Di destra o di sinistra, i populismi
nascono dai problemi del lavoro

Una ricerca sostiene che l’esplosione del fenomeno non è dipesa tanto dalla reazione ai forti flussi migratori, ma dalle preoccupazioni finanziarie delle famiglie e dall’insoddisfazione lavorativa
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May 12, 2026
Di destra o di sinistra, i populismi
nascono dai problemi del lavoro
Il leader del Reform Party, Nigel Farage, al municipio di Havering a Londra,
in Gran Bretagna/ ANSA
«Con ogni probabilità, la maggior parte di noi, in famiglia, ha qualcuno che ha votato un partito populista. Oppure noi stessi abbiamo considerato di farlo. Le persone non ne parlano ma accade, soprattutto in Italia, dove si riscontrano così numerose forme di populismo di destra, di sinistra e anche di centro», riflette Lorenza Antonucci, professoressa associata di Sociologia all’Università di Cambridge, che al fenomeno dedica la sua ricerca dal 2016. Confida di non essere mai riuscita ad accettare la distanza tra il carattere mainstream che il populismo ha assunto e il profilo dell’elettore populista per come è descritto nella letteratura accademica. Cioè un emarginato, «lasciato indietro», disoccupato. «Non ero soddisfatta di quel profilo, allora ho cercato una spiegazione diversa. L’ho trovata», dichiara ad Avvenire a pochi giorni dalla pubblicazione del suo nuovo libro Insecurity Politics. Come condizioni di vita instabili alimentano il sostegno al populismo (2026, Princeton University Press). Lo studio combina ampi dataset (la European Social Survey e la European Working Conditions Survey , su oltre 75.000 elettori fra 2015 e 2018) con misurazioni dell’insicurezza dei cittadini selezionate ad hoc dalla sociologa con il suo team.
Quali fattori, dunque, hanno più contribuito a diffondere le attitudini populiste negli anni della «Brexit», dell’ascesa del partito Diritto e Giustizia (PiS) dei fratelli Kaczyński in Polonia e del primo ingresso nel Bundestag di Alternative für Deutschland (oggi nei sondaggi attestato al livello record del 28% delle preferenze)? Secondo lo studio, l’esplosione del populismo europeo a partire dalla metà degli anni 2010 ha avuto meno a che fare con la reazione ai forti flussi migratori del periodo e, invece, molto più con le preoccupazioni finanziarie quotidiane delle famiglie e con un’insoddisfazione lavorativa, soprattutto maschile, per un’occupazione di qualità scarsa. «I risultati dell’analisi empirica indicano che, tra gli aspetti dell’insicurezza, quella finanziaria e quella legata alle condizioni di lavoro presentano le associazioni più forti con le opinioni populiste» sostiene la sociologa. «E che le radici del sostegno populista non vanno cercate nell’aumento della disoccupazione o nella mancanza di un lavoro stabile in sé, bensì nelle esperienze quotidiane di insicurezza, non solo estreme, che riguardano anche il ceto medio-basso».
Lo studio indaga il fenomeno in Austria, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Spagna e Svezia. Lo fa impiegando indicatori più ampi che in passato. Ad esempio, considerando la pressione lavorativa, la mancanza di autonomia nelle proprie mansioni, la carenza di equilibrio tra vita e di lavoro, l’insicurezza di carriera e di riconoscimento professionale. A livello finanziario, l’incapacità di fare fronte a spese inaspettate come l’acquisto di un frigo nuovo quando quello vecchio si rompe o l’impossibilità di pagarsi una settimana di vacanza. «Siamo riusciti a dimostrare che l’insicurezza in Europa esiste», spiega la studiosa. «Non riguarda tutti, ma la maggioranza sì, e dunque è politicamente rilevante».
