AdBåge: «Siamo sicuri che la creatività nasca dal vuoto e dal silenzio?»

di Emma AdBåge
La scrittrice e illustratrice svedese riflette su cosa può accadere a una mente lasciata sola con sé stessa, in un viaggio tra neuroscienza e memoria
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May 16, 2026
AdBåge: «Siamo sicuri che la creatività nasca dal vuoto e dal silenzio?»
La scrittrice e illustratrice svedese Emma AdBåge / Rikard Gustavson
Pubblichiamo qua un testo inedito della scrittrice e illustratrice svedese Emma AdBåge, autrice de Il sacco (Camelozampa) e tra le vincitrici della XVII edizione del Premio Nazionale Nati per Leggere 2026, annunciato in occasione del Salone del Libro. Il premio è un riconoscimento che valorizza la migliore produzione editoriale per la prima infanzia e dà risalto all’impegno di biblioteche, pediatri e operatori nella promozione della lettura condivisa in famiglia.
Sulla radio nazionale svedese “Sveriges Radio” è uscito un programma speciale che parla di allucinazioni e che, nell’ultimo anno, ho ascoltato almeno quattro o cinque volte perché lo trovo davvero ricco e interessante. Ogni volta che lo ascolto sento qualcosa di nuovo a cui non avevo ancora fatto caso e ogni volta è una parte ben precisa del programma a toccarmi in modo particolare. È quella in cui parlano di uno studio fatto negli anni Cinquanta su quattordici studenti presso un’università americana. In breve, avevano ridotto al minimo gli stimoli sensoriali degli studenti mediante guanti spessi, protezioni uditive e occhiali oscuranti. Erano previste pause solo per andare in bagno e per assumere cibo.
Dopo un po’ gli studenti avevano cominciato a credere di vedere delle cose. All’inizio erano solo semplici forme geometriche, poi immagini e scenari sempre più dettagliati. In pratica, una sorta di allucinazione. La deprivazione sensoriale, dunque, non rendeva il cervello pigro e a riposo, anzi, si resero conto che il cervello è attivo ed elettrico di per sé e che quando si annoia comincia a inventarsi le cose da solo!
Ridacchiando, ma in maniera anche piuttosto seria, ho subito pensato a me stessa e alla mia vita quotidiana di scrittrice e disegnatrice, da sola nel mio atelier nella mia casa in campagna a lavorare, e mi sono detta… ma stanno parlando di me! Poi ho pensato alla mia infanzia, anche quella passata in campagna, immersa in una specie di minimalismo sensoriale, sia per scelta che non, così com’è quando si è bambini. La cosa che mi piaceva di più era stare a casa in compagnia di matite, pennelli e colori, in mezzo a immagini che crescevano sui fogli – e dentro di me. Non volevo quasi mai espormi a troppi ciao-ciao esterni, attività sociali o sport di squadra, come invece facevano molti altri bambini. Feste di compleanno? No, grazie. Doposcuola? Preferibilmente no.
E inoltre: un numero infinito di ore di attesa involontaria senza alcuna forma di intrattenimento. Sia aspettando che arrivasse l’autobus per andare a scuola e per tornare a casa, sia durante il viaggio in sé. Seduta. In viaggio. A guardare. Tantissimo tempo e tantissime ore vuote da gestire e da riempire di energia propria.
Non so chi sarei oggi senza quel tempo vuoto e silenzioso che ho avuto da bambina. Sì, dico ho avuto, perché oggigiorno avere del tempo vuoto e silenzioso è un lusso, anche per me che sono adulta e vivo ancora in campagna e devo prendere la macchina per arrivare al paese più vicino. Quand’è l’ultima volta che ho preso l’autobus senza alcuna forma di intrattenimento? Cioè, senza alcuna forma di intrattenimento?
Ovviamente è un’esagerazione paragonare la mia infanzia introversa in campagna a quel piccolo ed estremo esperimento allucinatorio, ma credo che la mia similitudine non sia del tutto incomprensibile: un cervello esposto a pochi stimoli si inventa le cose da solo!
A questo punto sarebbe facile pensare che, di conseguenza, io abbia sviluppato una fervida fantasia nella mia testolina di bambina priva di stimoli, e che sia stata questa fantasia a farmi diventare scrittrice e disegnatrice. Io però mi oppongo fermamente a questa idea. Un po’ per scherzo, ovviamente, ma davvero, se c’è una cosa di cui proprio non mi occupo sono le fiabe e la fantasia. Riesco a sentire me stessa sospirare, ora come allora: “Oddio quant’è inverosimile!”. Io voglio che le cose siano realistiche! Verosimili!
Scrivo e disegno per comprendere il mondo e me stessa, credo. Scrivendo e disegnando ho la possibilità di rimanere nei momenti e negli avvenimenti, per continuare a esplorare. Una sensazione, un ricordo, qualcosa che ho visto o sentito, comportamenti, parole, relazioni, atmosfere. Cose che ti fanno fermare a guardare. Che ti fanno meravigliare. Oppure ti spingono a immedesimarti. Come quando ti viene voglia di tirare fuori la macchina fotografica e scattare una foto. Quel tipo di momenti. La sensazione di voler fermare una cosa nel tempo, ricrearla, ritrarla.
Un paio di anni fa una mia collega mi ha raccontato che la sua scrittura probabilmente si è sviluppata perché da piccola adorava dire le bugie e inventarsi le cose. Per me, dunque, è l’opposto. Una sorta di volontà di non mentire, ma di disegnare un’immagine veritiera. Corpi e sensazioni così come sono.
Ma per ricreare la realtà bisogna starci dentro, quindi cercare di evocare le cose da soli mediante allucinazioni, senza alcuno stimolo esterno, di certo non basta.
È come se uscissi dalla porta per andare a prendere il materiale e poi lo trascinassi a casa con me. Se ci penso, da bambina andavo volentieri al supermercato per fare la spesa e osservare la gente. E rimanevo anche volentieri a tavola fino a tardi con gli adulti per ascoltarli chiacchierare di cose interessanti. “Non startene qui a ciondolare!” mi dicevano, ma io rimanevo. Magari da fuori sembrava che stessi lì seduta senza far niente, ma nel cervello: piena attività. Anche adesso per riuscire a creare qualcosa a volte deve sembrare che io non stia facendo niente. Magari sto solo seduta. Oppure all’apparenza sto solo facendo una passeggiata. O scavando nell’orto. Ma dentro la testa: piena attività.
Una parte importante della creazione è proprio il silenzio. I periodi, a volte lunghi e a volte brevi, apparentemente privi di stimoli. Qualcuno una volta ha detto così bene che se i sentieri nel cervello vengono costantemente calpestati non può crescerci sopra nulla. Per me è proprio così. Le mie idee hanno bisogno in primo luogo di essere raccolte mediante l’osservazione e l’esperienza, ma poi hanno come bisogno di essere piantate in silenzio. E hanno bisogno di concime e annaffiatura sotto forma di tempo e di pace. Qualcuno direbbe “di noia”, ma in realtà il cervello è elettrico. Sui sentieri che vengono calpestati tutto il tempo dagli altri brusii deve ricrescere l’erba e lo sguardo deve rivolgersi verso l’interno per vedere cos’è che sta crescendo. Forse un’allucinazione. Forse qualcosa di realistico. Una combinazione delle due cose. Oppure qualcosa di completamente nuovo.
(traduzione di Samanta K. Milton Knowles)

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