Quando Ettore Bernabei mediò tra Urss e Vaticano
Nei suoi diari l’allora direttore generale della Rai raccontò il poco noto tentativo di dialogo, avvenuto tra tra il 1962 e il 1963

Anticipiamo qui alcune pagine da Ettore Bernabei. Diari. Gli anni della grande speranza 1961-1965 vol. 2, a cura di Agostino Giovagnoli (Rubbettino, pagine 256, euro 18) e realizzato grazie al contributo scientifico della Fondazione La Pira. Il secondo volume dei diari di Bernabei copre un quinquennio segnato da profondi cambiamenti storici e politici: dal Concilio Vaticano II alla presidenza Kennedy alla destalinizzazione sovietica, fino ai primi governi di centro-sinistra in Italia.
Dopo aver tenuto un Diario dal 1956 al 1960, Ettore Bernabei decise di interromperlo. Ma eventi inattesi e fuori dall’ordinario lo indussero a riprenderlo. Cominciò infatti per lui una straordinaria avventura, in cui fu coinvolto da La Pira e Fanfani.
Il primo aveva da tempo un rapporto diretto con gli ambasciatori sovietici in Italia, aveva invitato il sindaco di Mosca a Firenze nel 1955 e nel 1959 aveva compiuto un viaggio a Mosca. I sovietici presero a guardare le iniziative di La Pira con grande interesse.
A sua volta, Fanfani, legato da uno strettissimo rapporto con il sindaco di Firenze, nel 1960 era tornato ad essere Presidente del Consiglio, operando per avviare un dialogo tra Italia e Unione sovietica, pur nel quadro della fedeltà atlantica. Queste premesse fecero sì che nel 1962 La Pira e Fanfani cominciassero a collaborare strettamente con il Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, mons. Angelo Dell’Acqua, per favorire i rapporti tra Santa Sede e Urss, cui Bernabei fu chiamato a partecipare in quanto “uomo di fiducia” (ma era anche una figura di spicco in Italia, come direttore generale della Rai). E nel suo Diario riportò fedelmente tutte le tappe di questa straordinaria vicenda, finora poco nota.
Fu il tentativo di trasformare la distensione in molto di più di quello che poi è stata effettivamente e cioè di farne non solo un importante allentamento della tensione all’interno della Guerra fredda, ma anche una via per uscire dalla Guerra fredda, non con lo scontro ma con il dialogo, non con un vincitore ma nella collaborazione. Insomma, fu il tentativo di avvicinare Oriente ed Occidente, per usare parole di Giovanni XXIII tante volte ripensate, rielaborate, rilanciate da La Pira.
Fanfani ne fu il principale attore politico, il Sostituto mons. Angelo Dell’Acqua ne rappresentò il maggiore sostenitore in Vaticano e Bernabei ne fu uno straordinario esecutore. Tale iniziativa si intrecciò strettamente con le origini del centro-sinistra in Italia, in cui ebbero un ruolo di primo piano gli stessi protagonisti.
Per loro, infatti, l’apertura ai socialisti rappresentò l’altra faccia del grande disegno di pace tracciato da Giovanni XXIII e interpretato da La Pira: facendo leva su un particolare rapporto con la S. Sede e la Chiesa cattolica, l’Italia avrebbe potuto fare da apripista ad un cambiamento storico nei rapporti tra Occidente e mondo comunista. Fu l’inizio della Ostpolitik vaticana, di cui tanto si è scritto e discusso, e che ha avuto in Agostino Casaroli uno dei principali protagonisti. Ma l’allora mons. Casaroli si inserì in questa iniziativa solo nell’aprile 1963 e lui stesso ebbe la sensazione di salire su un treno che era già partito. L’impulso originario all’avvio dell’Ostpolitik venne infatti dato da Giovanni XXIII con l’apertura alla possibilità di relazioni diplomatiche tra S. Sede e Unione sovietica.
