Gli abusi, la Chiesa, la giustizia: «Così proviamo a riparare l'irreparabile»
L’ex giudice Antoine Garapon, membro della Commissione voluta dai vescovi francesi, parla delle difficoltà di mediare su un male che segna l’intera esistenza: «La vera sfida? Credere alle vittime e rinunciare a ogni superiorità morale»

Antoine Garapon, che intervistiamo in questo articolo pubblicato sul settimanale culturale di Avvenire “Gutenberg”, sarà in Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano dal 25 al 27 maggio in occasione della Spring School “Il giudizio universale: alle origini della generatività della giustizia”, insieme ai direttori scientifici Gabrio Forti, Emanuela Fronza, Claudia Mazzucato (autori della prefazione del volume “La via riparativa alla giustizia” edito da Vita e Pensiero) e Arianna Visconti.
Prima di diventare una questione globale, la crisi degli abusi è stata, per la Chiesa di Francia, un vero trauma nazionale, che ha imposto alle comunità ecclesiali di interrogarsi su come «riparare l’irreparabile» e ricostruire fiducia e credibilità dopo una delle prove più dure della loro storia recente. Il lavoro della Commissione indipendente voluta dall’episcopato francese per fare piena luce sugli abusi commessi nella Chiesa e ascoltare le vittime (Ciase) ha segnato uno spartiacque: non soltanto per l’entità dei fatti emersi, ma per il modo nuovo di affrontarli, passando dalla sola dimensione penale a un percorso di riconoscimento e riparazione. Dentro questo passaggio storico si colloca la riflessione del magistrato e giurista francese Antoine Garapon, membro della stessa commissione e oggi tra i principali promotori dei percorsi di giustizia riparativa avviati in Francia. Già giudice minorile e studioso di filosofia del diritto, autore di numerosi saggi dedicati al rapporto tra giustizia, società e democrazia, Garapon ha maturato la sua riflessione nell’ascolto diretto delle vittime e nel confronto con una Chiesa chiamata a misurarsi con una ferita profonda e pubblica. Il suo ultimo volume, La via riparativa alla giustizia (Vita e Pensiero, 276 pp.) presentato nei giorni scorsi all’Università Cattolica del Sacro Cuore, nasce proprio da questa esperienza.
Negli ultimi anni, la crisi degli abusi ha costretto la Chiesa e la società a ripensare in profondità il significato stesso della giustizia. Lei sostiene che la risposta non possa limitarsi alla dimensione penale: perché?
I crimini di cui parliamo sono anzitutto crimini dell’intimità, consumati al riparo dagli sguardi, in luoghi chiusi - come un confessionale o un dormitorio notturno - e proprio per questo spesso privi di prove. A ciò si aggiunge una marcata differenza d’età tra autore e vittima, con la conseguenza che, quando quest’ultima riesce finalmente a rompere il silenzio in cui è stata rinchiusa, l’aggressore è talvolta già deceduto. Ma forse l’aspetto più sconvolgente è un altro: i crimini sessuali sono gli unici in cui l’autore tende a sentirsi innocente, mentre la vittima si sente colpevole. Prova vergogna per qualcosa che ha subito senza alcuna responsabilità, e tuttavia si percepisce come definitivamente contaminata, fino a disprezzare se stessa.
I crimini di cui parliamo sono anzitutto crimini dell’intimità, consumati al riparo dagli sguardi, in luoghi chiusi - come un confessionale o un dormitorio notturno - e proprio per questo spesso privi di prove. A ciò si aggiunge una marcata differenza d’età tra autore e vittima, con la conseguenza che, quando quest’ultima riesce finalmente a rompere il silenzio in cui è stata rinchiusa, l’aggressore è talvolta già deceduto. Ma forse l’aspetto più sconvolgente è un altro: i crimini sessuali sono gli unici in cui l’autore tende a sentirsi innocente, mentre la vittima si sente colpevole. Prova vergogna per qualcosa che ha subito senza alcuna responsabilità, e tuttavia si percepisce come definitivamente contaminata, fino a disprezzare se stessa.
Nei suoi lavori ha definito gli abusi sessuali come «crimini fondatori», capaci di colpire l’identità profonda della persona. In che modo queste violenze producono una ferita che va oltre il danno giuridico e investe l’esistenza stessa della vittima?
