Il ripudio che ci difende. Il messaggio del Papa all'Europa
di Diego Motta
Dalle parole di Leone XIV all’articolo 11 della Costituzione, emerge una (possibile) missione per il continente: mediare tra i fronti e rilanciare diplomazia e istituzioni sovranazionali evitando la deriva militare

La distanza tra un manipolo di potenti spregiudicati e i popoli del mondo non è mai stata così netta. I primi vogliono la guerra, i secondi la pace. La differenza è tutta qui e altre categorie per capire cosa sta succedendo non servono. Sono antistoriche. Usare missili e armi per bombardare città e Paesi non ha più senso. È illogico, oltreché criminale e illegale. Oggi sappiamo come inizia un conflitto, non come finisce. Si entra di solito in un vicolo cieco, sperando prima o poi che una delle parti ceda per stanchezza, con migliaia di morti sul campo. Se il via libera alle operazioni militari è fatto in violazione del diritto internazionale, diventa poi difficile evocare le stesse norme per individuare una via d’uscita. Lo abbiamo visto a Kiev, a Gaza, a Teheran. Non si parla più di trattati, di accordi, di intese. Al limite di tregue e di cessate il fuoco, puntualmente disattesi dal più forte, che torna a seminare distruzione. Le guerre oggi sono sì scontri tra eserciti e aviazione, ma nel frattempo sono diventate anche molto altro. Sono diventate duello tra sistemi tecnologici sofisticatissimi che indicano un obiettivo perché sia abbattuto, confronto tra intelligenze artificiali che mettono a nudo la debolezza e la solitudine dell’uomo. Per questo, bisogna cominciare a chiamare le cose con il loro nome. Papa Leone XIV davanti agli studenti de La Sapienza ieri lo ha fatto. «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza», ha detto.
Senza un attento esame di coscienza, quella parte dell’Occidente che per fortuna non sta combattendo rischia di fare il gioco di chi invece è in guerra con il mondo, legittimando gli stessi suoi obiettivi di medio-lungo periodo: produzione e invio di armi, reclutamento di soldati tra i più giovani, ridefinizione dell’economia in chiave militare. Anche la distinzione tra bellicisti e pacifisti, ormai, sembra essere passata di moda. Chi mai può essere guerrafondaio oggi? Chi può fare il tifo per una resa dei conti finale e definitiva destinata a fare piazza pulita dei presunti nemici dell’umanità? Per questo, anche le analisi di scuola sul mondo cattolico e sulle sue presunte divisioni, tra realisti e idealisti, davvero lasciano il tempo che trovano. Mai tema più della pace sembra unire oggi l’opinione pubblica, di qualsiasi fede, di qualsiasi colore e di qualsiasi provenienza.
Quella vicinanza evocata da Prevost tra la lezione della Chiesa, attraverso il magistero dei Papi, e la visione dei nostri padri costituenti che scrissero l’articolo 11 della Carta è da questo punto di vista emblematica. Non c’è strada più chiara del “ripudio” alla guerra, oggi come oggi. È un “no” senza se e senza ma all’opzione bellica, che suscita consenso generalizzato e non si presta ad alcun distinguo. È il rifiuto netto, da opporre alla trappola dell’odio, proprio perché tutti siamo consapevoli di ciò che il conflitto comporta.
Questo vuol dire schierarsi dalla parte dei popoli aggrediti, innanzitutto, chiedendo alle grandi istituzioni internazionali di fare quanto è in loro potere per fermare la deriva bellica. Lo abbiamo già scritto su queste pagine: per l’Europa e per le Nazioni Unite, che appaiono così deboli in questa fase storica, è paradossalmente un’occasione unica, per dimostrare di esistere e di voler contare ancora. «Ora siamo davvero soli, insieme», ha detto Mario Draghi ad Aquisgrana. È una solitudine che può consentire al Vecchio continente di ritrovare l’anima perduta, iniziando a discutere sugli strumenti necessari per fare la pace piuttosto che sugli investimenti in progetti di guerra. Se dal punto di vista pratico si tratta di un compito molto difficile, dal punto di vista politico è una missione quanto mai a portata di mano: occorre ritagliarsi un ruolo da mediatore tra i nemici in campo, trasformandosi nel porto franco della democrazia minacciata. La vecchia Europa saprebbe farlo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






