Così alcune petroliere degli Emirati sono riuscite ad attraversare lo Stretto di Hormuz
Nonostante il blocco, ad aprile la principale azienda di stato emiratina avrebbe esportato sei milioni di barili di greggio. All'imbocco del Golfo si è registrato un picco di imbarcazioni con transponder spento

Nonostante la chiusura di Hormuz, alcune navi cariche di petrolio degli Emirati Arabi Uniti sarebbero riuscite a solcare le acque dello Stretto. Di nascosto, spegnendo i sistemi di geolocalizzazione e accettando di correre il rischio di attacchi iraniani. Lo rivela l’agenzia di stampa Reuters, citando tre fonti informate, i dati di tracciamento delle imbarcazioni forniti dalla piattaforma Kpler, che mappa in tempo reale i flussi di merci via mare, e un'analisi dei dati satellitari di SynMax. Nel corso del mese passato, la più grande azienda energetica emiratina, la Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), sarebbe riuscita a esportare complessivamente sei milioni di barili di greggio, tramite quattro “impavide” petroliere.
I carichi petroliferi, una volta partiti sulle imbarcazioni, sarebbero stati trasferiti su altre navi prima di raggiungere l’Asia Sud-orientale. Altro greggio sarebbe stato lasciato in alcuni depositi in Oman oppure direttamente portato negli impianti sudcoreani. Parliamo comunque di quantità di petrolio che non sono minimamente in grado di compensare le riduzioni nell’export emiratino che ha comportato il blocco dello Stretto. Dopo lo scoppio della guerra in Iran, in generale, l’Adnoc è stata costretta a tagliare le vendite di oltre un milione di barili al giorno. Un terzo delle esportazioni, considerando i tre milioni e centomila barili esportati quotidianamente l’anno scorso, secondo i dati di Kpler. Ma le strategie per riuscire a transitare per Hormuz, e i tentativi di aggirarne il blocco, mettono in luce quanto alcuni tra produttori e acquirenti di petrolio siano disposti a esporsi al pericolo pur di finalizzare le compravendite, come sottolinea l’agenzia di stampa.
Le petroliere degli Emirati sarebbero transitate per il punto di strozzatura marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman dopo aver disattivato i transponder, dispositivi che trasmettono automaticamente dati in tempo reale, come posizione della nave, velocità, rotta e identificativo. Tutto ciò per ridurre le probabilità di essere individuati dalle forze di Teheran. Una tattica già adottata da altre imbarcazioni nelle ultime settimane, a partire dalle stesse navi iraniane con l’obiettivo di aggirare le sanzioni statunitensi sull’export di petrolio.
Dai dati della piattaforma di monitoraggio Windward, come riferisce l’agenzia Nova, emerge che tra il 19 aprile e il 3 maggio l’attività “oscura” nello Stretto, con passaggio di navi senza tracciamento automatico, è cresciuta del 600%. Tra le spiegazioni avanzate, l’incremento delle attività della “flotta fantasma” iraniana e la possibilità che altre imbarcazioni stiano agendo nello stesso modo per passare di nascosto. Registrato il 7 maggio il picco di navi commerciali e petroliere con transponder spento nello Stretto. Già nel mese di marzo, secondo le analisi della società britannica Lloyd’s List Intelligence citate dall’emittente svizzera Rsi, un terzo delle petroliere o navi cariche di gas liquefatto che l’hanno attraversato avevano il segnale di tracciamento disattivato.
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