Impeccabile, ma... Ecco la nuova Biennale di Venezia
La mostra, che ha aperto in mezzo alle polemiche, vuole essere un inno alla bellezza che resiste. L'esecuzione è eccellente, ma la partitura è stanca

Forse l'immagine migliore per raccontare l'impressione che si ha attraversando la nuova Biennale Arte di Venezia numero 61 che apre al pubblico domani, lasciando da parte le baruffe chiozzotte della politica, nazionale e internazionale, che hanno oscurato il dibattito nel merito del contenuto, è quella del talent show: uno spettacolo perfetto, curato in ogni dettaglio, in cui tutti i concorrenti sanno cantare in modo eccellente ma pochissimi sono grandi cantanti. Il paragone non è poi così immotivato, visto che il titolo scelto da Koyo Kouoh, prima donna africana a curare la più importante manifestazione artistica planetaria, scomparsa prematuramente un anno fa (ma il progetto, sostanzialmente definito, è stato portato a compimento in maniera “filologica” dal suo staff), è “In Minor Keys”: che non va tradotto “In chiavi minori”, come capita di leggere, ma “In tonalità minori”. Un invito a guardare il mondo in maniera muscolare, «a rallentare il passo – scriveva la stessa Kouoh –, a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori, sui canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, sulle melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, sulle armonie di chi ripara ferite e mondi». Nei fatti si traduce in arte artisti (111, un terzo rispetto ai 331 del 2024: una buona notizia) arrivano da posizioni che un tempo avremmo detto “periferie” e che ormai le biennali dell'ultimo decennio ci hanno insegnato a considerare come i nuovi centri, suggerendo che a essere periferia è ormai il vecchio mondo. Non ci sono italiani in questa Biennale, motivo di un’altra polemica, e non ce n’erano moltissimi nelle precedenti. Il motivo è probabilmente duplice. Da una parte l’insufficienza strutturale del non-sistema dell'arte italiana, che non è capace di fare cartello e avere presenza a livello internazionale: in sostanza, i curatori che operano a livello globale non conoscono gli artisti italiani. Dall’altra (ma le opere di Chiara Camoni nel Padiglione Italia avrebbero funzionato magnificamente nella mostra principale) è un fatto che gran parte del lavoro degli artisti italiani affonda in tematiche lontane sotto il profilo culturale dagli interessi dei curatori globalizzati. In ogni caso, si resta fuori dai radar.
La cosa curiosa è che poi, passeggiando per le Corderie dell'Arsenale e nel Padiglione Centrale dei Giardini, le opere esposte sono tutt'altro che in tono minore. Grandi, a volte grandissime, spesso sgargianti, molto poco lamentose: faranno certamente la gioia social dei visitatori. Se per Adriano Pedrosa, nel 2024, si era “Stranieri ovunque”, qui c’è piuttosto la possibilità di una casa e del suo sentimento, che è innanzitutto sacrale. Il percorso è costruito in modo ineccepibile e la sezione ai Giardini, complice la scansione in stanze, appare più riuscita e in generale interessante. Non ci sono cadute di tono ma allo stesso tempo è difficile trovare qualcosa di trascinante, che profumi davvero di nuovo. Certo, ci sono lavori che colpiscono più di altri, come quelli di Kaloki Nyamai, Maria Magdalena Campos-Pons Kamaal Malak, Wardha Shabbir, Alexa Kumiko Hatanaka, Tammy Nguyen... Ma si attraversano gli spazi tanto gradevolmente quanto rapidamente. Non c’è nulla che ci ancori sul posto.

Forse dobbiamo rimetterci a studiare, come ha detto un’osservatrice attenta. Eppure queste Biennali, che ogni volta trasportano in laguna carichi di nomi inediti che ritornano poco o mai più, di certo non aiutano. O forse la formula così com'è della Biennale ha raggiunto la saturazione delle energie e richiede una spazzata. O forse ad avere conseguito l'entropia è proprio il sistema dell’arte così com’è, e l’ideologia dominante (che ha riempito la nicchia ecologica lasciata vuota dal marxismo), fusione di post-coloniale, femminismo e teoria Queer, insieme alla finanziarizzazione ormai strutturale, sono i principali agenti del suo irrigidimento. Non serve l'algoritmo di una IA a replicare il già noto.
Ratatouille non è semplicemente un film sul talento, ma un gioiellino sul triangolo – tanto insoddisfacente quanto necessario – tra arte, mercato e critica. Il topo spiazza il critico con un piatto di casa, scatenando una Madeleine che profuma di Rosabella, ma che è allo stesso tempo molto più grande del piatto, rustico e materno, originale. È un'opera d'arte. La semplicità sublime di quelle zucchine non è la negazione anti-intellettuale della cucina sofisticata, ma il ricucire sensi e intelletto, entrambi logorati dall'abitudine. È la vera joie de vivre. Non a caso l'ultima parola del film è “Sorprendimi”.
Ecco: per favore, sorprendeteci.
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