Claire Adam: «Il peso del mondo è sulle spalle dei ragazzi»

La famiglia protagonista di “Golden child” racconta come amore, responsabilità e disuguaglianze possano plasmare le scelte dei più giovani
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May 17, 2026
Claire Adam: «Il peso del mondo è sulle spalle dei ragazzi»
La scrittrice Claire Adam, nata e cresciuta a Trinidad e Tobago / Tricia Keracher
Oggi al Salone del Libro arriva Golden child (66thand2nd, pagie 264, euro 20,00), esordio di Claire Adam, scrittrice originaria di Trinidad e Tobago che da anni vive a Londra e che non era ancora mai stata pubblicata in Italia (nel 2025 è uscito il suo secondo libro, Love Forms, longlisted al Booker Prize). In Golden child Adam si destreggia tra le complesse dinamiche legate ai rapporti familiari e all’appartenenza agli strati più umili della società. Il romanzo è ambientato a Trinidad, in una piccola abitazione circondata dalla vegetazione nel mezzo della campagna, dove una famiglia dai mezzi modesti è impegnata a tirare avanti. Clyde, il padre, lavora senza sosta, Joy, la moglie, si prende cura della casa. Hanno due figli di tredici anni che, seppur gemelli, non si somigliano affatto. Paul è un ragazzino taciturno, con la tendenza a cacciarsi nei guai, Peter invece è brillante, pieno di amici, bravissimo a scuola. È lui il figlio perfetto, il “golden child” cui assicurare un futuro. Un giorno Paul scompare e da lì cambia tutto. Con Adam abbiamo discusso di come questo libro tratti di amore e delle prove che la vita chiede di affrontare, ma anche della caducità dei nostri fragili sforzi.
Il suo romanzo inizia con una domanda: cosa è disposto a fare un genitore per il proprio figlio? Nel caso del suo libro però la domanda sembra spingersi oltre: cosa sono disposti a sacrificare e, soprattutto, chi?
«Il romanzo ruota attorno a una famiglia e, come dice lei, si tratta di sacrificio e di dover scegliere tra i figli. Ma la vera questione con cui mi sono confrontata era l’ambizione. La mia famiglia era come quella del libro: il nostro obiettivo di vita era “andarcene” da Trinidad. Non dovevamo arrivare agli stessi estremi dei personaggi, ma questa spinta ha comunque definito la storia delle nostre vite. La cosa curiosa è che Trinidad è in realtà piuttosto bella e molte persone ci vivono felicemente. Allora da dove venivano quella spinta profonda e quell’ambizione? È questo che stavo cercando di capire».
Clyde è un personaggio umano, pieno di contraddizioni: lo vede più come una vittima delle circostanze o come responsabile delle proprie scelte?
«Clyde proviene da un ambiente così umile che non avrebbe mai immaginato una vita diversa per sé stesso se non avesse avuto dei figli. Ha ricevuto poca istruzione, vive in una piccola casa nella boscaglia e svolge un lavoro manuale. Ma poi ha questo figlio brillante, Peter: un bambino destinato a grandi cose, a una vita al di là di questa piccola isola. Clyde capisce che è suo dovere di padre aiutare Peter a realizzare il proprio potenziale. Eppure vivono in una società disorganizzata e senza legge, e quando le cose si fanno difficili, Clyde sente di non avere nessuno a cui rivolgersi e nessuno di cui fidarsi. L’idea del libro è nata proprio da lui: dall’immagine di un uomo che cammina da solo, con un bastone in mano, pronto in qualsiasi momento a lottare per la propria vita».
Peter e Paul sono geneticamente identici ma trattati in modo diverso: voleva mettere in discussione l’idea meritocratica del “bambino prodigio”?
«Il concetto o il fenomeno del “bambino prodigio” è qualcosa che i lettori provenienti da culture postcoloniali riconosceranno. Non sono sicura che susciti la stessa reazione nei lettori di altri Paesi. In passato, i colonizzatori (gli europei) erano istruiti, mentre i colonizzati (schiavi africani, lavoratori a contratto indiani e così via) non lo erano. Il divario tra questi due gruppi doveva sembrare impossibile da colmare. L’istruzione e l’alfabetizzazione hanno avuto un effetto profondamente trasformativo. Nel corso delle generazioni hanno liberato quelle popolazioni dalla schiavitù e le hanno condotte alla libertà. In molte società postcoloniali esiste un rispetto e una venerazione culturali per l’istruzione che non vediamo nella stessa misura nel mondo sviluppato».
