Il Vaticano alla Biennale: un giardino per vedere la voce
Il progetto “L’orecchio è l’occhio dell’anima”, a Venezia, raduna musicisti e poeti attorno alla mistica e al canto di Ildegarda

Si intitola “L’orecchio è l’occhio dell’anima” il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, e prende il nome da una espressione di Alexander Kluge, lo scrittore e regista tedesco scomparso nel marzo scorso a 94 anni, che rielabora l’eredità di Ildegarda di Bingen, attorno alla quale ruota l’intero progetto. Il cardinale José Tolentino de Mendonça ne riassume così il senso: «Tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite». È il filo che lega un padiglione costruito non sull’immagine ma sull’ascolto, dentro la Biennale di Koyo Kouoh che chiede di rallentare il passo.
Il progetto, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con Soundwalk Collective, si divide in due sedi tra loro complementari. A Cannaregio, nel Giardino Mistico dei carmelitani, il padiglione assume la forma di una «preghiera sonora»: una accuratissima topografia dell’ascolto àncora allo spazio le nuove opere – costruite a partire dalle composizioni di Ildegarda – commissionate a una costellazione di musicisti, poeti e artisti, tra cui Brian Eno, Patti Smith, Meredith Monk, Caterina Barbieri, Jim Jarmusch, Terry Riley, Kali Malone, così che il camminare, il sostare, persino semplicemente un passo di lato o voltarsi in una direzione costruiscono un’esperienza di paesaggio sonoro denso e stratificato, cangiante, dai confini felicemente labili. Soundwalk Collective ha inoltre costruito uno strumento che “legge” il giardino in tempo reale e ne trasforma gli elementi, dagli insetti all’attività bioelettrica delle piante, in parametri che modellano lo scenario acustico. Il giardino e la musica crescono e fioriscono insieme, sinfonicamente.
A Castello, nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice, il registro cambia. Qui il padiglione diventa uno scriptorium contemporaneo, con i testi di Ildegarda, i libri d’artista di Ilda David’, i progetti di Tatiana Bilbao per un nuovo monastero e l’ultima opera di Kluge, completata prima della morte, 12 Stations to Hildegard of Bingen , composta da frammenti di testi, immagini, suggestioni. Nei momenti prescritti, infine, risuona la liturgia delle ore cantata dalle benedettine dell’abbazia di Eibingen, fondata nel 1165 dalla badessa dottore della Chiesa.
Ildegarda negli ultimi anni è stata tirata per il velo da neosciamanesimi, femminismi, brodami new age. Il progetto, indice di una committenza forte e consapevole, lascia libertà estetica agli artisti, cura che il contenuto non tradisca la figura e insieme ne esalta la complessità. Il contenuto del padiglione resta così cristiano, in piena sintonia con il Giardino carmelitano, costruito sulle tappe del Castello interiore di Teresa d’Avila. L’apice del percorso è costituito dalla cappella dell’Immacolata, all’interno della quale Patti Smith legge una sua poesia, altissima, sulla verginità di Maria. Non solo. Le arti nel cristianesimo hanno sempre avuto una dimensione apocalittica, dando forma al desiderio di affrontare a livello sensibile il contenuto metafisico della fede. Erano apocalittiche le visioni di Ildegarda, proiettate dentro le meccaniche del mistero di Dio, della natura e dell’uomo – una mistica che sarebbe stata accantonata dalla rivoluzione di Francesco, ancorata nella storicità di Cristo. L’esperienza del Giardino riprende quella tradizione, amplifica – letteralmente – la viriditas , la verdeggiante forza vitale ildegardiana, aggiunge nuove dimensioni al paràdeisos carmelitano, al cui centro c’è un albero cristologico (le aiuole ai lati ospitano grano e vite), sotto le cui fronde sentiamo le lunghe note d’organo di Kali Malone. C’è persino un richiamo, significativamente involontario, all’Apocalisse nel titolo stesso del padiglione, ossia al passo in cui Giovanni si volta «per vedere la voce» che parla con lui (Ap 1,12), con una crasi vertiginosa dei sensi che esprime la totalità dell’esperienza. Nel padiglione, dove il suono si fa spazio e lo spazio suono, si ascolta a occhi aperti. E in questo senso emerge la continuità con il progetto nel carcere della Giudecca, solo in apparenza lontanissimo. Entrambi si fondano su un’esperienza profonda di ascolto e di risonanza. Ed entrambi sfuggono al rumore del “mondo”, impossibili come sono da tradurre in un post sui social. Richiedono di essere vissuti, custoditi e amati perché parlano al silenzio.
