Il paradosso dell'azzardo online: puntate record e incassi di Stato in calo
Con l’espansione delle piattaforme da remoto, il prelievo fiscale rende meno, mentre aumentano conti attivi, ritmo delle giocate e tempo trascorso sulle piattaforme. E restano i dubbi sul peso reale delle vincite
Alla fine, dopo molte proteste e ripetute interrogazioni parlamentari, sono arrivati i dati sulla megamacchina delle scommesse e degli altri azzardi. Con la relazione della scorsa settimana risulta così il consuntivo per il 2025, che il ministero dell’Economia e delle Finanze ha trasmesso alle Camere. Possiamo ricostruire i numeri del gettito pubblico e del margine dei concessionari privati. Il Mef deve rispettare la norma di legge che prescrive di informare in dettaglio il Parlamento. Forse il ritardo nell’adempiere era dovuto a una bizzarria che non s’intendeva far notare: ad un aumento (ancora!) delle puntate di denaro (165,3 miliardi di euro) è risultato a fine dicembre un incasso fiscale inferiore – e per oltre 100 milioni – rispetto al 2024. La curva dei ricavi erariali, insomma, è stagnante dal 2022, e allora per ottenere lo stesso gettito di denaro, si spingono gli italiani a comprare sempre più tagliandi di lotterie, a inserire molti soldi nelle slot machine, ad aprire conti dai casinò digitali e dagli allibratori. Con la transizione dell’azzardo alle forme online, infatti, il ricavo di tasse è di circa un punto percentuale e mezzo del versato lordo. Un margine relativo molto basso. Per compensare il magro risultato, s’induce la gente a moltiplicare le puntate. Con la conseguenza di estendere il reclutamento all’azzardo.
Nel 2025, dunque, hanno girato nelle piattaforme digitali circa 101 miliardi di euro che corrispondono a quasi 2,88 miliardi di puntate/operazioni in dodici mesi di gioco a distanza, provenienti da oltre 17,1 milioni di conti attivi. Qui pesano almeno due fattori: l’alta frequenza e il tempo che la singola persona spende al terminale. Sono due ingredienti fondamentali della dipendenza patologica: l’alta velocità, l’attesa del premio, l’alternarsi di ricompensa e frustrazione. Lo hanno concordemente denunciato tanto i clinici dell’addiction, quanto i neurologi. Ed ecco allora il legame perverso tra fisco e patologia: se la tendenza all’azzardo di massa si affievolisse, il risultato per lo Stato (come per l’industria del settore) precipiterebbe.
Si capisce la rimozione degli ostacoli, mettendo la sordina alle critiche sia etiche sia di profilo economico-sociale. Così accade da oltre vent’anni, nella strategia dei Monopoli di Stato e dei governi. Non di meno dai numeri della Relazione 2025 del Mef si possono ricavare informazioni di ben altro peso, con un viaggio all’interno delle 180 pagine del documento.
Vale la pena di ricercare quei dettagli dove, com’è ben noto, si nasconde il diavolo. Riguardano la condizione di chi spende, le casse dello Stato e il sofisticato meccanismo di questa megamacchina. Qui hanno rilievo i dati da estrarre dalla Relazione. Restiamo sulla parte prevalente, quella “da remoto”, “scrollando” con lo smartphone o il tablet, scommettendo “in diretta” durante gli eventi di vari sport, in partite di poker del torneo a distanza eccetera.
Infine, un quesito rimasto sinora senza risposta: a quanto ammontano le vincite reali ottenute dai vari canali dell’azzardo? “Reali”, s’intende, perché hanno un importo che la mente possa effettivamente ponderare come premio. La domanda ha senso, perché conduce a mettere a fuoco l’effetto redistributivo dell’azzardo. Tolto quel che incassa il “banco” (la partnership tra Stato e Concessionari) in quanti casi si può computare un risultato attivo? Il premio è tale, beninteso, se il “vincitore” non reimmette quanto ottenuto nel flusso delle puntate. Ebbene, scavando e comparando i dati della Relazione si perviene a una risposta attendibile. Mischiato ai dettagli delle molte tabelle, vi è il gettito fiscale dalle vincite sulle quali si applica una tassa aggiuntiva del 12 per cento: quelle che hanno un importo superiore ai 500 euro.
Per lo scorso anno il Mef indica in un miliardo e 93 milioni circa l’apporto di questa tassazione applicata con un decreto del 2017. Ebbene, corrisponde a una base imponibile di 9 miliardi e 106 milioni di euro di premi. La somma è molto distante da quella, cumulativa, indicata dalla Relazione: euro 143 miliardi e 446 milioni, quasi 16 volte le “vere” vincite nominali.
“Parole disoneste”, direbbero i filologi, che inducono a pensare a un significato, ma non lo enunciano in modo esplicito. Tra poco più di nove miliardi e oltre 143 corre una bella differenza. E questo chiama in causa l’obbligo di trasparenza della pubblica amministrazione. Chiamare “vincite” le somme che risultano sottraendo alla “raccolta” quelle che contabilizzano la “spesa”, rende digeribile all’opinione pubblica la cifra monstre che sfiora i 170 miliardi di euro. Un mostro provvisorio, fino alla prossima edizione.
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