La ricerca rileva che nel 2018, in Germania, Francia e Svezia, chi era preoccupato per le proprie finanze più della media aveva tra i 17 e 20 punti percentuali di probabilità in più di votare populista. Tra i 4 e i 10 punti in più in Italia, Spagna e Paesi Bassi. A contare molto è anche la frustrazione per la qualità del proprio lavoro, con un incremento fino a 12 punti percentuali. «Anche tra coloro che hanno un lavoro stabile, molti sentono di combattere una battaglia persa contro ritmi serrati, pressione lavorativa, salari in calo», puntualizza Antonucci. Particolarmente interessante è la dimensione di genere emersa dall’analisi. «Abbiamo riscontrato che per gli elettori uomini, svolgere un lavoro molto stressante fa aumentare la probabilità di votare per partiti populisti – in particolare di estrema destra – fra il 14% e il 18%. Uomini che si sentono sottopagati, privi di prospettive di carriera e poco apprezzati sono risultati ancora più inclini a votare per la destra radicale, con una probabilità che passava dal 12% a quasi il 20%». Che si è rivelata, per loro, indicatore più affidabile rispetto al timore di perdere il posto. Diverso è, invece, per le donne. Sono le difficoltà economiche, più che le condizioni di lavoro, a spingerle verso quel voto. La probabilità di sostenere formazioni populiste (in questo caso sia di sinistra che di destra) aumenta dal 18% al 25% tra le elettrici con difficoltà di reddito.
Due le specificità italiane evidenziate dallo studio: tipologie più estreme di insicurezza lavorativa e finanziaria rispetto ad altri Paesi europei, ma anche, rileva la sociologa, «una quantità di partiti populisti più alta rispetto al resto d’Europa, molteplici forme populiste di destra, di sinistra e una di centro, poi un partito, Forza Italia, entrato e uscito dalle classificazioni utilizzate a livello internazionale per definire il populismo. E configurazioni populiste che presentano forme sia di sinistra che di destra, come il Movimento 5 Stelle». Se nel populismo di sinistra (ad esempio Podemos in Spagna e La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, secondo la classificazione della piattaforma accademica The PopuList) l’opposizione è verticale, cioè tra popolo e un’élite, con soluzioni all’insicurezza che invocano una redistribuzione estrema delle risorse, nel populismo di destra l’opposizione è orizzontale, tra le persone. Si rileva quando chi è «diverso» è identificato come responsabile della nostra insicurezza individuale. È così con gli immigrati. In diversi studi, viene provato il legame tra sviluppo di atteggiamenti anti-immigrazione e aumento dell’instabilità socioeconomica, peggiorata da una riduzione degli interventi di welfare per affrontarla. La sociologa non nega gli effetti dei flussi migratori. Li analizza però come una minaccia canalizzata dal populismo (di destra), percepita da individui già resi insicuri da altre dinamiche.
Lo studio si sofferma poi sulle agende politiche dei partiti tradizionali, che «hanno abbandonato gran parte dei temi relativi a certezze, famiglia e protezione sociale, concentrandosi invece sulla competitività individuale attraverso deregolamentazione e flessibilità. Allontanandosi, cioè, dall’idea che le persone hanno invece bisogno di sicurezza. Il che ha reso le nostre società più competitive economicamente, ma meno sicure dal punto di vista sociale», prosegue la studiosa. Così negli spazi lasciati vuoti, le formazioni populiste si sono inserite con le loro «semplicistiche narrazioni. A destra, di solidarietà nazionale nativista e sostegno solo ai propri connazionali, e a sinistra, di redistribuzione statale radicale». Per ristabilire la sicurezza, però, «quello da cui dobbiamo ripartire non è lo statalismo. Non serve cercare risposte dallo Stato, ma occorre chiedere al mercato di assorbire alcune insicurezze. Molte delle quali vengono dalla qualità dell’occupazione. Così, i datori di lavoro e le associazioni che li rappresentano dovrebbero chiedersi cosa fare per aumentare sicurezza e soddisfazione delle persone» perché, conclude la sociologa, «se la maggior parte dei cittadini non è felice di come lavora, è lì che va trovata la chiave».

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