Leibniz, le monadi e l’ordine invisibile (anche) nella scienza
L’armonia, centro del pensiero del filosofo, riappare come premessa nascosta della ricerca

Ermanno bencivenga
Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) fu un genio universale. Scoprì il calcolo infinitesimale indipendentemente da Newton (pur se quest’ultimo scatenò una violenta polemica accusandolo di plagio); sviluppò la logica formale e un’algebra di concetti equivalente alla successiva algebra di Boole; anticipò la topologia e la geometria frattale; concepì spazio e tempo come relativi (Newton li considerava assoluti); intuì che la Terra ha un nucleo liquido; progettò la prima calcolatrice meccanica in grado di eseguire addizioni e moltiplicazioni, e la prima a usare un codice binario; propose un nuovo sistema per l’insegnamento e l’apprendimento della legge; fu tra i primi in Europa a studiare a fondo la cultura cinese. E così via. Fu anche un filosofo, e qui si aprono dolenti note. Nella Teodicea (1710), uno dei soli due libri che pubblicò in vita (il resto furono opuscoli, e soprattutto duecentomila pagine di inediti), sostenne che il mondo in cui viviamo è non solo uno tra infiniti mondi possibili, ma anche il migliore di tutti: Dio, essendo infinitamente buono, non avrebbe potuto creare (nella sua visione, scegliere) niente di diverso. Il Candido (1759), l’opera più famosa di Voltaire, prende in giro il personaggio di Pangloss (Tutto-Lingua), che reitera imperterrito questa teoria di Leibniz di fronte a catastrofi naturali (come il terremoto di Lisbona) e personali (nel corso del romanzo si ammala di sifilide, viene quasi impiccato e finisce schiavo dei turchi). In proposito qui non dirò altro, volgendomi invece a un secondo comune obiettivo polemico: l’armonia prestabilita. Leibniz ritiene che il mondo sia costituito da sostanze, dette monadi, autonome e non comunicanti («prive di finestre»), guidate da un loro programma interno che determina ogni evento della loro storia. Quindi, se io adesso sembro reagire a una luce abbagliante chiudendo gli occhi, quel che accade realmente è che il mio programma prevedeva, in questo momento della mia vita, la chiusura degli occhi. Come la mettiamo allora con la luce, e con l’apparente rapporto di causa ed effetto fra la luce e la mia «reazione»? La luce, risponde Leibniz, segue il suo programma, e di reazione non è il caso di parlare. Niente agisce su niente: quando normalmente penseremmo che A agisce su B, A e B in realtà procedono ciascuno per conto suo. Perché, allora, io chiudo gli occhi proprio quando la luce abbaglia? Perché Dio, orologiaio supremo, ha sincronizzato i programmi di tutte le monadi in modo tale che, per esempio, i miei occhi si chiudano esattamente al momento giusto. Ha prestabilito un’armonia fra i programmi di tutte le monadi.
È uno degli esempi più clamorosi di quelle tesi metafisiche che autori d’ogni epoca e persuasione hanno ferocemente criticato (o ridicolizzato, nel caso di Voltaire), al pari delle idee platoniche, della sostanza di Spinoza e della volontà di Schopenhauer. Nulla sembra giustificarla, se non la vivace immaginazione del suo autore. Peggio ancora: l’insigne scienziato Leibniz sembra aver messo così una pietra tombale, e a buon mercato, sulla ricerca scientifica: inutile darsi da fare per scoprire le relazioni causali (spesso sottili, spesso occulte) tra fenomeni. Non ci sono relazioni causali: quando crediamo che ci siano, è solo perché Dio ha organizzato le cose in modo da farcelo credere.
Naturalmente sono disponibili varie difese di Leibniz da queste accuse; si può sostenere che la scienza non è ostacolata nel corso quotidiano dalla sua celeste armonia. Io qui voglio andare oltre, e mostrare che senza un’armonia del genere la ricerca scientifica non avrebbe senso. Che cosa fa, in generale, uno scienziato? Usa la propria ragione per indagare la natura. Ma come facciamo a sapere che la natura ha un assetto tale da poter essere indagata con successo dalla ragione umana? Senza negare che abbia un qualche assetto, non potrebbe averne uno che, per la ragione umana, risultasse del tutto caotico, assurdo, privo di coerenza? Non presuppone dunque uno scienziato, quando si mette all’opera, che esista un’armonia prestabilita (stabilita a priori , prima che lui si metta all’opera) la quale renderà, se non sempre efficace, almeno sensato il suo lavoro?
La metafisica non interroga direttamente l’esperienza (questo, appunto, lo fa la scienza); cerca le condizioni necessarie dell’esperienza, senza le quali non ci sarebbe un’esperienza riconoscibile come nostra. E il genio Leibniz, con la sua armonia, ce ne ha indicata una, essenziale e irrinunciabile, silenziosamente e costantemente attiva.
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