«Questa guerra senza odio, promessa di futuro»: un inedito dal fronte di don Mazzolari
di Umberto Zanaboni
Da un archivio svizzero spuntano tre lettere dirette al pastore valdese Giovanni Luzzi. Vi emerge l’impegno ecumenico e per la pace del sacerdote

È sempre motivo di viva emozione, per noi postulatori, rinvenire documenti autografi del Servo di Dio la cui causa di beatificazione seguiamo con dedizione. È il caso delle alcune missive – tre lettere e una cartolina – redatte da don Primo Mazzolari tra il 1918 e il 1921: le prime tre inviate dalla Francia e da San Donà di Piave, ove egli svolgeva il ministero di cappellano militare durante il primo conflitto mondiale; l’ultima, datata Bozzolo, 5 novembre 1921, nella quale egli narra e confida l’intima fatica di «quell’obbedienza, cui amorevolmente e dolorosamente m’inchino». Si tratta dell’obbedienza al proprio vescovo che, a meno di un anno dal suo insediamento, lo trasferì come parroco a Cicognara (Mantova), dove avrebbe esercitato il ministero per un intero decennio.
Le lettere, oggi custodite presso l’Archivio storico della Chiesa riformata di Poschiavo, in Svizzera, sono state rintracciate al termine di un’accurata ricerca archivistica e cortesemente trasmesse in copia dai responsabili della comunità. Esse sono indirizzate al teologo e pastore valdese Giovanni Luzzi, figura di rilievo nel panorama religioso del tempo, protestante animato da una sensibilità profondamente cattolica e da un sincero anelito all’unità dei cristiani, allora lacerata dalle divisioni storiche. Fu proprio Luzzi a far pervenire a don Mazzolari – all’epoca cappellano militare – alcune copie della sua edizione del Nuovo Testamento e dei Salmi, da lui promossa, curata e diffusa, affinché fossero distribuite ai soldati.
Tra i due si instaurò un rapporto di reciproca stima e un legame di autentica amicizia spirituale. In un contesto storico segnato da una rigida e talvolta aspra contrapposizione tra cattolicesimo e mondo protestante, tale forma di collaborazione ecumenica rappresentava un elemento di indubbia novità, anticipando sensibilità e orientamenti che avrebbero trovato piena espressione solo nei decenni successivi.
Merita un’attenzione particolare la prima di queste lettere, datata 8 agosto 1918, poiché si offre come una testimonianza di sorprendente attualità in un tempo – quale il nostro – segnato da inquietudine, smarrimento e timori diffusi. In essa si coglie con limpidezza la cifra spirituale del giovane don Mazzolari: una coscienza già profondamente radicata nella logica evangelica, nutrita da una speranza non ingenua ma temprata dall’esperienza diretta della guerra, vissuta accanto ai soldati. Egli afferma che sono loro a vivere concretamente il Vangelo della carità, a seguire il pensiero di Cristo, fino a riposare in Lui quasi senza conoscerlo. Da questa scoperta nasce anche un desiderio che accompagnerà tutta la sua vita: quello di braccia larghe, capaci di abbracciare tutti senza differenze, dove il valore dell’uomo preceda ogni divisione religiosa o culturale.
Sul finire del conflitto egli coglie un fatto decisivo: i soldati, poveri, costretti ad imbracciare le armi e duramente provati dalla guerra, sono i veri testimoni del Vangelo perché non odiano. Un giorno – continua Mazzolari – saranno loro i giudici di quei capi di stato e governanti senza scrupoli che, a tavolino, dietro le scrivanie, organizzano il massacro degli innocenti. Solo da questa carità disarmata può germogliare la pace, non imposta dall’alto ma nata dal basso, dal sacrificio degli umili.
In questa lettera giovanile si delinea dunque con sorprendente chiarezza un pensiero che maturerà sempre più in don Mazzolari: la convinzione che la pace autentica nasce dalla fraternità vissuta, che il Vangelo si incarna nei piccoli e nei sofferenti, che le divisioni tra gli uomini – anche quelle religiose – possono essere superate solo da una carità più grande, capace di abbracciare tutto e tutti. Una lezione che, a distanza di oltre un secolo, conserva intatta la sua forza interpellante.
