Zuppi: Luci di futuro per i ragazzi chiusi “dentro”

Il cardinale riflette sulla condizione dei giovani al di qua e al di là della mura della prigione. Capire cosa c’è nel loro cuore per far sì che riescano a costruire relazioni di senso
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May 14, 2026
Zuppi: Luci di futuro per i ragazzi chiusi “dentro”
Un fotografia di Alessio Romenzi per il volume “Dentro le mura” / Treccani
Anticipiamo la prefazione che il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha scritto per il volume di Antonella Inverno con le fotografie di Alessio Romenzi Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso da domani in libreria per Treccani (pagine 148, euro 15,00).
Desidero ringraziare di cuore Antonella Inverno e la redazione della Treccani per questo viaggio “dentro le mura”. Le fotografie di Alessio Romenzi, realizzate per Save the Children, che sostiene il progetto, ci aiutano a vedere quel pianeta che spesso crediamo non abbia niente a che fare con il nostro: un dentro che è estraneo al fuori, mentre, in realtà, capendo il dentro capiamo quello che c’è fuori.
Non è un altro mondo: è il nostro. Le mura più difficili sono proprio le storie dei ragazzi, che spesso diventano mura per difendersi, per paura, per rabbia, per delusione, perché non intravedono altro. Queste pagine ci aiutano a capire cosa c’è dentro il carcere e cosa c’è dentro il cuore dei ragazzi che “stanno dentro”. Tale comprensione è fondamentale per capire come preparare al “fuori”, altrimenti si cade nell’inganno dei “cattivisti” che rivendicano interventi forti, usano la paura e la richiesta di giustizia, per altro dovuta alle vittime, ma facendo credere che tutto ciò si ottiene con quelle che si rivelano false soluzioni. La chiave da usare è garantire l’esecuzione della pena attraverso percorsi che per mettano di redimere, di comprendere il senso della condanna e della detenzione per preparare il futuro. La questione centrale è legata alla possibilità di conoscere, essere sapienti, capire i problemi con onestà, non in maniera ideologica, ignorante, spacciando soluzioni che non sono tali e che ingannano la legittima richiesta di sicurezza. Antonella ci fa entrare dentro il cuore dei ragazzi con attenzione e profondità. Sono storie molto diverse tra loro che capiamo nell’ascolto, nel riconoscimento; racconti di ragazzi che cercano, che desiderano un futuro. Il volume fa emergere storie di violenza dalle quali si comprende in che modo producano solo altra violenza. Se si cerca di accogliere, con profondità, queste vicende appare evidente come questi giovani chiedano alternative per liberarsi da condanne già scritte. «Avevo tante cose per la testa, non sapevo come mi dovevo sfogare», e poi scatta «la bobina», perché una pistola in mano ti fa sentire «potente», «indistruttibile». All’interno delle mura, si può capire cosa succede quando si supera la linea del male «e piano piano quella linea si sposta sempre più avanti». Ma accade anche che “dentro le mura” ci si possa trovare, finalmente bene, perché «Mi sento più in compagnia in carcere». Tutto questo grazie a chi opera per costruire relazioni di senso e progetta un futuro possibile.
Dentro le mura del cuore troviamo, poche, persone care e positive, come una nonna che «stava sempre col sorriso, poteva pure succedere la cosa più brutta del mondo», uno dei ricordi più belli. Troviamo il tenero desiderio di «diventare una persona rispettata», non «in mezzo alla strada» ma «in un’altra maniera, dalle persone come voi». Non è facile cambiare, capire, mostrare la fragilità tenuta nascosta, trovare qualcuno che la sa vedere e custodire. Per queste ragioni è importante investire in progetti e in personale educativo e sociale, affinché coloro che possono favorire questa comprensione siano in numero sufficiente e abbiano a disposizione mezzi e professionalità per programmare con maggiore efficacia percorsi di cambiamento e pene alternative. La giustizia minorile deve poter continuare a garantire percorsi educativi, di studio e di lavoro per ricostruire “il dentro le mura” e offrirne di nuovi. Sappiamo come il senso del limite e con esso anche il senso di colpa, in molti casi, scompaiano per cui pare lecito sperimentare tutto. Una logica, quest’ultima, assurda, che va fermata!
Più che un aumento della delinquenza giovanile bisogna denunciare un aumento della sofferenza giovanile. La diffusione di alcol e droghe – pesanti e leggere – lo testimoniano. Le storie di devianza nascono, inoltre, dall’assenza di figure adulte di riferimento, anche perché così poco ci si assume la responsabilità di qualcuno. Negli ultimi anni gli ingressi negli IPM sono aumentati del 30%, ma questo non è un segnale rassicurante; se il carcere diventa l’unica soluzione per correggere devianze significa che qualcosa si è rotto. C’è una crepa – cantava Leonard Cohen – ed è da lì che passa la luce. Il carnefice è comunque un essere umano e ognuno non è mai una cosa soltanto, una definizione.
Cosa succede quando non si ha un futuro? E quanto è vero che ogni persona è meglio della sua colpa. Non possiamo accettare che “dentro le mura” sia senza un fine. Ed è questa la condanna più sbagliata che non deve mai essere comminata. Papa Francesco si interrogava sempre quando andava in carcere: «Mi domando: perché lui e non io? Merito io più di lui che sta là dentro? Perché lui è caduto e io no? È un mistero che mi avvicina a loro». Dobbiamo garantire dignità umana sempre a tutti e camminare insieme ai fratelli carcerati senza paura, con amore perché l’amore vince la paura e ci fa riconoscere nell’altro la persona che è, degna sempre della nostra “compassione” che vuol dire pensarsi insieme, non esercitare qualche buon senti mento utile a sé e non al prossimo. C’è una sfida: credere che l’errante non sarà mai il suo errore! «L’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità» (Giovanni XXIII, Pacem in terris, 83, 1963). Guardiamo e prepariamo il futuro. Despondere spem munus nostrum è il motto della Polizia penitenziaria, ovvero assicurare, garantire, mantenere viva la speranza, rafforzandone il fondamento, che è il fulcro dell’intero sistema penale. Il fondamento è nella «dignità infinita e inalienabile» del la persona. Il fondamento risiede nella possibilità riconosciuta a ciascuno di essere diverso, di riscattarsi dal passato e progettare un futuro di bene. Senza futuro il presente diventa invivibile. Una pena che vuole soltanto punire la colpa è uno spreco di risorse e di umanità, perché non rende migliore né chi la subisce né chi la impone. Non è saggio né utile scaricare tutto sul carcere, tanto meno pensare il carcere come una discarica sociale. Un carcere che riversa tutta la responsabilità sul colpevole, lasciandolo da solo, non aiuta né il condannato né il popolo italiano, in nome del quale è stata emessa la sentenza, ad assumersi la responsabilità di costruire un futuro responsabile. Il tempo di una persona non può mai essere privo di significato. La Costituzione dà alla pena detentiva la centralità rieducativa ed è un valore intangibile. Dentro le mura filtrerà sempre un raggio di luce!

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