Per l'hantavirus c'è già chi sta studiando un vaccino (ma finora nessuno ci aveva investito)
Il virologo Hooper dell'Istituto di ricerca medica dell'Esercito Usa: «Ce ne occupiamo dagli anni '80, servono ancora tempo e soldi». Farmindustria: antidoto possibile

Potrebbe non servire. Ma la scienza si prepara all’eventuale sviluppo di vaccini contro contro la forma di Hantavirus rilevata sulla nave di crociera arrivata a Tenerife. Oltre all'interessamento dell'azienda Moderna, già protagonista dell'anti-Covid realizzato a tempo record nel 2020, ci sono scienziati che studiano da tempo i diversi Hantavirus. Come Jay Hooper, virologo dell’Istituto di Ricerca medica per le Malattie infettive dell’Esercito degli Stati Uniti, che a Nature spiega come «i dati di fase I del vaccino sono promettenti, ma ci sono diversi ostacoli per arrivare a produrlo».
Ma perché oggi è tornato alla ribalta l'Hantavirus? «Alcuni hanno ipotizzato, e io stesso lo penso, che il cambiamento climatico potrebbe alterare le popolazioni di roditori e aumentare il numero di persone che vivono o entrano in aree in cui questi roditori sono presenti. Ciò potrebbe far aumentare il numero di casi – risponde Hooper –. L'esercito punta da tempo ad avere un vaccino. Ce ne occupiamo dagli anni '80. Sono entrato a far parte del team negli anni '90. In quel periodo, comparvero nuovi Hantavirus responsabili della sindrome polmonare da Hantavirus (Hps): il virus Sin Nombre», quello responsabile della morte della moglie dell’attore di Gene Hackman, poi deceduto anche lui nella regione dei Four Corners negli Stati Uniti, «e il virus Andes in Sud America. Il laboratorio iniziò a sviluppare vaccini per queste specie».
Oggi il lavoro del team di Hooper è arrivato a buon punto, «abbiamo sviluppato un modello animale realistico per testare i vaccini partendo dai criceti – continua –. Abbiamo condotto studi clinici di fase I su vaccini per il virus Andes e per altre due specie, Hantaan e Puumala. Nell’uomo, il vaccino a Dna contro il virus Andes induce anticorpi neutralizzanti, importanti per la protezione, quindi il vaccino appare promettente. Tuttavia, richiede almeno tre dosi (una iniziale e due richiami) anziché una singola iniezione o una semplice dose-richiamo. Stiamo prelevando anticorpi neutralizzanti dai soggetti umani vaccinati e li stiamo testando come vaccino nel modello di criceto; i risultati saranno pubblicati in futuro». Ma per arrivare alla fase III c’è ancora da fare. «Poiché i casi umani di infezione da virus Andes sono rari e geograficamente dispersi, non esiste una regione specifica in cui condurre un classico studio di fase III sull'efficacia; pertanto, per soddisfare i requisiti di autorizzazione all'immissione in commercio, sono necessari approcci più innovativi. Da qui l’enfasi sugli anticorpi neutralizzanti come indicatore di protezione», avverte il virologo che però puntualizza: «Un ostacolo importante è rappresentato dai finanziamenti per la fase di sviluppo avanzato».
Tuttavia, in caso di necessità, l’industria farmaceutica sarebbe pronta ad investire. Per il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, «la strada per arrivare ad un vaccino contro l'Hantavirus è assolutamente percorribile, ma siamo confidenti che non ve ne sarà l'esigenza, perché l'attuale focolaio non diventerà una epidemia o pandemia e al momento non ci sono emergenze. Ad ogni modo oggi abbiamo la scienza e la tecnologia per dare risposte molto veloci a problemi che possono emergere».
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