Perché Ben-Gvir si produce in queste inaccettabili provocazioni? Che gioco (politico) c’è dietro?

Nella destra radicale israeliana la sopravvivenza non passa solo dalla permanenza al governo, ma dalla capacità di apparire irriducibili. Ed è possibile che il ministro della Sicurezza nazionale stia cercando esattamente questo: trasformare una rottura politica in un’investitura identitaria davanti al proprio elettorato
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May 20, 2026
Perché Ben-Gvir si produce in queste inaccettabili provocazioni? Che gioco (politico) c’è dietro?
Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir /Epa
Dietro le continue, e inaccettabili, provocazioni di Itamar Ben-Gvir (la campagna per la pena di morte ai terroristi, la torta con il cappio, le spille con la forca alla Knesset, le visite provocatorie alla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio, le Marce ultranazionaliste a Gerusalemme, solo per elencare le ultime) potrebbe esserci qualcosa che va oltre una semplice escalation ideologica. Nella destra radicale israeliana, la sopravvivenza politica non passa solo dalla permanenza al governo, ma dalla capacità di apparire irriducibili. Ed è possibile che il ministro della Sicurezza nazionale stia cercando esattamente questo: costruirsi (in prospettiva) un’uscita “onorevole” (nella sua visione) dal governo Netanyahu (in difficoltà), trasformando una rottura politica in un’investitura identitaria davanti al proprio elettorato.
L’episodio di oggi contro gli attivisti della Flotilla si inserisce perfettamente in questa logica. Non solo per il contenuto della provocazione, ma per il tipo di terreno scelto: Gaza, pressione internazionale, sicurezza nazionale, scontro simbolico con attivisti percepiti dalla destra israeliana come ostili allo Stato ebraico. Un contesto ideale per polarizzare e costringere il premier Benjamin Netanyahu a esporsi. Ben-Gvir sa che la sua forza politica non dipende dalla governabilità tradizionale: dipende dalla capacità di incarnare una destra estrema, refrattaria ai limiti. Restare troppo dentro la disciplina di governo rischia di danneggiarlo: normalizzarsi significherebbe perdere autenticità agli occhi della sua base. Per questo la provocazione permanente è diventata il suo principale strumento politico.
E' una dinamica che incide anche sulla competizione interna alla destra estremista. Ben-Gvir sa che parte del suo elettorato si sovrappone a quello di Bezalel Smotrich, leader di HaTzionut HaDatit (Sionismo religioso), che sta perdendo consensi (potrebbe scendere sotto la soglia elettorale) perché percepito dai suoi come ormai addomesticato dalla dimensione istituzionale. Mantenere una radicalità pubblica costante consente quindi a Ben-Gvir di procedere con una lenta opera di cannibalizzazione del partito contiguo.
Le rilevazioni più recenti in vista del voto d’autunno mostrano un Likud indebolito e una coalizione pro-Netanyahu che in diversi scenari non raggiungerebbe più la maggioranza parlamentare (50-52 seggi il blocco pro-Bibi; 58-60 quello dell'opposizione; per governare ne servono 61 su 120). Parallelamente, Otzma Yehudit (Potere Ebraico, il partito di Ben-Gvir) continua a mantenere uno zoccolo duro relativamente stabile, oscillando attorno ai 7-10 seggi: numeri che possono condizionare qualsiasi futura coalizione. È qui che emerge la possibile strategia di Ben-Gvir. Se percepisce che Netanyahu rischia davvero di perdere il potere, allora prendere le distanze prima del voto potrebbe diventare conveniente. Non attraverso "dimissioni" ordinarie: molto più utile mostrarsi marginalizzato perché "troppo ideologico”, "troppo duro", "troppo refrattario alle pressioni internazionali": una narrativa che nella destra nazionalista israeliana può trasformarsi in capitale politico per un dopo-Bibi.
La mossa contro la Flotilla può allora essere letta come un test di prova. Da un lato Ben-Gvir parla al suo elettorato: «Io non cedo». Dall’altro mette Netanyahu davanti a un dilemma: tollerare nuove escalation oppure intervenire, rischiando però di trasformare il suo (indispensabile ) alleato in un "martire politico" della destra post-7 ottobre, e di ritrovarsi, nei fatti, senza i numeri per governare. Naturalmente sarebbe riduttivo immaginare tutto come un piano freddamente pianificato: in Ben-Gvir convivono fanatismo ideologico, istinto incendiario e calcolo elettorale. Ma proprio questa miscela rende credibile l’ipotesi: la provocazione non serve necessariamente a uscire subito da un governo in affanno: serve a restare costantemente sul bordo della rottura, dove il rendimento politico, per lui, è massimo.

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