Gli armeni sedotti e deportati da Stalin
Una tragedia raccontata nel romanzo "Il canto di Haïganouch" di Ian Manook quando dal 1947 in migliaia accettano di tornare nel paese divenuto sovietico.

Dopo aver patito il genocidio del 1915, essere fuggiti attraverso un periplo di sofferenze e approdati nella diaspora, soprattutto negli Usa e in Francia, dove sfuggirono alle grinfie del regime filonazista di Vichy, nell’immediato dopoguerra per gli armeni si aprì il “sogno” di ritrovare una patria sotto l’Urss, nella Repubblica socialista di Armenia. Ma a Stalin non importava nulla di loro, voleva solo rimpiazzare la mano d’opera mancante dopo la carneficina della guerra. Infatti, dopo pochi anni li perseguitò e per molti di quelli che erano caduti nella trappola, dopo l’illusione, si aprì l’incubo della deportazione.
Questa epopea di sofferenza, poco nota, è raccontata dallo scrittore francese di origine armena Ian Manook (pseudonimo di Patrick Manoukian) nel romanzo Il canto di Haïganouch (Fazi, pagine 360, euro 20,00; traduzione di Maurizio Ferrara). È il secondo capitolo della saga inaugurata con L’uccello blu di Erzerum , incentrato sul genocidio perpetrato dagli ottomani (e uscito nel 2022 per lo stesso editore) e basata sulle vicende familiari raccontate allo scrittore dalla nonna.
Ritroviamo sin dalle prime pagine, e poi via via per tutto il racconto, i protagonisti e le figure secondarie del primo romanzo. Che adesso, però, non sono più bambini o ragazzi, ma vanno per la cinquantina. In un sobborgo di Parigi si svolge un consiglio familiare al quale partecipano due coppie, Haïgaz e sua moglie Araxie (in cui si rispecchia la nonna dell’autore), Agop e la sposa Haïganouch. Non si tratta, però, di quella del titolo bensì della turca Alissa, che al tempo della precipitosa fuga con i suoi amici dalla terra natale ha assunto l’identità della vera Haïganouch, sorella di Araxie.
I familiari cercano invano di dissuadere Agop, che ha sempre odiato i comunisti, dal partire. A spingerlo, invece, c’è il comunista francese Guillonmart. L’appello di Stalin fu infatti appoggiato dal Pcf e dalle organizzazioni armene in Francia, con la compiacenza dell’allora giovane ministro François Miterrand.
Alla fine il richiamo della patria ha la meglio sui dubbi. Agop si imbarca perciò a Marsiglia sul Rossia , nave appositamente inviata dai sovietici. In 3.600 si stipano in un’imbarcazione che potrebbe contenere un decimo di quel carico. E iniziano una vera e propria Odissea. Per accorgersi già all’arrivo di non essere graditi. Agop invia a casa una foto con un messaggio in codice: brinda davanti al Monte Ararat sollevando il bicchiere con la mano sinistra. È l’SOS di chi ormai si sente prigioniero e che mette in moto Haïgaz, il quale si reca negli Usa per chiedere a potenti armeni della diaspora di fare qualcosa per “esfiltrarlo”.
Il viaggio di ritorno nell’Armenia socialista del suo amico riveste, però, per Haïgaz un ulteriore significato. Lui è in famiglia l’unico a sapere che la vera Haïganouch, divenuta cieca a causa delle violenza subite, è viva in Russia, dove è una poetessa e ha imparato anche a suonare il piano. Haïgaz spera, dunque, che Agop la ritrovi. Di certo l’Urss non è un posto sicuro per i poeti come dimostra la vicenda di Yeghische Charents, ucciso per aver osato - in un componimento encomiastico a Stalin - utilizzare le iniziali dei versi per formare la frase “Oh popolo armeno la tua salvezza verrà dalla tua forza collettiva”, apprende Agop appena giunto a Erevan. Quando Haïganouch entra in scena, dunque, si capisce subito che l’impresa sarà impervia. In Siberia, dove si è rifugiata con il marito russo e il figlio, viene raggiunta dall’aguzzino che l’aveva torturata e al quale era riuscita a sottrarsi. È Anikin, emissario di Berija, il potente capo della polizia segreta, che non esita a uccidere l’uomo e a portare via il ragazzo. Infine, viene deportata anche la poetessa e musicista cieca. Nella siberiana Jakutsk, in una sarabanda di incontri dal passato, la donna si imbatte nel letterato che la ospitava nel suo salotto insieme ad altri poeti – tra i quali Marina Cvetaeva, i cui versi compaiono più volte nel racconto – e che l’aveva denunciata ad Anikin. Dopo le pene, però, Haïganouch vivrà il riscatto. Divenuta concertista, con il nome russo di Dudurova, intraprende una carriera internazionale.
Anche l’avventura di Agop nell’Urss prende subito una brutta piega. Lui è un sanguigno che non fa altro che ripetere «ti ammazzo» a chiunque dica o faccia cose che non gli vanno. Sarebbe una strage, se non fosse che si tratta della reazione di chi ha capito che per farsi valere nella vita bisogna mostrarsi temerari. Rischia sempre di cacciarsi nei guai, ma è un tipo sveglio e si fa anche benvolere. Dapprima si finge sarto per avere un alloggio nella capitale Erevan, riservata a chi ha un mestiere. Poi nella cooperativa tessile si adatta all’andazzo di una società basata sul sotterfugio: lavorare poco e agire nel mercato nero. E impara subito la lezione impartita da un commissario del popolo russo: «Gli akhpar , i fratelli, siete voi, i rimpatriati, noialtri siamo i deratsi , la gente di qui, e questo paese, questa Armenia, è nostro e funziona come vogliamo noi». I destini di Agop e Haïganouch convergeranno: anche lui sarà deportato in Siberia per costruire una ferrovia. T ornato a Parigi dopo mille peripezie, precederà l’altro agognato ritorno.
Il romanzo copre gli anni dal 1947 al 1960, arrivando in piena era post-staliniana. E si dipana tra continui cambi di luogo – dalla Francia, agli Usa, a Erevan, alla Siberia, a Mosca – e le reminiscenze di quanto i protagonisti hanno patito in un passato che non li lascerà mai più. Torna anche l’immagine dell’uccello blu di Erzerum, compagno delle vicende del 1915 che esprimerà il suo canto nell’inatteso finale.
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