia e non c’è più una città, ma due. È questo che la rende così simbolica».
Sud, Est, Ovest: ogni direzione dei prossimi libri sarà anche una diversa idea di confine?
«Sì, ci sarà sempre l’aspetto geografico, ma non solo. Nel secondo volume affronterò lo spazio tra Trieste e Istanbul, i Balcani, con tutte le frontiere che ci sono lì, che sono moltissime. Ma parlerò anche del confine tra prosa e poesia, che mi interessa molto in letteratura. Ci sono sempre incroci tra confini geografici, storici, letterari».
Che cos’è per lei la malinconia?
«Una definizione possibile credo sia la nostalgia di quello che non è successo, ovvero una forma di impossibilità. Tutti questi quattro libri girano attorno a questa idea. C’è anche una malinconia storica: per gli antichi, fino al medioevo, la malinconia era considerata una malattia. È un’impossibilità di vivere il presente».
Nel libro, accanto alla presenza costante della morte e della storia, emerge con forza anche la dimensione dell’amicizia. Che ruolo ha per lei?
«L’amicizia è molto importante. Anche i libri e gli autori per me sono come amici. E poi l’amicizia reale, una forma di amore forse ancora più estrema, che accompagna nei viaggi, reali o immaginati».
A proposito di autori, nel libro dialoga con Sebald, Goethe, con il Romanticismo tedesco. Che cosa cerca nei libri degli altri quando scrive?
«Dipende dagli autori, ma la presenza di una biblioteca portatile è per me un’immagine molto bella dell’amicizia e della compagnia: quella del viaggiatore che va da solo ma in qualche modo è pieno di ricordi, di presenze, di amici e di libri».
Il suo libro procede di pari passo con il cammino, con la deviazione. Quanta erranza c’è dentro?
«È tutto fatto in questo modo: flaneur e camminante. Per me camminare è un’attività del corpo ma anche della mente: si ricorda, si pensa, si scrive».
Nei suoi libri la guerra ritorna come presenza costante. Dopo Disertare, qui torna l’idea che la letteratura nasca vicino alla guerra, ai morti, alle frontiere. Che cos’è per lei la guerra e come dialoga con la letteratura?
«Mi interessa molto soprattutto il dopo della battaglia. Una battaglia è un confronto terribile tra eserciti immensi, ma dopo non resta niente. Si possono fare monumenti, ma spesso si perde il senso stesso della battaglia, il suo perché. Ed è molto malinconico: tutti questi uomini morti e non resta nulla. Passare sui luoghi delle battaglie credo significhi porsi delle domande».
In un momento in cui la guerra è tornata a essere anche un’esperienza europea, è ancora possibile che la memoria dei conflitti si conservi nei luoghi, oppure è destinata a scomparire?
«Il ricordo scompare dal terreno. Pensiamo alle battaglie romane in Italia: non sappiamo nemmeno dove fossero davvero, e dei soldati non sappiamo nulla. Quello che rimane è nei libri, nella possibilità della finzione, di inventare queste storie».
Poi c’è un altro tema: la gentrificazione trasforma luoghi di malattia e guerra in beni immobiliari. È una forma di cancellazione della memoria?
«Purtroppo è così: la storia cambia i luoghi, nel bene o nel male. Abbiamo bisogno anche di abitare, quindi è difficile fermare il tempo. C’è sempre un’evoluzione ma va controllata, tuttavia è impossibile pensare di restare fermi».
Il libro nasce da un momento di delicatezza personale e si apre alla città e alla storia. Come avviene questo passaggio?
«È quello che mi interessa di più quando scrivo: un movimento che oscilla tra l’interiore e l’esteriore. È una forma di costruzione del racconto, questo andare e venire continuo tra esperienze individuali e collettive».
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