Più premi agli atleti? I sindacalisti della racchetta e la piramide fragile del tennis
di Davide Re
Al Foro Italico Sinner, Sabalenka e Djokovic hanno chiesto più ricavi agli Slam. Ma il vero nodo è la sopravvivenza di chi sta dietro i primi 50 del mondo

Chi possiede davvero il tennis? Al Foro Italico, durante gli Internazionali d’Italia 2026, è emersa una tensione nuova: i migliori giocatori del mondo — uomini e donne insieme — chiedono più denari agli Slam, soprattutto al Roland Garros, accusando gli organizzatori di distribuire ai tennisti una quota troppo bassa dei ricavi generati dal sistema tennis. A parlare non sono outsider o comprimari, ma il vertice stesso del circuito: Jannik Sinner, Aryna Sabalenka, Coco Gauff, fino a Novak Djokovic, da anni impegnato sul tema della rappresentanza dei giocatori. Anche la nostra regina del tennis femminile, Jasmine Paolini, ha preso posizione.
La questione nasce dai numeri. Roland Garros 2026 distribuirà 61,7 milioni di euro di prize money, ma secondo i giocatori il torneo parigino genererà oltre 400 milioni di ricavi complessivi: ai tennisti andrà quindi meno del 15% del totale. I giocatori chiedono invece una quota vicina al 22%, più simile a quella di altri eventi ATP e WTA, come per esempio i masters 1000, quello che Roma è oggi e che in futuro, secondo gli auspici della Federazione italiana, vorrebbe essere "promosso" a quinto Slam.
Detta così, però, la protesta rischia di apparire stonata. Perché il vincitore del Roland Garros, nel maschile, porterà comunque a casa quasi tre milioni di euro. E perché il tennis continua a produrre redditi enormi, sponsor globali e celebrità planetarie. Già perché nelle tasche delle tenniste e dei tennisti non arrivano solo i soldi dei premi dei tornei, ma molto di più.
Ma il punto vero non è soltanto economico. È politico. Il tennis è forse l’unico grande sport globale senza un vero centro di potere condiviso. Non esiste una NBA del tennis. Non esiste una governance unitaria. Esistono ATP, WTA, ITF, Slam, Masters 1000: mondi diversi che convivono, si sovrappongono e spesso competono tra loro. E dentro questo sistema i giocatori — cioè il prodotto principale — contano meno di quanto pensino. Quando Sinner dice che “i giocatori non si sentono rispettati”, non sta parlando soltanto di assegni. Sta parlando della sensazione di essere centrali nello spettacolo ma periferici nelle decisioni.
Per questo la vicenda ha qualcosa di paradossale e insieme di molto contemporaneo: il tennis, sport individualista per eccellenza, sta lentamente scoprendo una forma di coscienza collettiva. I campioni diventano quasi sindacalisti. Non a caso nelle ultime settimane si è parlato perfino di boicottaggio degli Slam. Una possibilità estrema, probabilmente improbabile, ma significativa del clima che si respira nel circuito. Eppure qui emerge anche la grande contraddizione del tennis contemporaneo. Perché il sistema ATP e WTA è già fortemente squilibrato verso l’alto. I top player non guadagnano soltanto dai prize money. Guadagnano, appunto, soprattutto da sponsor, bonus di partecipazione, esibizioni e dalle cosiddette appearance fees: compensi spesso molto elevati che diversi tornei ATP 250 e 500 riconoscono ufficiosamente ai grandi nomi per garantirsi la loro presenza.
In pratica il circuito redistribuisce già enormi risorse verso chi è al vertice. Ed è qui che la protesta dei campioni diventa più complessa da leggere. Perché la domanda inevitabile è: se gli Slam concedessero davvero una quota maggiore dei ricavi ai giocatori, quei soldi verrebbero redistribuiti lungo tutta la piramide oppure finirebbero soprattutto per aumentare ulteriormente i guadagni di chi è già multimilionario? È una domanda tutt’altro che marginale. Perché il vero punto fragile del tennis non è il top 10. È il numero 90 o 150 del mondo. Il professionista che viaggia ogni settimana pagando allenatore, fisioterapista, voli, hotel e tasse senza avere sponsor milionari alle spalle. Molti giocatori fuori dai primi cinquanta, pur essendo tra i migliori del pianeta, faticano a chiudere l’anno in utile. E infatti molti per arrotondare hanno scoperto la specialità di giocare il doppio e il doppio misto. È lì che il sistema mostra la sua fragilità.
Il tennis ama raccontarsi come uno sport aristocratico, ma economicamente somiglia sempre di più a una piramide molto verticale: pochissimi accumulano enormi ricavi, mentre sotto esiste una fascia larga di professionisti in equilibrio precario. Ed è forse questo il nodo che il Foro Italico ha fatto emergere davvero. Non solo il conflitto tra giocatori e Slam, ma quello interno al tennis stesso. Negli anni di Roger Federer, Rafael Nadal e Djokovic, il sistema produceva una quantità tale di grandezza narrativa da nascondere le sue contraddizioni economiche. Oggi invece quelle contraddizioni sono diventate visibili. E Roma diventa così il luogo simbolico di un passaggio: il momento in cui il tennis smette di considerarsi soltanto un grande romanzo sportivo e comincia a ragionare apertamente come un’industria globale. Con tutte le tensioni che questo comporta. Perché alla fine la domanda resta quella iniziale, seppur semplice e scomoda insieme: chi possiede davvero il tennis?
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