La Biennale come «campo di forze»: immagine efficace di libertà e ricerca
È un’espressione felice, perché restituisce la natura autentica della Biennale: non un sistema compatto, non una costruzione ideologica ordinata attorno a un unico paradigma, ma una tensione tra energie differenti che convivono, si confrontano, talvolta si contraddicono

Caro Direttore, ho letto con grande interesse sia l’intervento di padre Antonio Spadaro sia la riflessione di Pietrangelo Buttafuoco sulla Biennale di Venezia come «campo di forze». È un’espressione felice, perché restituisce la natura autentica della Biennale: non un sistema compatto, non una costruzione ideologica ordinata attorno a un unico paradigma, ma una tensione continua tra energie differenti che convivono, si confrontano, talvolta si contraddicono. A Venezia agiscono infatti non due, ma tre forze distinte. La prima è la Biennale stessa: il grande disegno culturale affidato a un curatore internazionale chiamato a leggere il proprio tempo e a proporne una interpretazione. Nel corso dei decenni la Biennale ha scelto personalità di straordinaria autorevolezza, affidando loro non soltanto un tema, ma uno sguardo nuovo.
Quest’anno la scelta di Koyo Kouoh appariva particolarmente significativa. Viviamo in un tempo saturo di rumore, di esibizione, di proclamazioni incessanti. Ovunque prevale l’urgenza di mostrarsi, di occupare lo spazio, di imporre la propria presenza. Il silenzio, l’attesa, la sospensione sembrano diventati intollerabili. Eppure proprio lì, in quella pausa, nasce spesso la comprensione più profonda. I giapponesi la chiamano “ma”: l’intervallo che dà respiro al tempo e significato al vuoto. Per questo il tema immaginato da Koyo Kouoh appariva così necessario: quasi una sottrazione al frastuono del presente. La seconda forza è quella delle partecipazioni nazionali. I padiglioni appartengono alla sovranità culturale dei singoli Paesi. Ciascuna nazione decide come presentarsi, quale immagine offrire di sé, quali temi privilegiare, quali linguaggi adottare. Talvolta in consonanza con il tema proposto dal curatore, talvolta seguendo traiettorie autonome, persino divergenti. È sempre accaduto. E difficilmente potrebbe essere altrimenti in una manifestazione che vive precisamente del confronto tra identità differenti, sensibilità lontane, memorie storiche e visioni del mondo.
Ma è proprio questa pluralità a generare vitalità. Ogni padiglione sa di entrare in un confronto aperto con gli altri. Nessuno parla nel vuoto. Ogni scelta estetica, culturale o politica viene inevitabilmente misurata dallo sguardo dei visitatori, dalla critica, dal tempo stesso. Esiste infine una terza forza, altrettanto decisiva: quella della costellazione di musei, fondazioni, università, gallerie, artisti e istituzioni che si mobilitano intorno alla Biennale. Molte di queste iniziative non appartengono formalmente alla manifestazione, ma nascono grazie alla sua forza gravitazionale. La Biennale agisce come un potente attrattore culturale: mette in movimento energie, suscita confronti, crea occasioni, moltiplica presenze e linguaggi.
Anche noi della Venice International University abbiamo voluto partecipare a questo dialogo ricordando il Mose: quel gigantesco sistema disteso sul fondo della laguna che protegge Venezia dall’acqua alta. Ma il fatto che oggi Venezia sia più difesa non significa che il pericolo sia svanito. La fragilità del rapporto tra uomo e natura riguarda ormai il pianeta intero. Venezia continua semplicemente a renderla visibile prima di altri. Ecco perché condivido l’immagine evocata da padre Spadaro e ripresa da Buttafuoco. La Biennale è davvero un «campo di forze»: un luogo dove convivono diplomazia culturale, libertà artistica, identità nazionali, inquietudini contemporanee, ricerca individuale e desiderio di futuro. A Venezia, in questi mesi, tutti sembrano voler prendere la parola. Ed è proprio questa molteplicità di voci – talvolta armoniche, talvolta dissonanti – a rendere la Biennale viva, irrequieta e necessaria. Cordiali saluti,
Umberto Vattani
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