Sacko Bakari, il bracciante in bici massacrato dalla babygang. Taranto è sotto choc
di Marina Luzzi, Taranto
Originario del Mali, aveva 35 anni. L'omicidio, forse al termine di una lite, all'alba di domenica. Fermati 4 minori: a sferrare il colpo fatale sarebbe stato un 15enne

Di lui restano la bicicletta e uno zainetto con il necessario per la giornata di lavoro in campagna. Sacko Bakari, 35 anni, originario del Mali, è morto alle prime luci dell’alba di sabato colpito tre volte tra torace ed addome senza che nessuno gli tendesse una mano, neanche quando sanguinante è entrato in un bar chiedendo aiuto. Per il suo brutale omicidio, aggravato da futili motivi, disposti i fermi di quattro minori e un maggiorenne. Lo avrebbero inseguito mentre era in bici, accerchiandolo e malmenandolo. Sfuggito ad un primo assalto, il secondo gli è stato fatale. Sacko Bakari viveva a Taranto dal 2022. Dopo la chiusura del ristorante dove aveva lavorato regolarmente per anni, era in cerca di una nuova occupazione stabile. Intanto si arrangiava facendo il bracciante per mantenere la famiglia d’origine e le due mogli. Dal Mali era tornato da poco più di un mese, felice, perché entrambe l’avrebbero reso padre a breve. Le attenzioni degli investigatori da subito erano andate su una baby gang. Nella Città vecchia di Taranto la chiesa è in prima linea per arginare il degrado sociale e tanto già si è fatto ma non è impresa facile. Il lavoro è poco, ci si sposa presto, i figli arrivano subito e per mantenerli c’è chi finisce a delinquere. «Avete ucciso mio fratello maggiore, senza un motivo. Avete ucciso il marito di qualcuno, il figlio di qualcuno, il padre di qualcuno. La mia famiglia ha il cuore spezzato», scrive Souleymane. Ieri mattina ha raggiunto Taranto. Un viaggio iniziato appena appresa la notizia della morte del fratello più grande. Da Pamplona a Madrid, 500 chilometri in bus in attesa del primo volo economico che lo riportasse in Puglia. Ad attenderlo all’aeroporto di Bari, Caterina Contegiacomo, volontaria tarantina dell’equipaggio di terra della Mediterranea Saving Humans. È stata lei, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, a dare la notizia alla famiglia e agli amici con cui Bakari condivideva una casa nel centro di Taranto. «Non volevano crederci mi ripetevano che era andato a lavoro, che non era lui, che c’era un errore. Siamo ancora tutti sotto choc perché Bakari era un ragazzo d’oro, silenzioso, gentile. Anche quando gioiva lo faceva sempre con garbo, con compostezza. Non sappiamo cosa sia potuto succedere. Quello che è sicuro è che certi sguardi feriscono come coltellate e purtroppo spesso questi ragazzi vengono invitati a scendere dall’autobus perché si crede che non abbiano il biglietto, non danno loro una casa o un lavoro o vengono insultati per strada sottovoce».
In mezzo a un razzismo strisciante c’è però una Taranto accogliente che si indigna. Giovedì, alle 17.30 in piazza Fontana, si terrà un presidio promosso da Libera Taranto, comunità africana di Taranto, Mediterranea ed associazione Babele. Si pensa anche ad una raccolta fondi per supportare la famiglia nelle spese per il ritorno della salma di Bakari in Mali. «In tantissimi ci stanno scrivendo per partecipare al presidio – spiega Enzo Pilò, tra gli organizzatori – e questo ci fa credere che ci sarà un’ampia partecipazione. La storia di Bakari è quella di tanti ragazzi che in Italia vivono, lavorano, pagano le tasse. Purtroppo le aggressioni non sono una novità. Qualche tempo fa c’era “la caccia” ai ragazzi del Bangladesh da parte di gang. È l’esito di un brodo culturale costruito per individuare nello straniero e in chi è più vulnerabile il nemico. È la deumanizzazione delle persone, sembra di essere tornati indietro, al tempo dei nazionalismi. Le coscienze è facile poi conquistarle, soprattutto in situazioni di degrado». «Se è vero che servirebbe più controllo del territorio – ha detto domenica l’arcivescovo della diocesi ionica, Ciro Miniero, durante i festeggiamenti per san Cataldo, patrono della città – lo è altrettanto che la violenza nasce dalla povertà educativa e sociale, dalla marginalizzazione delle persone. È nella prevenzione che dobbiamo investire sforzi e risorse: una società istruita, coesa, pacificata è una società più sicura». Taranto intanto, con in testa la comunità maliana, in queste ore ha chiesto giustizia «per un ragazzo che non tornerà più a casa», dice Dembele Fallaye, che nel capoluogo ionico vive e lavora da anni e nel libro “Il mio viaggio, il nostro futuro” racconta il suo intenso percorso di vita dal deserto alla Libia fino all’accoglienza da minore non accompagnato. «Bakari lo conoscevo di vista ma mi addolora sapere che non vedrà nascere i suoi figli, non ritroverà la sua famiglia. Nessuno merita di morire così».
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