Il Monastero Ambrosiano dove c’era l’Expo, nuovo occhiale del sapere
L’area del "Milano Innovation District" ospiterà un’oasi di pace, contemplazione e sapienza, progettata dallo Studio Boeri. D'altronde i monaci nel Medioevo sono stati fondatori di cittadelle dove laici, oblati e non, cambiarono il volto della civiltà

Il buon Petrarca si sbagliava di grosso quando definì l’età medioevale come «i secoli bui». Si renderebbe conto oggi di come «l’oscuro Medioevo» continui a edificare la storia. Abbiamo forse pronunciato anche noi, o sentito pronunciare, la frase «roba da Medioevo!», una bufala, frutto di ignoranza, che ha proliferato nel tempo! Ed ecco che, nel cuore di una della città più moderne e industriali dell’Europa, Milano, viene scomodato proprio il prototipo nato all’interno dei secoli bui. L’area dedicata all’Expo 2015, e ribattezzata in Mind, Milano Innovation District, diventa una nuova cittadella del sapere. L’ambizioso progetto, dal titolo Monastero Ambrosiano e curato dallo studio Stefano Boeri Architetti, vuole ricreare in questo distretto un’oasi di pace, contemplazione e sapienza, un luogo dove continuare l’esercizio dell’incanto , come ha acutamente affermato l’Arcivescovo monsignor Mario Delpini. Un plauso alla presenza e al coinvolgimento degli eredi di San Bernardo, i monaci Cistercensi di Chiaravalle, polmoni di vero ossigeno per la grande metropoli Lombarda. Che cosa sarebbe oggi il sapere, la scienza e persino la moderna tecnologia senza la fatica diuturna dei monaci amanuensi, l’instancabile lavoro monastico delle bonifiche, i fondamenti della cultura stessa del lavoro, che ancora oggi nutre il popolo dell’Europa?
Cosa sarebbe la nostra società senza la capacità di relazione dei solitari per eccellenza: i monaci, fondatori di cittadelle dove laici, oblati e non, cambiarono il volto della civiltà. Basterebbe osservare i toponimi che ci circondano per scorgere le tracce di Abazie e Monasteri, fra paesi, comuni e chiese che ancora oggi frequentiamo. Posso dire di aver toccato con mano la fecondità del sapere dei monaci di Chiaravalle quando uno di loro, padre Alberico Giorgetti, divenne per me direttore spirituale e maestro di ebraico e di vita. Penso alle parole dell’architetto Boeri: «Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza» e mi auguro possano davvero essere l’inizio di un approccio nuovo alla realtà.
Mi colpisce proprio la parola, ahimè per certi aspetti abusata, «dialogo» sperando che possa sorgere da una conoscenza delle proprie radici. Come potremmo comprendere appieno il senso di un simile progetto senza ricordare le radici giudaico-cristiane dell’Europa; senza ricordare che proprio la fede cristiana è stata capace di intessere rapporti tra oriente e occidente, fra il mondo arabo e quello asiatico? E mi mancherebbe il tempo e lo spazio per citare autori e missionari capaci di questa tessitura. Si è troppo spesso pensato alla Chiesa come retrograda ed oscurantista, nemica del vero sapere e delle donne, facendo torto a una schiera infinita di protagonisti del progresso. Basterebbe andare a Treviso dove, attiguo alla chiesa di San Niccolò, si trova la Sala del Capitolo, con il noto Ciclo di affreschi detto «dei Domenicani». Qui si trova la prima raffigurazione in assoluto di una persona che indossa occhiali (nati nel 1286). Erano ancora sconosciuti e non godevano di buona fama (come tutte le innovazioni) ma in quell’affresco del 1352, realizzato da Tommaso da Modena, si ritrae un frate domenicano e cardinale dal nome di Ugo di Saint-Cher (noto anche come Ugo di Provenza o di Rouen) e morto nel 1263. L’applicazione retrodatata di questa novità ci racconta da sola l’apertura del mondo monastico alla scienza e alla tecnica e alla sua capacità di trasformare ogni cosa alla luce del simbolo.
Gli occhiali, infatti, divennero da quel momento in poi sinonimo del sapere profondo, della capacità di inctus-legere la realtà. Allora inforchiamo occhiali di tale calibro per salutare queste innovazioni! Stante la mia formazione monastica, non so come ci si troverà ad abitare un chiostro triangolare, dal momento che la quadratura del chiostro monastico aveva proprio il senso di universalità e umanità, certo è che occorrerà vivere in profondità, senza cedere al business e al sincretismo, questo nuovo cortile del sapere e affondare sempre più le radici nella terra europea che ci ha generati.
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