Le guerre, Hormuz, gli assetti globali. Il conto salato dell'incertezza
Inflazione, consumi e investimenti sono sotto pressione: la crisi internazionale comprime i redditi reali, alimenta il carovita e impone misure tampone difficili da sostenere. Serve un piano energetico e industriale coraggioso

Camminiamo sulle uova. E non sappiamo quanto a lungo ci toccherà ancora farlo. Dipende dalla piega che prenderanno gli eventi intorno allo Stretto di Hormuz, dagli equilibri in tutto il Medio Oriente, dalle imprevedibili mosse di Donald Trump e dalle reazioni della Russia di Putin, della Cina di Xi, di un’Europa stanata suo malgrado da un quadro mai così complesso. Ma proprio la complessità del contesto presente e l’incertezza degli sviluppi futuri rischiano di far passare in secondo piano i danni che il perdurare di questa situazione ha già fatto, in tutto il mondo. E naturalmente anche in Italia, che in tema di economia e di risorse (scarse) per sostenerla sulle uova ci sta perennemente.
La rappresentazione plastica è nella misura, doverosa, adottata per far fronte alla conseguenza più evidente della crisi scaturita con l’attacco all’Iran: gli sconti sulle accise per arginare il rincaro dei carburanti. Una “misura tampone” per definizione, ma che ha necessitato di un allungamento visto che la crisi continua e di alternative non se ne trovano. L’ultimo Consiglio dei ministri ha approvato una proroga fino al 22 maggio, divisa in due tranche perché fino al 10 maggio è stata coperta con i 146 milioni di sanzioni Antitrust (che con la benzina nulla hanno a che vedere), e per i successivi 12 giorni beneficia ora dei 190 milioni dell’extragettito Iva, incassato proprio in virtù dei rincari alla pompa. Ma dal 23 maggio, cioè tra dieci giorni, saremo da capo: servirà un’altra “pezza”, e un altro equilibrismo di bilancio, per prorogare una misura che comunque non ha evitato un rincaro ai consumatori, che oggi sborsano per un pieno il 20-25% in più di inizio anno.
Il punto è questo: stiamo pagando caro e salato un intervento che comunque non ha azzerato i danni di una crisi che già si fa sentire, e dai carburanti sta contagiando tutte le numerose voci di spesa collegate con l’energia. Un sondaggio di Alessandra Ghisleri pubblicato qualche giorno fa da La Stampa segnalava che l’84% degli italiani vede nel carovita uno dei principali problemi in Italia, e un altro report effettuato dall’Istituto Noto uscito su Il Sole 24 Ore lunedì riportava che sette italiani su dieci hanno già accusato gli effetti economici della crisi internazionale nella propria vita quotidiana, rivedendo consumi e abitudini. Su queste rilevazioni a caldo impatta certo l’emotività, che poi viene regolarmente compensata – almeno in parte – dalle sorprendenti risorse delle famiglie italiane, che siano espedienti o risparmi accumulati nel tempo. Sta di fatto però che l’incertezza di danni ne ha già fatti, tanti. E, particolare ovvio ma grave, non equamente ripartiti: il gasolio a 2 euro non pesa sui diversi redditi allo stesso modo, ma il beneficio (e l’onere) è uguale per tutti.
È quello che stiamo già vedendo: l’inflazione sale, la fiducia dei consumatori cala, i consumi anche e così gli investimenti delle imprese, dando inizio a un circolo vizioso potenzialmente devastante. «Spingendo al rialzo i prezzi al consumo ed esacerbando l’incertezza, è probabile che lo choc comprima i redditi reali e penalizzi la domanda interna, che negli ultimi trimestri è stata il motore dell’economia dell’area dell’euro», ha sottolineato la settimana scorsa Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Bce, in occasione del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026 a Milano. Ricordando poi che «all’impatto sull’attività economica potrebbe aggiungersi l’inasprimento endogeno delle condizioni di finanziamento», non a caso «secondo l’ultima indagine Bce sul credito bancario, i criteri di concessione dei prestiti alle imprese sono già divenuti più restrittivi nel primo trimestre».
Se mettiamo in fila questi elementi, emerge chiaramente che lo spartiacque l’abbiamo già superato. Non c’è tempo per capire cosa succede intorno a noi. Anche perché di tempo ne servirà tanto, troppo. «Servono prudenza e senso di responsabilità», ha detto sabato il ministro Giorgetti, «ma si deve anche lasciare spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza ideologie o preconcetti fini a se stessi». Qualche proposta in merito toccherebbe a lui, e chissà che qualcosa in mente non ci sia. Anche senza arrivare alla temuta patrimoniale, su cui si notano le prime schermaglie da parte dei soliti favorevoli e dei contrari ”senza se e senza ma”. Eppure, sarebbe il momento di ragionare senza ideologie, e senza schemi. Ci hanno provato a fine aprile il leader Cgil Maurizio Landini e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini: dal palco del sindacato si è materializzato uno di quelli allineamenti d’astri tanto rari quanto significativi. Portatori di interessi in teoria opposti, i due hanno convenuto non solo sulla lettura del momento, ma anche sulla necessità di un piano energetico e industriale, un grande contenitore in cui avere il coraggio di tenere insieme salari, produttività e transizione green, pensando al dopo-Pnrr e osando mettere in discussione il Patto di stabilità ma solo in nome degli investimenti. Ce n’è d’avanzo, per superare i soliti preconcetti. E sarebbe ora di farlo.
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