Il villaggio per i senzatetto di Bologna in memoria di Giovanni Tamburi è già in bilico
di Chiara Pazzaglia, Bologna
La struttura, in memoria del ragazzo morto nell'incendio di Crans Montana,, incontra la contrarietà di alcuni residenti. Il papà: «È un progetto antidegrado»

Il progetto del Villaggio per persone senza dimora che dovrebbe sorgere a Bologna in memoria di Giovanni Tamburi, il ragazzo morto nel tragico incendio di Crans-Montana, conosce un primo arresto ancor prima che i lavori possano iniziare. Nell’area individuata, la zona del Lazzaretto, alcuni residenti hanno manifestato la loro contrarietà, sostenuti dalla Lega locale. Il capogruppo Matteo Di Benedetto ha chiesto la sospensione dell’iter, denunciando decisioni prese senza un reale coinvolgimento del quartiere e ricordando che la zona vive da tempo problemi di sicurezza, episodi di furti, situazioni di degrado e accampamenti abusivi che alimentano un diffuso senso di abbandono. I residenti riferiscono di aver avviato una raccolta firme, parlando di “centinaia di adesioni”, anche se al momento non è stato possibile verificarne il numero.
La reazione del padre di Giovanni, Giuseppe Tamburi, è di profonda amarezza. Raggiunto al telefono, spiega di attendere una chiamata da parte dei residenti: «Vorrei poter raccontare loro quello che, per me, non hanno capito bene del progetto», dice. L’idea del Villaggio nasce infatti da una scoperta avvenuta solo dopo la morte del figlio: Giovanni, nei pomeriggi liberi, si recava ad aiutare un gruppo di senzatetto della città, portando loro cibo, coperte, piccoli gesti di attenzione che aveva scelto di vivere nel silenzio. Sono stati proprio alcuni di loro, addolorati per la sua scomparsa, a rivelarlo alla famiglia. Da qui il desiderio del padre di trasformare quel tratto nascosto di generosità in un’opera concreta, condivisa con il Comune. Il suo timore, data la reazione dei cittadini, è che, stando così le cose, «nessun luogo, allora, potrà essere ritenuto adatto al progetto, anche spostandolo».
Questo, infatti, non rappresenta un aggravio per la città, dice, ma un presidio ordinato e stabile, con moduli abitativi leggeri, servizi essenziali, una gestione professionale e la presenza di volontari. Una struttura pensata «per contrastare il degrado, non per alimentarlo. Secondo me non hanno capito bene queste cose, ne parlerò col Comune e poi, spero, anche coi cittadini» conclude Tamburi: le paure dei residenti, che denunciano un sovraccarico di fragilità già presenti, si intrecciano con una percezione di insicurezza che non coincide con la natura del progetto.
Accanto alla famiglia Tamburi si è espresso anche monignor Stefano Ottani, già vicario episcopale, che conosceva Giovanni sin da bambino e si è detto disponibile a collaborare, a offrire una presenza pastorale e un gruppo di volontari, «ma anche ad incontrare i residenti insieme al padre di Giovanni, qualora venisse richiesto», dice. Nelle sue parole emerge la convinzione che il Villaggio possa diventare «un’occasione di valorizzazione del Lazzaretto, un luogo capace di generare relazioni, cura e attenzione, persino un presidio contro il degrado che oggi viene temuto». Ritiene che molti cittadini «non abbiano ancora colto questa prospettiva» e che «un confronto sereno possa aiutare a dissipare timori e incomprensioni».
Insomma, il Villaggio vorrebbe essere un luogo capace di restituire dignità a chi oggi vive ai margini, non certo un pretesto per ulteriori divisioni in città. Ora la parola passa al Comune, cui spetta una mediazione coi residenti. Per ora si lasciano aperte varie strade. L'assessora alla Sicurezza del Comune di Bologna, Matilde Madrid, intervenendo sul progetto, oltre a esprimere gratitudine verso la famiglia Tamburi per la disponibilità e la volontà di ricordare Giovanni, spiega che si stanno valutando «una serie di aree, tra cui anche via Terracini, ma non è l’unica».
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