Il piano choc di Electrolux: 1700 esuberi in Italia
di Francesco Dal Mas, Pordenone
Il gruppo svedese intende dimezzare la produzione. Pesa la crisi di vendite e la concorrenza dei cinesi. I sindacati proclamano sciopero in tutte le fabbriche

Il “gigante del freddo” si dimezza. L’Electrolux, con quattro stabilimenti in Italia, che oggi danno lavoro a poco più di 4mila collaboratori, ha annunciato che «1700 posizioni sono interessate» da «un processo di ottimizzazione». Lo ha spiegato l’ad del gruppo, Massimiliano Ranieri, in un incontro a Mestre con i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, che hanno proclamato subito uno sciopero di otto ore in tutte le fabbriche italiane del gruppo. Il nuovo piano industriale è inserito in una strategia globale di riorganizzazione che punta a riportare la redditività operativa sopra il 6% dei ricavi (oggi è al 2,8%, nel 2022, però, stava allo 0,8%). Per finanziare il piano è previsto un aumento di capitale da 9 miliardi di corone svedesi. Era già stata annunciata, recentemente, la partnership con i cinesi di Midea in Nord America (tre joint venture: due nel freddo, una nel lavaggio). Pure annunciate le chiusure dello stabilimento di Santiago del Cile e di quello ungherese di Jászberény. Ne consegue che il sito di frigo, a Susegana (Tv) resterà l’unico in Europa per il settore.
Le novità di ieri erano temute, ma non previste nelle dimensioni annunciate. Confermato, a Susegana, il focus sui frigoriferi da incasso, con riduzione dei costi e semplificazione dei processi. Assetto previsto: tre linee di frigoriferi built-in a giornata. L’azienda ha presentato questa configurazione come la «messa in sicurezza» dello stabilimento, ma ha anticipato che i volumi non cresceranno. Il focus sarà sui built-in alti e sul Titan 1900, cioè sulla gamma premium, unico segmento ritenuto sostenibile dato il calo del medio di gamma e la pressione dei competitor asiatici (Haier, Hisense, Midea in particolare). A Porcia, nei pressi di Pordenone, il Focus resterà sulle lavatrici, mentre verrà interrotta la produzione di lavasciuga (un terzo della produzione attuale). L’assetto sarà di tre linee di lavatrici a giornata. A Solaro, in Lombardia, rimarranno solo le lavastoviglie di alto di gamma con “un importante piano di efficienza”. Assetto: quattro linee produttive a giornata. Nel sito produttivo di Forlì rimarranno i forni e non verranno più realizzati i piani di cottura a gas. Con sei linee di forni a giornata. Cerreto d’Esi pagherà il prezzo più alto. L’azienda ha dichiarato che non è più sostenibile la produzione di cappe in Italia. Viene dunque prevista la dismissione della produzione, di fatto con la chiusura dello stabilimento. I servizi di ricerca e sviluppo saranno radicalmente riorganizzati ed efficientati di tutte le funzioni e dei centri di ricerca e sviluppo.
«L’obiettivo prioritario è rivedere la struttura complessiva delle attività produttive al fine di migliorarne l’efficienza, ridurre la complessità strutturale e rafforzare la competitività di lungo termine» ha scritto l’azienda in una nota, confermando che l’Italia resta comunque «un Paese strategico grazie alla sua forte presenza industriale e al contributo costante nello sviluppo di prodotto». La multinazionale ha anticipato che «ogni impatto sulla forza lavoro sarà gestito nel rispetto delle opportune procedure formali e attraverso interlocuzioni costruttive con istituzioni e sindacati» e che «si impegna a individuare tutte le misure disponibili per attenuare le ricadute sociali e sostenere i dipendenti coinvolti nel percorso di transizione». È vero, infatti, che dal 2014, Electrolux non licenzia, ma semmai ricorre alle dimissioni incentivate (fino ad oltre 70mila euro). I sindacati hanno definito «inaccettabile» il piano. Massimiliano Nobis, segretario nazionale della Fim Cisl, ha sottolineato che «manca ancora un piano industriale chiaro rispetto ai carichi produttivi dei singoli stabilimenti, al mantenimento occupazionale e allo sviluppo di nuovi prodotti». Pier Paolo Bombardieri della Uil ha chiesto a Stoccolma di restituire i 700 milioni di finanziamento pubblico. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione la situazione».
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