Ci fu un primo incontro di La Pira e Bernabei con l’ambasciatore sovietico in Italia, Semën Pavlovic Kozyrev, nel giugno 1962. Bernabei gli trasmise poi l’invito al Concilio di osservatori ortodossi russi. La risposta dell’ambasciatore fu incoraggiante. Seguì un viaggio a Mosca di Bernabei, che spianò la strada alla partecipazione degli osservatori ortodossi al Concilio.
Successivamente, Bernabei si recò negli Stati Uniti. Esponenti di rilievo dell’Amministrazione americana – tra cui Schlesinger - lo trattarono come un interlocutore importante e Bernabei portò il discorso “sulla Chiesa e il mondo comunista”: “«Voi non potete pensare […] che la Chiesa rinunci a mezza umanità solo perché certi Paesi si sono dati un regime economico diverso da quello tradizionale […] Dal momento che non si può fare più la guerra decisiva, la Chiesa ha cercato e cerca di avvicinare il mondo comunista – così come fece Leone Magno con i barbari»”.
Il primo aveva da tempo un rapporto diretto con gli ambasciatori sovietici in Italia, aveva invitato il sindaco di Mosca a Firenze nel 1955 e nel 1959 aveva compiuto un viaggio a Mosca. I sovietici presero a guardare le iniziative di La Pira con grande interesse.
A sua volta, Fanfani, legato da uno strettissimo rapporto con il sindaco di Firenze, nel 1960 era tornato ad essere Presidente del Consiglio, operando per avviare un dialogo tra Italia e Unione sovietica, pur nel quadro della fedeltà atlantica. Queste premesse fecero sì che nel 1962 La Pira e Fanfani cominciassero a collaborare strettamente con il Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, mons. Angelo Dell’Acqua, per favorire i rapporti tra Santa Sede e Urss, cui Bernabei fu chiamato a partecipare in quanto “uomo di fiducia” (ma era anche una figura di spicco in Italia, come direttore generale della Rai). E nel suo Diario riportò fedelmente tutte le tappe di questa straordinaria vicenda, finora poco nota.
Fu il tentativo di trasformare la distensione in molto di più di quello che poi è stata effettivamente e cioè di farne non solo un importante allentamento della tensione all’interno della Guerra fredda, ma anche una via per uscire dalla Guerra fredda, non con lo scontro ma con il dialogo, non con un vincitore ma nella collaborazione. Insomma, fu il tentativo di avvicinare Oriente ed Occidente, per usare parole di Giovanni XXIII tante volte ripensate, rielaborate, rilanciate da La Pira.
Fanfani ne fu il principale attore politico, il Sostituto mons. Angelo Dell’Acqua ne rappresentò il maggiore sostenitore in Vaticano e Bernabei ne fu uno straordinario esecutore. Tale iniziativa si intrecciò strettamente con le origini del centro-sinistra in Italia, in cui ebbero un ruolo di primo piano gli stessi protagonisti.
Per loro, infatti, l’apertura ai socialisti rappresentò l’altra faccia del grande disegno di pace tracciato da Giovanni XXIII e interpretato da La Pira: facendo leva su un particolare rapporto con la S. Sede e la Chiesa cattolica, l’Italia avrebbe potuto fare da apripista ad un cambiamento storico nei rapporti tra Occidente e mondo comunista. Fu l’inizio della Ostpolitik vaticana, di cui tanto si è scritto e discusso, e che ha avuto in Agostino Casaroli uno dei principali protagonisti. Ma l’allora mons. Casaroli si inserì in questa iniziativa solo nell’aprile 1963 e lui stesso ebbe la sensazione di salire su un treno che era già partito. L’impulso originario all’avvio dell’Ostpolitik venne infatti dato da Giovanni XXIII con l’apertura alla possibilità di relazioni diplomatiche tra S. Sede e Unione sovietica.
