Julia Armfield: «I rituali sono una difesa contro il caos»

L’autrice britannica, ospite al Salone del Libro di Torino, in “Riti privati” trasforma l’eco di Re Lear in un romanzo sulla crisi climatica, l’eredità emotiva e le disuguaglianze di un mondo al collasso
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May 15, 2026
Julia Armfield: «I rituali sono una difesa contro il caos»
La scrittrice britannica Julia Armfield / Avery Curran / WAL
Più volte descritto come una rilettura del Re Lear , Riti privati di Julia Armfield (Mercurio editore, 300 pagine, 20,00 euro) trasforma la tragedia shakespeariana in una riflessione sull’eredità emotiva, sulle strutture del potere familiare e sull’impossibilità di separare il collasso ambientale da quello relazionale. In occasione del Salone del Libro abbiamo conversato con Armfield attorno al rapporto tra trauma e comunità, ma anche sul ruolo della letteratura in tempi di crisi e sulla scelta di raccontare un’apocalisse intima, fatta di lavoro, desiderio, amore e sopravvivenza quotidiana. Al centro del romanzo tre sorelle – Isla, Irene e Agnes –, che si ritrovano dopo la morte del padre, un architetto che ha costruito rifugi per un’élite in grado di proteggersi dall’innalzamento delle acque: in questo modo il libro diventa anche un’occasione per interrogarsi sulle disuguaglianze prodotte dalla crisi climatica, sul rapporto tra privilegio e sopravvivenza e sull’idea stessa di “fare comunità” in un mondo che sembra avviato al collasso. L’autrice presenterà Riti privati al Salone domenica 17 maggio.
Il suo libro viene descritto come una reinterpretazione del Re Lear, ma nel romanzo sembra quasi che la rovina si manifesti principalmente nelle vita delle figlie. Le interessava spostare il fulcro della tragedia da una figura patriarcale a chi ne eredita le macerie?
«In una certa misura, sì. Non avevo intenzione di “reinterpretare” Re Lear , ma ho sempre saputo di voler scrivere di tre sorelle e un padre, e una volta che lo fai, entri in qualche modo in comunicazione con Re Lear , che tu lo voglia o no. Ho iniziato a riflettere di cosa tratta Re Lear , e per me è un’opera teatrale sull’eredità e sull’abuso, entrambi temi centrali nel mio romanzo. È anche però un’opera in cui il padre non esce quasi mai di scena, e mi sono interessata a come la storia sarebbe cambiata se avessi capovolto la prospettiva e presentato una versione in cui fossero invece le figlie a non uscire mai di scena (per così dire)».
Nel libro il padre continua a occupare “spazio” anche dopo la morte: attraverso l’architettura, i ricordi, le relazioni e la vita stesse delle figlie. Voleva mostrare come il potere sopravviva all’interno delle strutture emotive e materiali che si lascia indietro?
«Sì, penso che la famiglia nucleare sia spesso intrinsecamente dannosa in questo senso e che spesso inculchi ferite che poi si propagano e continuano a propagarsi. Credo che, scrivendo delle famiglie – di padri e figlie – per me fosse importante cercare di trasmettere il modo in cui quel danno, una volta inflitto, continua a farsi sentire, e che le persone spesso continuino a ripetere i comportamenti che hanno imparato».
Credo che le sorelle facciano fatica a costruire una vera comunità tra loro, anche se lo desiderano. Pensa che oggi il trauma – familiare e collettivo – renda difficile immaginare relazioni e forme di convivenza non competitive?
«Penso di sì, penso che le strutture capitalistiche facciano sì che le relazioni e i legami siano necessariamente gravati dalla competizione e penso che lo stesso si possa dire delle relazioni all’interno delle famiglie».
Nel romanzo un’apocalisse che sembra preannunciata non arriva mai: è già avvenuta, in qualche modo, è diventata la norma. L’idea era quella di descrivere come gli esseri umani si adattino anche all’inaccettabile?
