La scrittrice greca Anna Griva: «I bambini ci ricordano la libertà»

Nel romanzo “La schiava greca” l’autrice ateniese ricorda che la schiavitù non appartiene al passato e che la storia non è mai conclusa, ma una ferita che parla al presente
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May 14, 2026
La scrittrice greca Anna Griva: «I bambini ci ricordano la libertà»
La scrittrice greca Anna Griva
Siamo nel 1824: durante la guerra per l’indipendenza della Grecia, gli ottomani massacrano la popolazione dell’isola di Psarà e riducono in schiavitù i superstiti, che vengono smistati nei mercati dell’Asia Minore. In uno di questi, a Smirne, il diplomatico americano Philip Curtis nota una bambina, Garifalià, esposta come merce. Lui, che ha perso tragicamente la figlia, vedendola non ha dubbi: la riscatta e la adotta, portandola con sé in America. Ispirato alla storia vera di Garifalià Michalvei, il romanzo dell’autrice ateniese Anna Griva La schiava greca (Crocetti editore, pagine 188, euro 17,00), sarà presentato domenica 17 maggio al Salone del Libro.
Il tema del Salone di quest’anno è “Il mondo salvato dai ragazzini”: Garifalià è una bambina travolta dalla storia. In che modo il suo sguardo, pur segnato dal trauma, può ancora “salvare” o reinterpretare il mondo degli adulti?
«Garifalià è una bambina che subisce la violenza della storia, ma conserva uno sguardo che gli adulti hanno perduto. Gli adulti, spesso, giustificano la guerra, il potere e perfino la schiavitù attraverso ideologie e interessi. Una bambina invece vede immediatamente l’ingiustizia e il dolore umano. Nel romanzo mi interessava mostrare come la fragilità possa trasformarsi in una forma di verità morale. Garifalià non “salva” il mondo con grandi azioni eroiche, ma con la sua capacità di conservare umanità dentro un universo disumano. Il suo sguardo costringe gli altri personaggi a interrogarsi sulle proprie responsabilità. Credo che i bambini, proprio perché guardano il mondo senza cinismo, possano ancora ricordarci cosa significhino davvero libertà, dignità ed empatia».
La Grecia quest’anno è il Paese ospite: quanto è importante, oggi, raccontare una storia come questa in Italia, che condivide molte radici culturali con la Grecia?
«Credo sia molto importante raccontare oggi questa storia in Italia, perché Grecia e Italia condividono una memoria culturale profonda, fatta di Mediterraneo, migrazioni, guerre, incontri tra popoli. Inoltre, il filellenismo dell’Ottocento fu anche un movimento europeo che coinvolse fortemente gli intellettuali italiani. La storia di Garifalià parla certamente della Grecia, ma parla anche dell’Europa e delle sue contraddizioni: dei grandi ideali di libertà e, allo stesso tempo, delle violenze che hanno accompagnato la costruzione del mondo moderno. Raccontare questa vicenda oggi significa ricordare che dietro ogni grande evento storico esistono vite umane, spesso dimenticate. E significa anche riflettere sul presente, sulle nuove forme di schiavitù, di sfruttamento e di esclusione che continuano a esistere nel nostro tempo».
Nel suo libro ha intrecciato due grandi eventi storici, la guerra d’indipendenza greca e il movimento abolizionista americano: come ha costruito l’equilibrio tra fedeltà storica e racconto?
«Per me era fondamentale che il romanzo restasse fedele allo spirito dell’epoca e alla verità emotiva dei personaggi. Ho studiato molto le fonti storiche, non solo gli eventi politici e militari, ma anche la vita quotidiana, il linguaggio, le testimonianze sulla schiavitù e sul trauma. Tuttavia, un romanzo non può limitarsi a riprodurre i fatti: deve dare voce ai silenzi della storia. Per questo ho intrecciato la documentazione con la finzione narrativa, creando personaggi e relazioni che potessero incarnare le tensioni morali e umane del XIX secolo. Il legame tra la rivoluzione greca e il movimento abolizionista americano mi interessava proprio perché mostrava come la lotta per la libertà fosse, già allora, una questione universale».
