Enzo Ferrari e i "garagisti" inglesi, la sfida che cambiò la Formula 1
Al Mauto di Torino la mostra "I nemici del Drake" ripercorre la storica rivalità tra l'eccellenza italiana e l'audacia delle scuderie britanniche negli anni 60

Quei bolidi arrivati d’Oltremanica proprio non gli andavano giù, figli dell’improvvisazione di scuderie inglesi che Enzo Ferrari non senza mistero aveva definito e inquadrato come “i garagisti inglesi”. Loro, per tutta risposta, lo avevano soprannominato “il Drake” accostandolo così a “sir Francis Drake”, il pirata-corsaro britannico dapprima terrore dei mari (nella seconda metà del 1500) e successivamente trasformato in navigatore con tanto di approvazione governativa per dettar legge sui mari e comandare flotte militari.
Quell’insofferenza dialettica, culturale, sportiva, esprime la rivalità accesa tra Enzo Ferrari emblema dell’eccellenza italiana e fino a quel momento dominatore delle scene automobilistiche, e “i garagisti inglesi”, le famose sette sorelle emergenti e spregiudicate, segnò un’epoca tra gli Anni 60-80, cambiando il corso della Formula 1: una storia che rivive oggi al Mauto di Torino attraverso una mostra intitolata “I nemici del Drake: Enzo Ferrari e le Scuderie Inglesi” aperta al pubblico fino all’11 ottobre 2026. Un'esposizione che non si limita a mostrare monoposto meravigliose e affascinanti ma abbraccia anche fenomeni socio-culturali proposti dal Mauto ai visitatori ricreando “il sapore della Swinging London” Anni 60, una vera e propria rivoluzione culturale tra moda, musica, arte, design, libertà assoluta.
Ecco, i “garagisti inglesi” si inseriscono in quel filone, in quella rivoluzione, ovviamente nel loro campo: in officine quasi improvvisate nascevano piccole scuderie spregiudicate (perché comparivano all’improvviso e assemblavano le monoposto in modo anticonvenzionale) e crescevano nomi di prestigio, come Cooper, Lotus, Tyrrell, McLaren… piccoli team emergenti che “inventavano” nuove soluzioni (magari inserendo motori acquisiti … da Ford su telai mai visti) per interrompere il dominio Ferrari fatto di metodo, organizzazione, centralità industriale italiana, tecnologia consolidata. Gli inglesi portavano trasformazione tecnica, ad esempio motore posteriore e leggerezza del telaio, ma anche mentale con un approccio teso a cambiare il Motorsport.
Al clima della “Swinging London” e alle monoposto, la Mostra affianca un viaggio composto da scatti d’autore (Rainer W. Schlegelmilch), immagini televisive, memorabilia, aneddoti e storie su cui riflettere (i paddock tabù per le donne) e “svela un inedito parallelo tra opposte culture del motorsport” come ha sottolineato Benedetto Camerana presidente del Mauto. Un viaggio che va dalla Cooper T51 del 1959 che Stirling Moss portò al trionfo a Monza alle Lotus con la 72D portata al trionfo mondiale da Emerson Fittipaldi nel 1972, dalla Tyrrell di Jackie Stewart alla “scandalosa” Surtees TS19 (perché sponsorizzata da una marca di profilattici), ben 22 monoposto ma anche tute e caschi. Con una doverosa deviazione (l’unica) per un modello stradale britannico che ha fatto storia e leggenda: una Mini.
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