L'inedito di Mazzolari: «Soldati testimoni di fraternità»
Francia, 8 agosto 1918
Illustre Professore, ieri la sua breve cartolina, caritatevole come l’annuncio che portava: oggi i quattro pacchi con i Vangeli e i Salmi! Non oso ringraziarla con parole: vorrei ch’Ella mi vedesse l’anima. Più degnamente la ringraziano i miei cari soldati; poiché essi, non io, meritano di essere ricordati, aiutati, amati così. Dinnanzi a loro, la mia vita, il mio lavoro, questo poco lavoro più nel desidero che nell’opera, è niente. Sono essi che fanno il bene, che me lo insegnano attraverso una continua lezione di sacrificio che è davvero carità, la carità paziente, benigna, la carità che non insuperbisce, che non cerca le cose proprie, che non gode dell’ingiustizia, che tutto soffre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Il mio orgoglio di piccolo uomo che à letto dei libri, che à sognato delle vanità, si umilia dinnanzi ad essi ed io mi ritrovo, più mi affratello, più la carità del loro soffrire mi si ripercote nell’anima in desiderio e volontà di devozione. Non è difficile a tali uomini leggere e farlo amare l’Evangelo, perché la loro vita, quantunque materialmente volta a negarlo, si accosta ad esso a lo afferma. E quando ne parlo - non so discorrere d’altro - vedo che m’intendono, che lo seguono il pensiero di Cristo, che riposano in Lui quasi senza conoscerlo. Quanti pochi conoscono il Signore! Ma quante ombre proprio noi abbiamo fatto d’intorno al Suo Nome, quanti ostacoli messi sulla via che conduce a Lui! Come chiaramente vedo ora il nostro errore, così che una sete di semplicità mi consuma e vorrei... Non so cosa vorrei: certo delle braccia larghe che tutto e tutti abbracciassero, senza differenze: un gran cuore vorrei per amare... La ferocia della guerra mi conturba meno ora che la vedo da vicino. I nostri soldati la vanno spegnendo, poiché tutti sentono che non possano più odiare. Una guerra senza odio! Ecco il miracolo di oggi e la promessa per domani. Dica a quelli - se ve n’è ancora - che parlano di odio, che i nostri soldati non odiano più: a quelli che temono domani la continuazione degli istinti brutali che la guerra risveglia, dica che non rivivranno perché già spenti: ai pavidi per interesse, per egoismo dica però che si guardino bene perché questi umili che ora si fanno uccidere per una giustizia che molti non comprendono, per la giustizia saranno inesorabili. e verrà, fratello, (mi permetta la dolce parola!) verrà anche la nostra pace. Che sono mai le nostre Chiese, se le vediamo nell’Evangelo, se le compariamo alla Chiesa di Dio? Spesso non sono che delle nazionalità intellettuali, le quali hanno fissato dei confini all’indefinibile, dei limiti all’immenso e questi confini hanno armato di orgoglio, d’interesse... qui ò modo di larghe esperienze. M’incontro spesso con Cappellani francesi, americani, inglesi e si parla dell’unione delle Chiese: ò trovato in parecchi un largo comprendimento. Molti riconoscono che se il momento non è ancora giunto, perché pochi ancora se ne son dati ragione, occorre prepararlo: che in parte la responsabilità di questo triste presente è nostra, che questa divisione che à favorito il pronunciarsi delle differenze e ostilità nazionali impedendo un’efficace azione evangelica: che per domani bisogna trovarsi concordi e fare cristiani, farli davvero fratelli, li uomini. Non so dire, ma sento che da questo umano travaglio nasce la Chiesa delle anime. Di dovunque gli spiriti si avviano, si chiamano s’incontrano, si riconoscono... Ella non saprà mai la gioia che m’ha dato, per questa certezza, la sua cartolina. Cristo che ci à fatti conoscere ci tenga uniti nella Sua Carità. Con gratitudine, ammirazione e fraterna devozione.
Suo Primo Mazzolari
Cappellano M. 19 nucleo Taif.
P.S. ò scritto in una maniera illeggibile: mi perdoni.
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