Da colonne invisibili a motore del cambiamento: le donne possono trasformare il sistema

Presentato a Roma il Rapporto Italia Generativa dedicato alla partecipazione femminile al mondo del lavoro tra stereotipi, disuguaglianze e proposte per il futuro. Una su tutte: mettere al centro le relazioni umane
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May 12, 2026
Da colonne invisibili a motore del cambiamento: le donne possono trasformare il sistema
Consulenti al lavoro nella sede di Bnp Paribas
Sulla carta partono avvantaggiate: studiano seriamente, si laureano più velocemente e con voti migliori, anche nelle materie Stem. Ma la realtà è assai meno rosea: dall’accesso al mondo del lavoro alla pensione, passando per quello che ancora oggi rappresenta un pericoloso spartiacque (la maternità) hanno minori opportunità di carriera, retribuzioni più basse e l’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa.
Un circolo vizioso alimentato da elementi culturali, istituzionali e organizzativi relega le donne in un secondo piano “sfocato”. Uno svantaggio ampiamente conosciuto e dibattuto, l’Italia è storicamente in ultima fila per tasso e ancora di più per qualità dell’occupazione, ma che proprio per questo rischia di diventare una “normalità” a cui non si fa più caso. Il nuovo rapporto “Italia generativa” realizzato dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies (ARC) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore promosso da Fondazione Poetica e supportato da Unioncamere che viene presentato oggi a Roma, affronta le sfaccettature della questione femminile, mettendo insieme dati e storie, e prova gettare il cuore oltre l’ostacolo. Cambiare si può e si deve per superare il modello economico basato solo sulla produttività e sostituirlo con una incentrato sulla generatività. Che significa mettere al centro le persone, le relazioni e la famiglia.
Il rapporto è stato presentato dai ricercatori Gianluca Truscello e Patrizia Cappelletti e approfondito da Mauro Magatti, economista e sociologo Presidente di Fondazione Poetica. Il titolo scelto “La colonna invisibile” rappresenta bene una contraddizione evidente: le donne rappresentano un pilastro fondamentale della società ma la loro presenza viene data per scontata e finisce per diventare impercettibile. Non è una novità ma questo non vuol dire che ci si debba rassegnare.
Il premio Nobel per l’economia Claudia Goldin ha studiato l’evoluzione della partecipazione delle donne al sistema produttivo. All’inizio la questione principale è stata l’accesso. Poi il nodo si è spostato: non si trattava più solo di lavorare, ma di poter accedere a professioni qualificate e a posizioni migliori. A partire dagli anni ’80 è emersa la tensione (quando non un vero e proprio conflitto) tra carriera e famiglia. Da allora molte cose sono cambiate ma quel nodo è rimasto. Un’immagine che rappresenta questa trasformazione è quella di un ponte incompleto: da un lato le donne sono sempre più qualificate dall’altro l’organizzazione del lavoro è rimasta ancorata ad un paradigma novecentesco che richiede tempo e dedizione.

Magatti: cambiare il sistema non adattarlo

"Parlare della condizione femminile significa interrogarsi profondamente su quale modello di sviluppo desideriamo per noi, per il nostro Paese, per il suo futuro” sottolinea Mauro Magatti. “Il Rapporto propone un cambio di prospettiva: non si tratta di adattare le donne al sistema, ma cogliere questa occasione per trasformare il sistema, passando da un modello estrattivo centrato sulla produzione, a uno generativo, capace cioè di immaginare nuovi rapporti di senso tra lavoro, vita e cura”

Indicatori tematici e voci di donne

“Sul tema ci sono tantissime informazioni ma spesso si assiste ad un iperspecialismo. Con questo rapporto abbiamo voluto dare uno sguardo d’insieme focalizzato anche sul futuro. Nella prima sezione affrontiamo in otto capitali questo svantaggio attraverso 150 indicatori il confronto con l’Europa e le differenze territoriali. Nella seconda diamo voce direttamente alle donne - spiega Patrizia Cappelletti a capo del gruppo di ricerca che ha realizzato il rapporto -. Quello che colpisce sono i meccanismi invisibili, di interiozzazione dei modelli e dell’autosabotaggio. Le donne si adattano e rinunciano anche nella coppia, rimandano la maternità che viene considerata un evento critico e spesso escono dal mondo del lavoro. C’è poi un tema dell’impoverimento dei sistemi familiari per via dell’aumento della mobilità interna”
Il rapporto si focalizza nella prima parte su otto tematiche dalla formazione alla qualità dell’occupazione, dalla natalità alla conciliazione, dalla salute alla violenza di genere. La comparazione con altri paesi europei aiuta ad allargare lo sguardo per riflettere su come potremmo essere. La seconda parte invece è di tipo qualitativo e prova ad andare oltre i numeri approfondendo le voci delle protagoniste. Quindici imprenditrici di successo che hanno conquistato posizioni apicali e 40 donne “comuni” che lavorano in Lombardia e in Sicilia, realtà geograficamente e professionalmente assai diverse.