«Sì, penso che un tema centrale di tutto il mio lavoro sia quella sensazione che le persone, in realtà, non tendano a bloccarsi di fronte a una crisi: anche in circostanze disperate, tendono semplicemente ad andare avanti e la normalità o la quotidianità prevalgono sempre. Questo non è necessariamente un aspetto positivo: può essere una prova di adattabilità, sì, ma anche di apatia, nonché un sintomo del fatto che nel capitalismo non c’è mai davvero tempo per fermarsi o per considerare il quadro generale. Le persone vanno avanti perché devono andare avanti, perché devono andare al lavoro e pagare l’affitto. Volevo immaginare un mondo apocalittico o post-apocalittico in cui quella quotidianità opprimente fosse palpabile».
Nel suo libro non c’è quasi mai retorica eroica della sopravvivenza: i personaggi continuano ad innamorarsi, litigare, lavorare e soffrire. Era importante mostrare che anche alla fine del mondo la vita rimane fatta di gesti quotidiani?
«Suppongo che il rovescio della medaglia della mia risposta all’ultima domanda rientri in questa categoria, sì. Penso che la routine quotidiana del lavoro e della vita sia ineludibile, ma mi piace anche usare la scrittura per riflettere sul modo in cui la connessione e la tenerezza sono ancora così comuni e così centrali nell’idea di essere vivi».
Il tema del Salone di quest’anno è “Il mondo salvato dai ragazzini”. Nel romanzo, tuttavia, gli adulti sembrano aver già rovinato tutto: il paesaggio, le relazioni, persino l’idea stessa di futuro. Pensa che oggi siano soprattutto le giovani generazioni ad avere una maggiore consapevolezza collettiva della crisi?
«Sì, assolutamente, che si tratti di crisi ambientale, finanziaria o sociale. Penso che ogni generazione abbia un dovere nei confronti di quella che verrà dopo e che ogni generazione fallisca in questo senso».
La casa progettata dal padre è pensata per resistere all’innalzamento delle acque, ma non salva veramente chi ci vive. Voleva suggerire che la tecnologia da sola non basta, a meno che non cambi anche il modo in cui viviamo insieme?
«In una certa misura sì, anche se, cosa fondamentale, mi interessava il modo in cui la tecnologia viene progettata esclusivamente per salvare o avvantaggiare realmente i super ricchi. Volevo creare un divario tra quel tipo di architettura protettiva pensata per avvolgere i ricchi e l’architettura improvvisata e a più piani accessibile a tutti gli altri. Mi interessa molto – forse solo marginalmente rispetto a questo – la storia dei grattacieli e il modo in cui inizialmente erano stati concepiti come un modo per creare spazio e promuovere la comunità per i poveri, ma ovviamente ciò che hanno fatto in realtà è stato isolare le persone le une dalle altre. Mi interessa il modo in cui diversi tipi di spazio sono considerati adatti a diverse classi sociali, e quanto questo possa essere paternalistico».
I “riti privati” di cui scrive non sono solo quelli esplicitamente ritualistici: anche i silenzi, le abitudini e i rancori familiari sembrano diventare forme di liturgia.
«Penso sia qualcosa di cui non possiamo fare a meno. In un certo senso penso che i riti e i rituali siano la nostra unica difesa contro il caos».
Se il mondo di Riti privati è il risultato di ciò che una generazione si è lasciata alle spalle, cosa pensa che la letteratura possa ancora fare oggi?
«L’autrice Sarah Moss una volta ha detto che la letteratura è una forma di cure palliative per la cultura, e in un certo senso sono d’accordo. Non credo che la letteratura sia di per sé attivismo; penso che se lo credi, corri il rischio di tirarti fuori dai guai e di non fare nient’altro di utile. Non sono certa che la letteratura possa migliorare le cose, ma può esserci per le persone mentre le cose peggiorano».

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