L’impegno delle donne in Turchia
per smettere di vivere nella paura

La violenza di genere è una piaga quotidiana. Il racconto di Kader, sopravvissuta alle violenze domestiche, e di un padre che ha trasformato il dolore per la figlia uccisa in una battaglia civile
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May 15, 2026
L’impegno delle donne in Turchia
per smettere di vivere nella paura
Adile Doğan, che guida la ONG “Associazione di solidarietà delle donne”. La scritta sul manifesto dice: "Le donne vogliono la pace"
La paura le è rimasta addosso come una seconda pelle. Kader (questo il nome che ci ha dato per difendere la propria identità) ha 55 anni e vive in una struttura protetta. Ha accettato di parlarci al telefono. «Mi sono sposata per amore – racconta –. Lui era amico di mio fratello. Ci siamo costruiti una casa e avevamo i sogni di qualsiasi coppia. Ma dopo qualche anno nella nostra vita sono entrati l’alcol, il gioco d’azzardo, e la violenza». Per Kader fu l’inizio di un inferno: «Mi picchiava, poi mi chiedeva perdono, prometteva che sarebbe cambiato. Io volevo credergli, per mio figlio, per la mia famiglia, perché avevo paura di restare sola. Ma le violenze continuavano. Sono scappata molte volte e ogni volta tornavo sui miei passi, in quella casa che era diventata la mia prigione. Otto mesi fa ho trovato la forza di dire basta. Ora sono al sicuro. E la mia paura più grande è quella di essere costretta a tornare alla vita da cui sono fuggita. Per la prima volta in tanti anni, ho ritrovato fiducia in me stessa». Oggi il sogno di Kader è “riuscire a farcela da sola, riunirsi con il figlio, e vivere un’esistenza tranquilla. Senza paura”.
Ma il suo pensiero va anche a tutte le donne vittime di violenze: «Voglio che sappiano che andar via è difficile, ma è possibile. Io sono sopravvissuta. E a loro dico: Anche tutte voi potrete costruirvi una nuova vita». Nel 2025 in Turchia almeno 294 donne sono state uccise da uomini: in 203 casi da membri della famiglia. Centinaia sono morte in circostanze sospette. Solo nei primi tre mesi di quest’anno – secondo il drammatico resoconto aggiornato mese dopo mese dal quotidiano Bianet – i femminicidi sono stati 48. Oltre sessanta i casi “sospetti”. Decine le donne vittime di abusi, quasi sempre fra le mura di casa. Dati da brividi nel Paese che, per volere di Erdoğan, dal 2021 è uscito dalla “Convenzione di Istanbul” contro le violenze di genere, di cui pure era stato il primo firmatario. Una cruda realtà che pare svanire nei resoconti ufficiali. Sepolta dal clamore con cui il governo, dopo aver proclamato il 2025 “Anno della famiglia”, ha varato lo scorso 2 maggio un piano decennale dedicato alla protezione dei nuclei familiari e al “dinamismo demografico”.
Per guardare oltre lo specchio della retorica ufficiale, andiamo a Pendik, sterminato quartiere popolare sulla parte asiatica di Istanbul. È affacciato sul mar di Marmara ma in questo alveare di caseggiati, tirati su alla rinfusa e soffocati dal traffico, non arriva neppure il respiro del mare. In una palazzina mal messa, al piano terra, c’è la sede di “Esenyali Kadin Dayanişma Derne”Ğ(Associazione di solidarietà delle donne). La presidente e l’anima di questa Ong è Adile Dogan, originaria di Kars, nel nord est della Turchia. «La solidarietà – ci spiega – è la chiave per abbattere il muro dell’indifferenza. Per superare la paura, la vergogna. Vogliamo che nessuna donna si senta sola. Il ministero della Famiglia e dei Servizi sociali proclama “tolleranza zero contro la violenza” ma non fa nulla di concreto. Le misure di protezione vengono ignorate, i procedimenti giudiziari si trascinano, le lacune legislative non vengono colmate». Solidarietà, sorellanza sono parole che Adile porta stampate dentro da quando era solo una ragazzina.