Clyde punta tutto su un unico figlio: voleva esplorare il peso delle aspettative sociali nelle famiglie con risorse limitate?
«Non credo che lo faccia a causa delle aspettative sociali esterne. Viene da dentro di lui: una sorta di orgoglio, o una fede incrollabile nel proprio valore intrinseco nonostante le sue umili circostanze. C’è anche una concezione diversa della famiglia, come unità piuttosto che insieme di individui. Lui fa un sacrificio non solo per Peter, ma per l’intera famiglia. E Peter, Paul e Joy, la moglie di Clyde, lo comprendono tutti in questi termini».
Esiste un modo “giusto” di essere genitori? O si dovrebbe accettare di essere imperfetti?
«Credo che la maggior parte dei genitori faccia del proprio meglio, e che tutti commettano degli errori. Forse sono le uniche cose di cui possiamo essere certi. Le scelte di Clyde erano limitate da circostanze al di fuori del suo controllo. Ecco perché, per me, è un personaggio che suscita compassione: sa che non esiste una risposta perfetta, eppure deve comunque agire. E forse è vero che non esiste un modo “giusto” di essere genitori. Non sempre abbiamo il tempo di riflettere e discutere sulla linea di condotta corretta. Tutto ciò che i genitori possono fare, tutto ciò che qualsiasi essere umano può fare, è agire nel momento».
La violenza, la disuguaglianza e il sistema sociale influenzano profondamente le scelte dei personaggi: pensa che la storia sarebbe stata diversa in un altro contesto?
«Assolutamente sì. In un Paese più sviluppato, ci sono livelli di sostegno e opportunità diversi. Peter avrebbe avuto più strade verso il successo oltre a questa unica possibilità di vita o di morte. Paul avrebbe trovato più facilmente persone in grado di far emergere il suo potenziale. Le vite di tutti i personaggi sarebbero state differenti.
Nel suo libro sembra esserci sempre una mancanza di qualcosa: tempo, denaro, pazienza...
«Penso che se ponessimo questa domanda alla famiglia del romanzo, alzerebbero le spalle e chiederebbero: “Che altra via c’è?”. Eppure, a un altro livello, sanno che c’è un altro modo, ecco perché stanno cercando di cambiare le loro vite: per arrivare in quell’altro mondo, migliore».
Il romanzo sembra suggerire che a volte l’amore non basta.
«Il problema è questo: cos’è l’amore?».
Il tema del Salone del Libro di quest’anno è “Il mondo salvato dai ragazzini”. Nel suo libro i ragazzini sono al centro della scena, ma più che salvare il mondo, sembrano portarne il peso. Per lei c’è ancora una forma di salvezza possibile nei suoi personaggi?
«È interessante l’utilizzo della parola “salvezza”, perché nel romanzo è presente un forte tema cattolico. La famiglia è in realtà indù, ma non ha credenze religiose particolarmente radicate; si limita semplicemente a osservare certi rituali senza comprenderne appieno il significato. Nel contempo, mandano i ragazzi in scuole cattoliche, semplicemente perché sono le migliori dal punto di vista accademico. A metà del libro, la famiglia stringe un rapporto con un prete irlandese che insegna ai ragazzi nella loro scuola secondaria. Il prete cerca di guidarli, ma Clyde è troppo orgoglioso per ascoltare: è un tipo indipendente, insiste nel prendere le proprie decisioni per la sua famiglia. In altre parole il libro affronta la questione della salvezza senza offrire al lettore risposte facili o chiare».
Cosa possono insegnarci i bambini quando gli adulti falliscono?
«Tendo a pensare che ci sia un solo modo per imparare, ed è attraverso l’esperienza. Quindi nessuno può insegnare nulla a nessuno, ma almeno leggendo la narrativa, abbiamo modo di vivere le vite e le situazioni altrui, e impariamo davvero qualcosa sul mondo, sugli esseri umani e su noi stessi. In fondo, la vita ci offre molte più domande che risposte».

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