L'apertura anticipata della scuola in Emilia-Romagna è una svolta per la famiglia. E andrebbe seguita
Dal 31 agosto in 42 Comuni emiliano-romagnoli le primarie apriranno con laboratori, sport e attività educative prima dell’inizio delle lezioni. Una risposta concreta all’emergenza della conciliazione estiva che trasforma la scuola in un presidio sociale per bambini e genitori

Aprire le scuole prima dell’inizio delle lezioni «per aiutare le famiglie a vivere meglio». È questa la scelta dell’Emilia-Romagna, che dal 31 agosto al 14 settembre terrà appunto aperte le scuole primarie in 42 dei suoi Comuni con attività sportive, laboratori, musica, teatro, gioco e servizi educativi rivolti ai bambini dai 6 agli 11 anni. Una sperimentazione finanziata con 3 milioni di euro dalla Regione e destinata, nelle intenzioni del presidente Michele de Pascale, a diventare strutturale entro il 2027. E una notizia dirompente, per almeno tre ragioni. La prima è che, finalmente, qualcuno prende sul serio il gigantesco problema della conciliazione estiva. La seconda è che la scuola viene pensata non soltanto come luogo della didattica ma come infrastruttura sociale della comunità. La terza è che si prova a uscire dalla sterile contrapposizione tra chi vorrebbe accorciare le vacanze scolastiche e chi difende il calendario attuale come un residuo intoccabile della tradizione italiana.
Per capire la portata della decisione bisogna partire da un dato molto semplice: in Italia le vacanze scolastiche estive durano oltre dodici settimane, tra le più lunghe d’Europa. Un tempo enorme nella vita di una famiglia in cui entrambi i genitori lavorano, soprattutto se non esiste una rete di nonni disponibili o centri estivi privati economicamente sostenibili (fatta salva l'opzione degli oratori estivi, ovviamente, che sostenibile è ma che non copre tutto il periodo). Per milioni di famiglie italiane l’estate non è un tempo di riposo ma una lunga emergenza organizzativa. Una corsa a ostacoli fatta di ferie spezzettate, babysitter, campi estivi, smart working trasformato in accudimento domestico e, sempre più spesso, congedi parentali usati come extrema ratio. Lo raccontavano bene anche i dati analizzati dalla Fondazione Gi Group insieme a Valore D: nei mesi estivi, soprattutto a giugno e agosto, le richieste di congedo parentale aumentano sensibilmente, con picchi che riguardano soprattutto le madri. Non perché i figli abbiano improvvisamente più bisogno di cura in estate, ma perché il sistema italiano continua a scaricare quasi interamente sulle famiglie il costo organizzativo delle lunghissime pause scolastiche. E dentro questa fatica si consuma ancora una volta una storica disuguaglianza di genere: sono soprattutto le donne a ridurre il lavoro, adattare gli orari, rinunciare a opportunità professionali per “coprire” i vuoti lasciati dall’assenza di servizi. In questo senso la scelta dell’Emilia-Romagna intercetta un punto decisivo: non modifica formalmente il calendario scolastico evitando così il conflitto con insegnanti, dirigenti e famiglie che ancora utilizzano settembre per le ferie, ma introduce un modello intermedio che riconosce una verità evidente, e cioè che oggi la scuola non può limitarsi alle ore di lezione. Deve diventare una presenza educativa più ampia, capace di accompagnare la vita concreta delle famiglie. Le attività saranno infatti gestite da educatori, associazioni sportive e culturali, realtà del terzo settore. I bambini non torneranno sui libri ma vivranno laboratori, esperienze creative, gioco, socialità.
Negli ultimi anni il tema delle “scuole aperte” è diventato centrale in molti Paesi europei proprio perché gli edifici scolastici sono tra i pochi presìdi pubblici diffusi nei territori. Tenerli chiusi per tre mesi l’anno mentre le famiglie arrancano appare sempre più anacronistico. L’Emilia-Romagna, in questo senso, prova a immaginare la scuola come un’infrastruttura sociale permanente, non soltanto come un servizio didattico a tempo determinato. Naturalmente le questioni aperte non mancano. La prima riguarda le disuguaglianze territoriali: la sperimentazione coinvolge 42 Comuni e Unioni di Comuni, ma la qualità dell’offerta dipenderà molto dalle reti associative locali, dagli spazi disponibili, dalla capacità organizzativa delle amministrazioni. Esiste il rischio concreto di creare territori ricchi di opportunità educative e altri in cui l’apertura anticipata si traduca in una semplice forma di custodia. Poi c’è il nodo climatico. Negli ultimi anni il dibattito sulla revisione del calendario scolastico si è intrecciato inevitabilmente all’aumento delle temperature. Le proposte avanzate nei mesi scorsi dall’allora ministra del Turismo Daniela Santanchè, orientate a distribuire diversamente le vacanze per favorire la destagionalizzazione del turismo, avevano suscitato molte critiche proprio perché una parte consistente delle scuole italiane non è attrezzata per affrontare il caldo di giugno e settembre. Edifici senza climatizzazione, aule inadatte, città soffocate dalle ondate di calore rendono difficile immaginare un semplice “allungamento” dell’anno scolastico tradizionale.
La soluzione dell'Emilia-Romagna tenta di aggirare il problema con maggiore flessibilità: attività leggere, orari modulabili, gestione comunale e, ovviamente, adesione volontaria. Ma la questione che dovrebbe al più presto imporsi al dibattito pubblico e politico è un'altra: non quando si va o si torna dalla vacanza, ma quale alleanza (e quale alleanza pubblica) vogliamo costruire intorno alla crescita dei bambini. Per decenni il modello italiano ha retto grazie a una struttura familiare estesa: nonni presenti, madri meno inserite nel mercato del lavoro, comunità territoriali più stabili. Quel mondo però adesso si sta sgretolando: si fanno figli più tardi (quando si fanno, perché il “costo” dei figli e della conciliazione è tra le ragioni principali del crollo demografico), i nonni sono più anziani, le famiglie vivono lontane, la mobilità lavorativa aumenta, il lavoro femminile resta fragile e discontinuo. Continuare a immaginare che tre mesi di chiusura scolastica possano essere gestiti privatamente dalle famiglie significa ignorare la trasformazione profonda della società italiana.
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