«Avevo 13 anni quando iniziai a lavorare. Attorno a me c’erano donne adulte, ascoltavo le loro storie, sulle angherie subite, i turni massacranti, i salari da fame. Un giorno andai dal caporeparto. Volevo che ascoltasse le loro, le nostre richieste. Mi cacciò via: “vattene via che puzzi” mi disse. Allora mi rivolsi al sindacato. Le operaie alla fine la spuntarono. Strapparono migliori condizioni di lavoro. Ma io fui licenziata». Solo lo scorso anno oltre ottomila donne hanno bussato alla sede dell’associazione fondata da Adile per chiedere aiuto: «Vengono qui per trovare il coraggio di denunciare, di separarsi dal marito violento. Ma anche perché non hanno i mezzi per mettere qualcosa in tavola per i loro figli. In questo quartiere il tasso di povertà è molto alto. E a pagarne il prezzo sono anzitutto le donne. Succede che ci chiedano aiuto perfino per comprare il pane. Figuriamoci se possono pagarsi un avvocato o affrontare le spese di un divorzio. Ricordo di una donna divorziata, lavoratrice in nero in un’azienda tessile, faticava dodici ore al giorno e la sera a cena alle sue figlie dava panini imbottiti di ketchup. Non poteva permettersi altro».
Eppure anche in un contesto così aspro, quando la vita sembra essere solo una corsa a ostacoli, lo spirito di solidarietà prende corpo nei modi più impensati. «Qui dentro ho visto donne che non potevano concedersi neppure il lusso di acquistare un velo nuovo per sé stesse, dare una mano alle altre. Magari offrendosi di tenere a bada i bambini». Gli occhi scuri di Adile guizzano come la brace. Lo sguardo corre verso la stanza accanto, separata da una vetrata, dove una giovane volontaria sta dando lezioni di inglese a una ventina di ragazzini del quartiere. Proprio mentre stiamo per andare via, sulla porta si affaccia una donna che tiene per mano due bambini. Parla con Adile, un’altra ricerca di aiuto. Tornerà presto. In Turchia le donne rappresentano pressoché la metà della popolazione: il 49.98 per cento del totale, secondo i dati dell’istituto nazionale di statistica. E nel giro degli ultimi dieci anni è raddoppiato il numero di quelle che hanno avuto accesso all’università e si sono laureate. Eppure questo balzo in alto non ha avuto alcun effetto su un mercato del lavoro che resta in larga parte appannaggio degli uomini. Un altro tocco al ritratto di un Paese declinato al maschile.
Ci spostiamo a Tuzla, altro satellite del pianeta Istanbul. In una palazzina a tre piani, sovrastata da una corona di grattacieli, incontriamo Nihat Palandöken, 56 anni. Sua figlia Helin ne aveva 17 quando fu uccisa dal suo ex ragazzo, nel cortile di scuola. In questo dolore che gli ha mutilato l’anima, Nihat ha trovato la forza per lanciare una battaglia civile, contro la violenza di genere, e contro le armi. Ci fa da guida in un appartamento che ha trasformato in una biblioteca. «Da solo non ce l’avrei mai fatta ma tutto il vicinato si è mobilitato, anche mettendo a disposizione pochi spiccioli – ci spiega –. Ed ora eccolo. Un luogo dove accogliamo giovani: ragazze e ragazzi. Che qui possono leggere, seguire corsi gratuiti di musica e di inglese tenuti da volontari. Ma soprattutto possono imparare a conoscersi e a rispettarsi. Mia figlia non tornerà più da me. Ma non voglio che ad altre giovani tocchi la stessa sorte». Alle pareti, tra i libri incasellati negli scaffali, gigantografie della figlia, ritratti di altre giovani uccise, ma anche di donne che appartengono alla storia del Paese: la prima ad essere diventata medico, la prima ad essere stata eletta in Parlamento.
E poi foto che raccontano una lotta diventata uno scopo di vita. «Con altri genitori che hanno subito questa stessa perdita atroce partecipiamo a manifestazioni, sit in: cerchiamo di sensibilizzare politici, amministratori e opinione pubblica. Tutti insieme, battendoci fianco a fianco, siamo diventati una famiglia allargata». Al centro di questo infaticabile attivismo c’è la campagna contro le armi facili. «I ragazzi possono procurarsele senza problemi e senza alcun controllo. Anche su internet. Quasi fossero giocattoli. Abbiamo raccolto 500 mila firme – s’infervora Nihat –. Eppure governo e Parlamento non hanno ancora mosso un dito. Ma noi non ci arrenderemo finché non riusciremo a spuntarla. Vivo per questo. E per la figlia che mi resta. Si chiama Nehir e sta per laurearsi in infermieristica. Voglio che realizzi i suoi sogni. Voglio un mondo nel quale le donne e le ragazze siano padrone della propria vita». Senza più paura.
 Nihat Palandöken, il padre che ha creato una biblioteca , luogo di ritrovo per i giovani, in memoria della figlia uccisa dal suo ex ragazzo
 Nihat Palandöken, il padre che ha creato una biblioteca , luogo di ritrovo per i giovani, in memoria della figlia uccisa dal suo ex ragazzo

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