Il diritto ha trasposto sui crimini sessuali il paradigma della lesione corporea, ma si tratta di un errore concettuale. Il danno arrecato alla vittima non è assimilabile a una diminuzione dell’avere, bensì a un impedimento all’essere: prende la forma di una difficoltà a vivere, che può tradursi in isolamento, depressione o pensieri suicidari. Per questo li definisco anche crimini d’istituzione, o meglio crimini della funzione istituente: non sono soltanto crimini contro l’umanità, ma contro l’umanizzazione stessa. Coloro che li hanno commessi erano spesso proprio quelli incaricati di far crescere la vittima, di accompagnarla verso l’età adulta. Invece l’hanno condannata a un’esistenza diminuita. «Per tutta la vita ho avuto nove anni», mi disse una volta una vittima di settant’anni.
Il diritto ha trasposto sui crimini sessuali il paradigma della lesione corporea, ma si tratta di un errore concettuale. Il danno arrecato alla vittima non è assimilabile a una diminuzione dell’avere, bensì a un impedimento all’essere: prende la forma di una difficoltà a vivere, che può tradursi in isolamento, depressione o pensieri suicidari. Per questo li definisco anche crimini d’istituzione, o meglio crimini della funzione istituente: non sono soltanto crimini contro l’umanità, ma contro l’umanizzazione stessa. Coloro che li hanno commessi erano spesso proprio quelli incaricati di far crescere la vittima, di accompagnarla verso l’età adulta. Invece l’hanno condannata a un’esistenza diminuita. «Per tutta la vita ho avuto nove anni», mi disse una volta una vittima di settant’anni.
Dopo i lavori della commissione indipendente sugli abusi in Francia, la Chiesa ha avviato percorsi strutturati di riconoscimento e riparazione. Qual è stato il passaggio più difficile per un’istituzione chiamata a riconoscere le proprie responsabilità?
La difficoltà maggiore è stata riconoscere che non si trattava di semplici colpe individuali, ma di una inversione radicale della propria missione. Laddove pretendeva di annunciare la salvezza e insegnare la libertà di amare, ha finito per seminare disperazione e condannare migliaia di persone a un’esistenza segnata dal passato, spesso misera, talvolta terribile, in cui l’aggressore continua ad abitare l’intimità della vittima come un intruso persecutorio. È una condizione che richiama l’intuizione di Hegel sul destino come «sé stessi come un nemico», che ha come conseguenza una profonda incapacità di amare.
La difficoltà maggiore è stata riconoscere che non si trattava di semplici colpe individuali, ma di una inversione radicale della propria missione. Laddove pretendeva di annunciare la salvezza e insegnare la libertà di amare, ha finito per seminare disperazione e condannare migliaia di persone a un’esistenza segnata dal passato, spesso misera, talvolta terribile, in cui l’aggressore continua ad abitare l’intimità della vittima come un intruso persecutorio. È una condizione che richiama l’intuizione di Hegel sul destino come «sé stessi come un nemico», che ha come conseguenza una profonda incapacità di amare.

Nell’ascolto delle vittime emerge spesso una richiesta che precede perfino quella dell’indennizzo: essere credute, essere riconosciute. Qual è, a suo avviso, il primo atto di giustizia che una comunità ecclesiale è chiamata a compiere?
Il primo atto consiste nel farsi da parte, rinunciando a ogni pretesa di superiorità morale. La comunità ecclesiale non sa meglio delle vittime ciò che è bene per loro, e non basta affermare genericamente che tutti gli uomini sono peccatori per affrontare ferite di questa portata.
Il primo atto consiste nel farsi da parte, rinunciando a ogni pretesa di superiorità morale. La comunità ecclesiale non sa meglio delle vittime ciò che è bene per loro, e non basta affermare genericamente che tutti gli uomini sono peccatori per affrontare ferite di questa portata.
Lei parla di «riparare l’irreparabile», un’espressione che sembra contenere un paradosso…
Ciò che è stato fatto - e che ha segnato un’intera vita - non è riparabile nel senso in cui lo intende la giustizia ordinaria, che mira a una compensazione integrale. Tuttavia può essere superato. L’obiettivo della giustizia riparativa non è trovare equivalenze aritmetiche, ma rimettere in movimento la vita, permettere alla vittima di recuperare un po’ di energia vitale. In questo quadro, anche la somma di denaro versata non pretende di compensare il danno, il cui valore resta incommensurabile: ha piuttosto una funzione extra-economica, serve a rendere credibile l’atto di riconoscimento dell’istituzione, a dare peso alle sue parole. Il pagamento - talvolta consistente, soprattutto quando un predatore ha colpito molte vittime - diventa così una prova di sincerità dell’impegno ecclesiale, prova che non sempre viene superata.
