L''intollerabile comportamento di Ben-Gvir è un danno per Israele
L'irrisione degli attivisti della Flotilla costituisce una pagina nerissima per i diritti umani nel mondo delle democrazie al quale Israele appartiene

L’insopportabile umiliazione pubblica dei militanti della Flotilla fermati in mare e condotti in ceppi nel porto di Ashdod come pericolosi criminali costituisce una pagina nerissima per i diritti umani nel mondo delle democrazie al quale Israele appartiene, e proprio per questo. Non c’è giustificazione per un trattamento che calpesta la libertà di espressione del dissenso, anche quando è condotta in una forma volutamente provocatoria sulla quale sono del tutto legittime opinioni differenti. Nulla tuttavia giustifica ciò che ha mostrato il video circolato su tv e social globali: liberi cittadini di diverse nazioni ammanettati e costretti con la forza a chinare la fronte a terra davanti alla tracotanza di chi intanto li insolentiva rivolgendosi sprezzante nei loro confronti come “terroristi”. Il terrore, semmai, sembra risiedere in chi teme visioni del mondo diverse dalle sue e, non contemplandole nel suo orizzonte, pensa che qualunque idea dissonante vada schiacciata, irrisa, cancellata.
Il capo dello Stato Sergio Mattarella, come sempre, ha scelto gli aggettivi più precisi per definire l’ignominia consumata davanti agli occhi del mondo parlando di «trattamento incivile» e di «livello infimo», con l’aggravante che a segnare questo passaggio è «un ministro del governo di Israele». In rete l’odio reciproco circola a dosi massicce, ma c’è tutt’altra responsabilità pubblica quando a esprimerlo è l’autorità istituzionale di un Paese pluralista. La vergogna del comportamento irresponsabile di Ben-Gvir finisce fatalmente per coinvolgere infatti il governo israeliano, almeno finché il ministro della Sicurezza nazionale resta al suo posto. E la presa di distanza del premier Netanyahu dal suo fanatico ministro davanti allo sdegno dei Paesi coinvolti appare come una pezza tardiva a gesti e comportamenti che proseguono da tempo, di fatto incontrastati, e che hanno creato il clima di intolleranza nel quale prosperano gesti come lo sfregio al crocifisso in Libano o l’aggressione alla suora a Gerusalemme.
Quel che è accaduto ad Ashdod è uno di quegli episodi che però possono finire per scuotere l’opinione pubblica, e la nostra coscienza. Non certo per rispondere con altrettanta intolleranza a Israele – ce n’è già troppa in giro, altrettanto inaccettabile – ma per comprendere che l’aggressività violenta assunta ormai quasi con noncuranza come stile delle relazioni con chi “non è d’accordo” procura un danno irreversibile a Israele, se davanti a questo livello «infimo» non scaturiranno nella società e nel governo israeliani gli anticorpi civili per fermarsi e reagire. Che il Paese dall’altro lato del Mediterraneo sia un esempio di credibilità è interesse di tutti, per più di un buon motivo. Aiutarli a non diventare i peggiori nemici di sé stessi, con modi opposti a quelli del ministro terrorizzante, è anche nostro dovere.
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