Ci fu un primo incontro di La Pira e Bernabei con l’ambasciatore sovietico in Italia, Semën Pavlovic Kozyrev, nel giugno 1962. Bernabei gli trasmise poi l’invito al Concilio di osservatori ortodossi russi. La risposta dell’ambasciatore fu incoraggiante. Seguì un viaggio a Mosca di Bernabei, che spianò la strada alla partecipazione degli osservatori ortodossi al Concilio.
Successivamente, Bernabei si recò negli Stati Uniti. Esponenti di rilievo dell’Amministrazione americana – tra cui Schlesinger - lo trattarono come un interlocutore importante e Bernabei portò il discorso “sulla Chiesa e il mondo comunista”: “«Voi non potete pensare […] che la Chiesa rinunci a mezza umanità solo perché certi Paesi si sono dati un regime economico diverso da quello tradizionale […] Dal momento che non si può fare più la guerra decisiva, la Chiesa ha cercato e cerca di avvicinare il mondo comunista – così come fece Leone Magno con i barbari»”.
Tornato dal viaggio, recatosi da Kozyrev, Bernabei ebbe la sorpresa di sentirsi rivolgere una richiesta inattesa: «Mi chiede come può fare a intavolare trattative per creare normali rapporti diplomatici tra la Russia e il Vaticano». L’iniziativa sovietica nasceva dalla «sintonia con papa Giovanni riguardo al tema della pace», ha scritto Adriano Roccucci.
Il 1962 si concluse con gli auguri di Natale di Krusciov al papa e con la Pravda che dava ampio spazio al messaggio natalizio di Giovanni XXIII. Alla data 14 gennaio 1963 si legge nel diario di Bernabei: «Questa giornata potrà avere sviluppi veramente storici e memorabili. Stasera Fanfani ha telefonato a La Pira dicendo: «Puoi intonare il Te Deum . E per La Pira può essere veramente il coronamento di un disegno lanciato arditamente dieci anni fa quando certamente tutti credevano che fosse un visionario. Kozyrev nel pomeriggio ha detto a Fanfani che il suo governo è disposto a iniziare trattative con la Santa Sede per stabilire rapporti diplomatici.
Fanfani ha ricevuto a cena a casa sua Dell’Acqua, comunicandogli la notizia. Dell’Acqua ha subito fissato le modalità e la data di inizio delle trattative […] Fanfani ha riferito a Kozyrev la decisione della Santa Sede di iniziare subito le trattative con la Russia, lasciandolo molto colpito per la tempestività ed efficacia di decisione».
La questione delle relazioni diplomatiche si intrecciò con la liberazione del vescovo ucraino Slypyj, in prigione da molti anni. Bernabei afferma: «La liberazione di Slypyj era stata chiesta dalla Santa Sede, come prova di buona volontà del governo sovietico (atta a favorire l’inizio delle trattative per lo stabilimento di rapporti diplomatici)».
Di lì a poco, mons. Johannes Willebrands si recò a Mosca, da cui tornò accompagnando Slypyj in Italia. Da parte sovietica, sorse la preoccupazione che la S. Sede non volesse perseguire veramente l’obiettivo delle relazioni diplomatiche. Infastidì che il card. Bea sollevasse la questione della libertà religiosa, dai sovietici considerato un affare interno dell’Urss, e rimandasse l’allacciamento delle relazioni diplomatiche. L’incidente sembrò superato tanto che, pochi giorni dopo, Kozyrev comunicò a Bernabei una «vicenda di notevole significato. Il genero di Krusciov, arrivato stamani a Roma, chiede con la moglie di essere ricevuto dal Papa». Dell’Acqua ne rimase «colpito, commosso, entusiasta e preoccupato».