Il progetto, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers con Soundwalk Collective, si divide in due sedi tra loro complementari. A Cannaregio, nel Giardino Mistico dei carmelitani, il padiglione assume la forma di una «preghiera sonora»: una accuratissima topografia dell’ascolto àncora allo spazio le nuove opere – costruite a partire dalle composizioni di Ildegarda – commissionate a una costellazione di musicisti, poeti e artisti, tra cui Brian Eno, Patti Smith, Meredith Monk, Caterina Barbieri, Jim Jarmusch, Terry Riley, Kali Malone, così che il camminare, il sostare, persino semplicemente un passo di lato o voltarsi in una direzione costruiscono un’esperienza di paesaggio sonoro denso e stratificato, cangiante, dai confini felicemente labili. Soundwalk Collective ha inoltre costruito uno strumento che “legge” il giardino in tempo reale e ne trasforma gli elementi, dagli insetti all’attività bioelettrica delle piante, in parametri che modellano lo scenario acustico. Il giardino e la musica crescono e fioriscono insieme, sinfonicamente.
A Castello, nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice, il registro cambia. Qui il padiglione diventa uno scriptorium contemporaneo, con i testi di Ildegarda, i libri d’artista di Ilda David’, i progetti di Tatiana Bilbao per un nuovo monastero e l’ultima opera di Kluge, completata prima della morte, 12 Stations to Hildegard of Bingen , composta da frammenti di testi, immagini, suggestioni. Nei momenti prescritti, infine, risuona la liturgia delle ore cantata dalle benedettine dell’abbazia di Eibingen, fondata nel 1165 dalla badessa dottore della Chiesa.
Ildegarda negli ultimi anni è stata tirata per il velo da neosciamanesimi, femminismi, brodami new age. Il progetto, indice di una committenza forte e consapevole, lascia libertà estetica agli artisti, cura che il contenuto non tradisca la figura e insieme ne esalta la complessità. Il contenuto del padiglione resta così cristiano, in piena sintonia con il Giardino carmelitano, costruito sulle tappe del Castello interiore di Teresa d’Avila. L’apice del percorso è costituito dalla cappella dell’Immacolata, all’interno della quale Patti Smith legge una sua poesia, altissima, sulla verginità di Maria. Non solo. Le arti nel cristianesimo hanno sempre avuto una dimensione apocalittica, dando forma al desiderio di affrontare a livello sensibile il contenuto metafisico della fede. Erano apocalittiche le visioni di Ildegarda, proiettate dentro le meccaniche del mistero di Dio, della natura e dell’uomo – una mistica che sarebbe stata accantonata dalla rivoluzione di Francesco, ancorata nella storicità di Cristo. L’esperienza del Giardino riprende quella tradizione, amplifica – letteralmente – la viriditas , la verdeggiante forza vitale ildegardiana, aggiunge nuove dimensioni al paràdeisos carmelitano, al cui centro c’è un albero cristologico (le aiuole ai lati ospitano grano e vite), sotto le cui fronde sentiamo le lunghe note d’organo di Kali Malone. C’è persino un richiamo, significativamente involontario, all’Apocalisse nel titolo stesso del padiglione, ossia al passo in cui Giovanni si volta «per vedere la voce» che parla con lui (Ap 1,12), con una crasi vertiginosa dei sensi che esprime la totalità dell’esperienza. Nel padiglione, dove il suono si fa spazio e lo spazio suono, si ascolta a occhi aperti. E in questo senso emerge la continuità con il progetto nel carcere della Giudecca, solo in apparenza lontanissimo. Entrambi si fondano su un’esperienza profonda di ascolto e di risonanza. Ed entrambi sfuggono al rumore del “mondo”, impossibili come sono da tradurre in un post sui social. Richiedono di essere vissuti, custoditi e amati perché parlano al silenzio.
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