Ciò che è stato fatto - e che ha segnato un’intera vita - non è riparabile nel senso in cui lo intende la giustizia ordinaria, che mira a una compensazione integrale. Tuttavia può essere superato. L’obiettivo della giustizia riparativa non è trovare equivalenze aritmetiche, ma rimettere in movimento la vita, permettere alla vittima di recuperare un po’ di energia vitale. In questo quadro, anche la somma di denaro versata non pretende di compensare il danno, il cui valore resta incommensurabile: ha piuttosto una funzione extra-economica, serve a rendere credibile l’atto di riconoscimento dell’istituzione, a dare peso alle sue parole. Il pagamento - talvolta consistente, soprattutto quando un predatore ha colpito molte vittime - diventa così una prova di sincerità dell’impegno ecclesiale, prova che non sempre viene superata.
Gli abusi non feriscono soltanto le vittime dirette, ma incrinano anche la fiducia delle comunità. La giustizia riparativa può contribuire anche a ricostruire la credibilità della Chiesa e la fiducia dei fedeli?
È necessario che le comunità comprendano che la posta in gioco non è liberarsi di un problema, ma riparare se stesse riparando le vittime. Questo implica riconoscere le ragioni profonde del tradimento della propria missione e prendere coscienza del fatto che molte vittime sono religiose o religiosi: si tratta dunque anche di una questione interna alla vita ecclesiale.
È necessario che le comunità comprendano che la posta in gioco non è liberarsi di un problema, ma riparare se stesse riparando le vittime. Questo implica riconoscere le ragioni profonde del tradimento della propria missione e prendere coscienza del fatto che molte vittime sono religiose o religiosi: si tratta dunque anche di una questione interna alla vita ecclesiale.
Non tutte le vittime però accettano questi percorsi.
La forma di giustizia riparativa che pratichiamo non passa necessariamente attraverso l’incontro con l’aggressore - anche perché, nell’80% dei casi, questi è già deceduto - né con rappresentanti della congregazione, poiché alcune vittime non desiderano più avere rapporti con l’istituzione ecclesiale. Ciò non impedisce tuttavia di agire come terzi restaurativi, aiutando le persone a fare i conti con il passato e a riaprire la propria vita al futuro, sempre nel rispetto delle loro scelte.
La forma di giustizia riparativa che pratichiamo non passa necessariamente attraverso l’incontro con l’aggressore - anche perché, nell’80% dei casi, questi è già deceduto - né con rappresentanti della congregazione, poiché alcune vittime non desiderano più avere rapporti con l’istituzione ecclesiale. Ciò non impedisce tuttavia di agire come terzi restaurativi, aiutando le persone a fare i conti con il passato e a riaprire la propria vita al futuro, sempre nel rispetto delle loro scelte.
E il tema della prevenzione e della formazione dei futuri sacerdoti? Quello del ruolo nella Chiesa degli aggressori dopo aver scontato la pena?
È difficile rispondere in modo definitivo, perché queste questioni eccedono il nostro mandato diretto. Tuttavia è chiaro che il problema non si esaurisce nella prevenzione - pur necessaria - ma invita la Chiesa a integrare più seriamente la questione della sessualità e a guardare con lucidità la solitudine, talvolta la vera e propria miseria affettiva, che segna la vita di molti sacerdoti. La questione decisiva però riguarda l’uso del sacro. Questi crimini non sono stati commessi contro il sacro, ma con il sacro: è un’intuizione che mi ha profondamente colpito e che ha dato avvio a un gruppo di riflessione composto da religiose, teologi - alcuni dei quali italiani - ma anche storici e antropologi. Questo lavoro, che sarà pubblicato nei prossimi mesi, mira a comprendere i meccanismi di manipolazione del sacro e a mettere in luce la dimensione trasformativa della giustizia riparativa: non soltanto uno strumento giuridico, ma un cambiamento culturale capace di prevenire il ripetersi di tragedie analoghe.
È difficile rispondere in modo definitivo, perché queste questioni eccedono il nostro mandato diretto. Tuttavia è chiaro che il problema non si esaurisce nella prevenzione - pur necessaria - ma invita la Chiesa a integrare più seriamente la questione della sessualità e a guardare con lucidità la solitudine, talvolta la vera e propria miseria affettiva, che segna la vita di molti sacerdoti. La questione decisiva però riguarda l’uso del sacro. Questi crimini non sono stati commessi contro il sacro, ma con il sacro: è un’intuizione che mi ha profondamente colpito e che ha dato avvio a un gruppo di riflessione composto da religiose, teologi - alcuni dei quali italiani - ma anche storici e antropologi. Questo lavoro, che sarà pubblicato nei prossimi mesi, mira a comprendere i meccanismi di manipolazione del sacro e a mettere in luce la dimensione trasformativa della giustizia riparativa: non soltanto uno strumento giuridico, ma un cambiamento culturale capace di prevenire il ripetersi di tragedie analoghe.
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