Più istruite meno valorizzate

La quota di laureate in Italia è pari al 26% rispetto al 19% degli uomini. Il nostro Paese è ai primi posti nella Ue per i profili Stem (39,5%). L’altra faccia della medaglia è l’elevato numero di ragazze Neet 16,6% (contro il 13,8% dei ragazzi). Il tasso di partecipazione al lavoro è fermo al 57,4%, dato che ci relega in fondo alla classifica Ue. Quando si entra nel mondo del lavoro le cose si complicano: stipendi in media più bassi del 20% e soprattutto una forte segregazione settoriale negli ambiti dell’istruzione, dei servizi di cura e del commercio. Le imprese al femminile sono poco più di 1,3 milioni (il 22% del totale secondo i dati Unioncamere) con una forte componente giovanile.

Gli stereotipi culturali

Restano forse l’ostacolo principale: influenzano le aspettative familiari e sociali, orientano le scelte. Il problema è che sono stati interiorizzati: la ricerca documenta come le donne tendano a sottovalutare le proprie competenze a sentirsi ”in difetto”. In questo ambito è essenziale il ruolo svolto dalle figure maschili, il padre e il partner, nel far sentire le donne capaci e legittimate a fare carriera.

Il doppio legame: lavoro e cura

Il lavoro fuori casa si è aggiunto a quello di cura che è rimasto pressocché invariato negli anni. I dati confermano lo squilibrio nel ruolo di caregiver, dei figli ma sempre più spesso dei genitori, che ricade sulle donne. Questo doppio vincolo emerge con concretezza dalle interviste che testimoniano il continuo equilibrismo. Le donne si descrivono come divise chiamate a garantire elevate performace ed elevate responsabilità in entrambi gli ambiti, con conseguenti livelli di stress altissimi.

Le diseguaglianze al quadrato

Non tutte le donne vivono la loro condizione nello stesso modo. Quelle che hanno studiato di più, provengono da un certo contesto culturale ed economico hanno maggiori possibilità di realizzare le loro ambizioni. Ma per quelle in condizioni più fragili lo svantaggio di genere si intreccia con quello di classe spingendole nella marginalità. Importante è anche l’impatto della dimensione geografica non solo lungo l’asse Nord-Sud ma anche tra le grandi città e i piccoli centri.

La maternità come snodo critico e le dinamiche di coppia.

L‘inverno demografico è sempre più gelido. Nel 2025 sono nati appena 355mila bimbi. La maternità per le donne lavoratrici viene considerata un accadimento spartiacque: le costringe a riposizionarsi e a decidere “cosa si vuole o cosa si può desiderare”. La ricerca evidenzia che la rinuncia in realtà parte ben prima della nascita di un figlio. Già quando sono in coppia prendono microdecisioni che accumulate producono effetti macro: la rinuncia ad una trasferta, la richiesta di un part-time, il rifiuto di una promozione. In apparenza scelte neutre e volontarie ma in realtà son un condizionamento auto-indotto.

La sfida della trasformazione

La vera sfida non è includere le donne in un sistema esistente, pensato e organizzato per gli uomini ma trasformare quel sistema. Questo implica una riorganizzazione dei tempi di lavoro che superi la logica della disponibilità illimitata. Un potenziamento dei servizi per l’infanzia e una redistribuzione dei carichi di cura. Una trasformazione che non è un costo o una concessione ma un’occasione per costruire un modello di sviluppo più equilibrato. Non si tratta di un costo o di una concessione. Migliorare la condizione delle donne significa ricostruire un equilibrio tra progetto personale e responsabilità collettiva, passare da un modello estrattivo che consuma le risorse a uno generativo.
Un paese che non riesce a valorizzare la metà del proprio capitale umano non ha un problema femminile, ma un problema di sviluppo. Le diseguaglianze di genere non sono una struttura del passato destinata a dissolversi naturalmente ma vanno abbattute adottando una serie di correttivi. Il rapporto individua tre aree di intervento: culturale (lotta agli stereotipi, role model femminile di successo), organizzativi (modelli di lavoro flessibili, congedi di paternità, adozione dell’Ia in modo responsabile) e istituzionale con il potenziamento dei servizi all’infanzia e delle misure per l’imprenditoria femminile (accesso al credito).

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