Agguati di camorra, risse e accoltellamenti: ma Napoli è una città che non vuole morire

A pochi giorni dalla visita di papa Leone, la cronaca nera pare essere tornata a impadronirsi della vita di tutti i giorni: a Ponticelli un uomo è morto per mano dei clan, in piazza Porta Capuana una faida tra stranieri ha provocato una vittima. Intanto minori e migranti restano bersagli facili. È ora che l'agenda politica si faccia carico della sicurezza e delle fragilità
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May 12, 2026
Agguati di camorra, risse e accoltellamenti: ma Napoli è una città che non vuole morire
Agenti di Polizia sul luogo dell'agguato avvenuto la scorsa notte nel quartiere Ponticelli di Napoli dove un uomo è stato colpito mentre era bordo di un furgone. Il 51enne, secondo le prime ricostruzioni della Polizia di Stato, è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco ed è morto poco dopo all'ospedale del Mare, Napoli 12 maggio 2026. ANSA/ CIRO FUSCO
Sono passati solo pochi giorni da quando papa Leone è venuto a Napoli. Per le strade e negli animi ancora si avverte il profumo del suo messaggio di pace e di speranza. I napoletani, entusiasti, non si sono contraddetti nell’aprirgli le braccia e il cuore. Pomeriggio di domenica scorsa, in piazza Porta Capuana, un’orribile rissa, coinvolge un gruppo di fratelli immigrati. Spuntano i coltelli. Un giovane non ancora trentenne del Burkina Faso, ferito, muore in ospedale. L’assassino, un tunisino, per paura di essere linciato si rifugia in un bar. Turisti e residenti fuggono terrorizzati. La sera prima, ad essere accoltellato da un quasi coetaneo è un ragazzo di 14 anni. Motivo dell’aggressione? Come sempre, banale e stupido: uno sguardo di troppo rivolto a una ragazzina. Intanto dai quartieri spagnoli ci giunge la notizia di un agguato nel quale un parcheggiatore abusivo è stato gambizzato.
Mai come in questi giorni i diversi volti di Napoli emergono con estrema trasparenza. C’è una città che non vuol morire, non vuole restare prigioniera di stereotipi vecchi e antipatici; una città che guarda al futuro incrementa il turismo, la cultura, l’arte, la musica, il lavoro. La Napoli, per fare un solo esempio, di piazza Plebiscito, da dove papa Leone ha abbracciato migliaia di persone. C’è, poi, un’altra faccia della città: quella dei quartieri scarsamente illuminati e poco sorvegliati; quella in cui i poveri che vi si ammassano, hanno imparato a esercitare la strana e poliedrica arte dell’arrangiarsi. Difficile tradurre questo verbo nel suo vero significato. Arrangiarsi vuol dire accontentarsi di un lavoro saltuario e mal pagato; di farlo senza lamentarsi, senza imprecare, senza denunciare. Vuol dire affidarsi alla Provvidenza di Dio e ai capricci del destino. Gente che sa tenere a bada l’ingordigia, la superbia, la disperazione. Che alimenta in continuazione la fiammella della speranza. Povere sì, ma persone oneste e perbene, alle quali vanno aggiunte, poi, coloro che non sono né onesti né perbene.
È la Napoli della camorra che da secoli strangola gli animi e i vicoli, una maledizione che non vuol morire, quella dei giovanotti in sella alle moto, con pesanti collane d’oro al collo e costosissimi orologi al polso. La Napoli violenta, menefreghista, disonesta, camorrista, con la quale dobbiamo fare i conti in continuazione. Una città nella città, che dà fastidio, tarpa le ali ai ragazzi, non apporta alcun contributo al benessere economico e civile, ma intimorisce, impone pizzi e tangenti, minaccia, ammalia e recluta minorenni, dà pessimo esempio; fagocita i giovani, li rovina, li uccide. Ci sono, infine, i fratelli e le sorelle immigrati, verso i quali i napoletani, per indole arcaica, non hanno mai avuto remore. A loro occorre guardare senza paura di essere criticati, contraddetti, tacciati di essere ingenui buonisti cattivi razzisti.
Sono nostri fratelli, chi scrive si reca spesso, di sera, con l’associazione nata nella sua parrocchia, a portare loro pasti caldi, indumenti, coperte. Dormono all’aperto, mangiano quel che possono, non sono curati, non sono monitorati, bevono molto, tanti hanno seri problemi psichiatrici. In certi quartieri sono una moltitudine. Alcuni sono violenti, non conoscono una parola di italiano, vivono alla meglio. Se dormono sotto le stelle è del tutto logico che i loro bisogni corporali li fanno dove capita, perché meravigliarsi, poi? Se non hanno un tetto sotto il quale ripararsi vuol dire che saranno disposti, per pochi soldi, a fare lavori illegali a chi glielo offre, perché stupirsi?  In queste condizioni estreme le liti fra loro e con i residenti sono all’ordine del giorno. Non poche volte, come domenica scorsa, ci scappa il morto. Quando posso mi reco a pregare sulla tomba di san Giuseppe Moscati, nella stupenda chiesa barocca del Gesù Nuovo.
La settimana scorsa, proprio all’ingresso, un fratello senzatetto, avvolto in una coperta, dormiva, ostruendo il passo ai visitatori e ai credenti con accanto alcune bottiglie vuote di birra. Occorre tanto discernimento per arrivare a qualche soluzione di cui tutti possono godere. Occorre salvaguardare il decoro pubblico e l’igiene della città. È mortificante, entrando nella storica Galleria Umberto, dover saltare su dei corpi umani avvolti negli stracci. Se li vedi non puoi far finta di niente. Occorre salvaguardare la sicurezza dei cittadini, il loro benessere psico fisico, la loro serenità, la loro incolumità, mentre si cerca in tutti i modi essere accoglienti e fraterni con gli immigrati. L’ orribile scena di domenica sera, lanciata sui social in tempo reale, era spaventosa. Non è finita. Napoli, quartiere Ponticelli, ancora un agguato di stampo camorristico. Un uomo di 51 anni viene ammazzato con colpi di pistola. Basta! Napoli è una sola. Chi ha ricevuto di più ha il dovere di dare di più. I quartieri popolari sono seriamente a rischio. Bisogna che abbiano la precedenza nell’agenda politica cittadina, regionale, nazionale. Napoli deve camminare a una sola velocità. Deve imparare a non lasciare indietro nessuno. Per il bene di tutti.

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