La guerra all'Iran ha rafforzato i pasdaran, che oggi a Teheran hanno potere assoluto
I guardiani della Rivoluzione stanno occupando i gangli vitali del sistema: il conflitto permette all’ala più radicale di riprendersi gli spazi pubblici e consolidare il controllo del Paese, con minor ossessione per i precetti religiosi e più attenzione alla propaganda verso la popolazione

La tregua è appesa a un filo, ha detto il presidente Trump. La speranza è che sia una delle sue abituali dichiarazioni roboanti, sempre smentite dai fatti. Ma l’impressione è che davvero – fallito l’ennesimo round negoziale – la ripresa del conflitto possa essere dietro l’angolo, con le catastrofiche conseguenze per tutti: per gli abitanti della regione e per l’intera comunità internazionale. In Occidente, l’interpretazione prevalente è che i pasdaran rifiutino gli accordi proposti, ponendo precondizioni sempre più onerose – e ovviamente non accettabili dagli Stati Uniti – perché convinti che il tempo giochi a loro favore, e che possano quindi ottenere di più procrastinando un’intesa. In parte è sicuramente così: a Teheran hanno ben chiaro l’errore strategico di Trump, che si è fatto come sempre convincere da Netanyahu, entrando in un conflitto senza una chiara strategia e sottovalutando la tenuta del sistema di potere iraniano. Ma la realtà è ben più ingarbugliata: all’interno del Nezam, il complesso sistema di potere della Repubblica islamica, l’attacco diretto di Israele e Stati Uniti sta permettendo di giocare una partita di potere fra le diverse fazioni e linee politiche. Perché la guerra non colpisce mai solo un governo, ma l’intero sistema statuale, distruggendo infrastrutture, uccidendo civili innocenti e danneggiando l’economia. Se il regime colpito non collassa, tutto ciò provoca un suo rafforzamento. E quando il sistema è articolato e frazionato come in Iran, allora si rafforzano gli apparati di sicurezza. Questi ultimi stanno usando il conflitto anche per eliminare quanto resta della manifesta pluralità delle visioni politiche all’interno del Nezam, peculiarità che aveva permesso alla Repubblica di tenere all’interno del sistema linee di pensiero molto diverse.
Il vecchio Khamenei, per quanto sbilanciato a favore dei conservatori (i cosiddetti usulgarayan, principalisti) e dell’ala più radicale, aveva comunque cercato di impedire ai pasdaran di monopolizzare gli apparati di potere. Certo, anni di sanzioni, pressioni, guerre per procura, avevano via via eroso la forza effettiva di molti centri di potere, come la presidenza della Repubblica e il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ma non era un controllo totale. In questi mesi, il regime ha resistito all’aggressione, nonostante la propria impopolarità, i fallimenti economici e geopolitici e le proteste popolari, perché poteva contare su un complesso sistema istituzionale a più livelli – religioso, militare, burocratico – addestrato a resistere agli choc esterni e interni. Ora i pasdaran stanno occupando tutti questi gangli vitali, marginalizzando e silenziando ogni visione diversa. È stata la guerra e l’assassinio della Guida Suprema Khamenei a permettere l’ascesa irrituale del figlio Mojtaba, le cui ferite vengono usate come prova della volontà di martirio e di capacità di resistere alle avversità, di cui è imbevuta la tradizione storica sciita e che è da sempre propagandata dal regime. È ancora presto per capire se egli sia solo una pedina nelle mani dei vertici militari o sia in grado di dettare una linea politica autonoma; per certo, anche in passato, erano note le sue posizioni molto radicali.
Il rafforzamento del controllo dei pasdaran si nota comunque tanto nelle minacce pubbliche ed esplicite agli esponenti più moderati, come l’ex ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif o lo stesso ex presidente Hassan Rowhani, che li hanno forzati al silenzio, quanto nella evidente crescente riduzione di discrezionalità del team negoziale, guidato da quello che gli americani si illudevano poter essere l’uomo della svolta “alla venezuelana”, ossia Bagher Qalibaf. Ma a un livello simbolico più profondo, la guerra ha permesso alla parte più cupa del regime di riprendersi gli spazi pubblici: sono continue le manifestazioni nelle piazze delle città iraniane di sostenitori del regime, che cantano slogan, pregano attorno ai missili esposti, invocano il martirio, mentre le forze di pasdaran e basij presidiano ogni angolo. La Repubblica si riprende gli spazi pubblici che aveva quasi abbandonato: i parchi ove era comune vedere giovani innamorati passeggiare mano nella mano, i caffè, le strade dove le donne ostentatamente si toglievano il velo “per sistemarlo meglio”. Ora, la maggioranza della popolazione si è rinchiusa in casa, lasciando gli spazi alla propaganda dei radicali. La nuova generazione di capi dei pasdaran è meno interessata agli ossessivi precetti religiosi e più al controllo totale del Paese: non saranno nuovi bombardamenti, né altre eliminazioni di generali, a fermarli. Hanno occupato quasi tutti i gangli del Nezam e sono disposti a pagare il prezzo per mantenere il potere. Soprattutto, non esitano a farlo pagare ai propri cittadini, alla regione e al sistema internazionale.
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