L’udienza di Giovanni XXIII al genero di Krusciov suscitò grande clamore e forti proteste in Vaticano e altrove. Nelle sue memorie, Adžubej ha scritto che durante l’udienza Giovanni XXIII assicurò che avrebbe ricevuto Krusciov nel caso di una sua visita in Italia: era questo uno dei principali obiettivi della visita. Bernabei commentò: «Oggi Giovanni XXIII ha dichiarato che la Chiesa, nel perseguire la pace, intende mantenersi nella perfetta neutralità».
La visita di Adžubej fu indubbiamente un successo e Krusciov trasmise a Kozyrev la volontà di accelerare le trattative per le relazioni diplomatiche. Anche l’enciclica Pacem in terris fu accolta in Urss con grande interesse. La morte di Giovanni XXIII avrebbe messo fine, di lì a poco, a un’importante stagione delle relazioni vaticano-sovietiche.
Il 1962 si concluse con gli auguri di Natale di Krusciov al papa e con la Pravda che dava ampio spazio al messaggio natalizio di Giovanni XXIII. Alla data 14 gennaio 1963 si legge nel diario di Bernabei: «Questa giornata potrà avere sviluppi veramente storici e memorabili. Stasera Fanfani ha telefonato a La Pira dicendo: «Puoi intonare il Te Deum . E per La Pira può essere veramente il coronamento di un disegno lanciato arditamente dieci anni fa quando certamente tutti credevano che fosse un visionario. Kozyrev nel pomeriggio ha detto a Fanfani che il suo governo è disposto a iniziare trattative con la Santa Sede per stabilire rapporti diplomatici.
Fanfani ha ricevuto a cena a casa sua Dell’Acqua, comunicandogli la notizia. Dell’Acqua ha subito fissato le modalità e la data di inizio delle trattative […] Fanfani ha riferito a Kozyrev la decisione della Santa Sede di iniziare subito le trattative con la Russia, lasciandolo molto colpito per la tempestività ed efficacia di decisione».
La questione delle relazioni diplomatiche si intrecciò con la liberazione del vescovo ucraino Slypyj, in prigione da molti anni. Bernabei afferma: «La liberazione di Slypyj era stata chiesta dalla Santa Sede, come prova di buona volontà del governo sovietico (atta a favorire l’inizio delle trattative per lo stabilimento di rapporti diplomatici)».
Di lì a poco, mons. Johannes Willebrands si recò a Mosca, da cui tornò accompagnando Slypyj in Italia. Da parte sovietica, sorse la preoccupazione che la S. Sede non volesse perseguire veramente l’obiettivo delle relazioni diplomatiche. Infastidì che il card. Bea sollevasse la questione della libertà religiosa, dai sovietici considerato un affare interno dell’Urss, e rimandasse l’allacciamento delle relazioni diplomatiche. L’incidente sembrò superato tanto che, pochi giorni dopo, Kozyrev comunicò a Bernabei una «vicenda di notevole significato. Il genero di Krusciov, arrivato stamani a Roma, chiede con la moglie di essere ricevuto dal Papa». Dell’Acqua ne rimase «colpito, commosso, entusiasta e preoccupato».
L’udienza di Giovanni XXIII al genero di Krusciov suscitò grande clamore e forti proteste in Vaticano e altrove. Nelle sue memorie, Adžubej ha scritto che durante l’udienza Giovanni XXIII assicurò che avrebbe ricevuto Krusciov nel caso di una sua visita in Italia: era questo uno dei principali obiettivi della visita. Bernabei commentò: «Oggi Giovanni XXIII ha dichiarato che la Chiesa, nel perseguire la pace, intende mantenersi nella perfetta neutralità».
La visita di Adžubej fu indubbiamente un successo e Krusciov trasmise a Kozyrev la volontà di accelerare le trattative per le relazioni diplomatiche. Anche l’enciclica Pacem in terris fu accolta in Urss con grande interesse. La morte di Giovanni XXIII avrebbe messo fine, di lì a poco, a un’importante stagione delle relazioni vaticano-sovietiche.
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