Nel libro c’è una domanda che colpisce: «Bastano forse le virtù di pochi uomini per mettere ordine nel caos in cui la prolungata schiavitù e la violenza della guerra hanno trascinato la Grecia?».
«Credo che le virtù di pochi uomini e donne non bastino, da sole, a mettere ordine nel caos della storia. Tuttavia possono impedire che l’oscurità vinca completamente. Nel romanzo mi interessava mostrare proprio questa tensione: da una parte la brutalità della guerra, della schiavitù e del potere; dall’altra piccoli gesti di solidarietà, compassione e responsabilità morale. Sono gesti che permettono agli esseri umani di restare umani anche nelle epoche più violente. La storia spesso è costruita da grandi forze collettive, ma il destino concreto delle persone dipende anche dalle scelte individuali. Forse non possiamo salvare interamente il mondo, ma possiamo salvare una persona, la memoria o la dignità. E questo, a volte, cambia già il corso della storia».
Il rapporto tra Garifalià e la schiava afroamericana Josephine mette in dialogo due forme diverse di schiavitù. Cosa le interessava esplorare di questo parallelismo?
«Attraverso Garifalià e Josephine volevo mostrare che la schiavitù assume forme diverse, ma produce ferite molto simili. Mi interessava soprattutto esplorare la dimensione femminile della schiavitù: il controllo del corpo, la violenza sessuale, la maternità imposta, la perdita dell’autonomia. Garifalià è una schiava greca cristiana, Josephine una schiava afroamericana nata nel sistema schiavista americano, eppure entrambe condividono una profonda esperienza di privazione e vulnerabilità. Il loro rapporto crea uno spazio di solidarietà femminile che supera differenze culturali e razziali. Volevo anche mostrare come il dolore possa diventare memoria condivisa e come le donne, persino nelle condizioni più disumane, riescano a costruire legami di resistenza, cura e speranza».
Il personaggio del diplomatico americano Philip Curtis è mosso da ideali ma anche da un trauma personale. Quanto conta, nelle scelte morali, la dimensione privata rispetto a quella politica?
«Credo che le scelte morali nascano quasi sempre dall’intreccio tra dimensione privata e dimensione politica. Philip Curtis è un uomo guidato da ideali liberali, ma anche da ferite personali che lo rendono particolarmente sensibile alla sofferenza degli altri. Mi interessava evitare un personaggio puramente eroico o ideologico. Spesso gli esseri umani agiscono perché una tragedia personale permette loro di riconoscere il dolore altrui. Nel XIX secolo molti uomini sostenevano ideali di libertà e democrazia, ma non sempre riuscivano a tradurli concretamente nella propria vita. Philip rappresenta proprio questa tensione tra ideale e fragilità umana. Credo che la politica, quando perde il contatto con l’esperienza umana concreta, rischi di diventare astratta e perfino disumana».
Il romanzo parla di schiavitù, migrazione, trauma: quali risonanze vede con il presente rispetto a questi temi?
«Penso che i temi del romanzo abbiano purtroppo una fortissima risonanza contemporanea. La schiavitù non appartiene soltanto al passato: oggi esistono nuove forme di sfruttamento sessuale, lavoro forzato e violenza contro donne e bambini. Anche il trauma della guerra e della migrazione continua a segnare milioni di persone. Guardando le immagini dei rifugiati, dei bambini costretti a lasciare la propria casa o delle vittime dei conflitti contemporanei, sento che la storia di Garifalià non è affatto lontana da noi. Il romanzo nasce proprio da questa consapevolezza: la storia non è qualcosa di concluso, ma una ferita che continua a parlare nel presente. E la letteratura può forse aiutarci a sviluppare memoria, empatia e responsabilità verso gli altri».

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