Stati Uniti, Cina, Europa: la necessità dell'«insieme»
Dal vertice a Pechino tra Xi e Trump alle parole di Leone XIV alla Sapienza emerge il bivio del nostro tempo: interessi nazionali o cooperazione, riarmo o pace, solitudini globali o responsabilità condivisa

Un altro mondo è possibile. Mentre a Pechino Trump e Xi Jinping regolavano i loro giganteschi affari, all’Università di Roma La Sapienza Leone XIV denunciava le «élite cui nulla importa del bene comune». Spingendo per un’alleanza tra ricerca della pace e «senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali». Davide contro Golia? È più o meno così, compreso il pericolo mortale evocato da questo racconto. Ma quell’antica storia ci ricorda anche che il nostro destino non è segnato e che le ragioni dei deboli possono prevalere sui torti dei forti.
C’è stato qualcosa di déjà vu nell’incontro fra Trump e Xi Jinping. È indubbiamente positivo che il presidente cinese abbia citato il (mediocre) saggio di Graham Allison, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide. Ciò significa infatti che il primo obiettivo della Cina nei rapporti con gli Stati Uniti è evitare la guerra. Ma Xi aveva già citato la “trappola di Tucidide” in un precedente incontro con Trump, a Mar-a-Lago nel 2017 e da allora molte cose sono cambiate: il vecchio ordine mondiale si è indebolito sempre di più. E di questo a Pechino non sembra si sia parlato. L’incontro ha smentito anche la tesi che siamo entrati in una nuova Guerra fredda: i due protagonisti non hanno regolato le grandi questioni mondiali profittando del loro status di superpotenze come durante la vecchia Guerra fredda (compresa la possibilità di un olocausto nucleare che oggi invece è nelle mani di molti). Non è stato insomma né una nuova Yalta né un summit come quelli tra Usa e Urss del secolo scorso, come non lo è stato quello di Busan (Corea) dello scorso ottobre e come non lo sarà quello alla Casa Bianca del prossimo 24 settembre. Si è trattato piuttosto di un incontro bilaterale in cui i due protagonisti hanno regolato questioni di loro interesse (anche se con ricadute su molti altri: per quanto riguarda Taiwan, non è emerso nulla di meglio di quanto proposto da Kissinger nel 1970, ma solo la possibilità di fare molto peggio).
Dal punto di vista occidentale può sembrare meglio così. Rispetto al 2017, infatti, non solo l’ordine mondiale è andato declinando, ma si è anche molto indebolita la forza dell’Occidente, abbondantemente picconata da Trump, ignaro che la forza americana era in gran parte basata su un solidissimo sistema di alleanze e su un prestigio diffuso che si traduceva in potente soft power. «Gli Stati Uniti hanno perso la loro influenza sulla Cina», titola sconsolato Foreign Affaires e spiega «come Trump e Xi potrebbero consolidare il potere di Pechino per gli anni a venire». Insomma, se questo incontro avesse trattato questioni di portata più generale se ne sarebbe avvantaggiata Pechino. In realtà, neanche la Cina è contenta della guerra in Iran o di altri eventi che destabilizzano l’ordine mondiale, come fa notare il prof. Huang Jing, acuto interprete delle relazioni tra Oriente e Occidente. E non vorrebbe un crollo degli Usa. «Soltanto se il resto del mondo va bene la Cina va bene», aggiunge Huang. Se l’incontro di Pechino fra Trump e Xi non è stata una nuova Yalta o un vertice stile Guerra fredda è perché anche Stati Uniti e Cina sono dentro la logica del multipolarismo – oggi nessuno, da solo o insieme ad altri, è in grado di orientare la situazione mondiale – e delle sue regole – in primis il sovranismo: perseguire giorno per giorno i propri interessi senza una rotta sicura e senza alleati stabili. Ma in questo modo, il mondo è sempre più fuori controllo.
Il sovranismo non è una strategia ma solo un effetto della frantumazione del vecchio ordine mondiale. Vinceranno la partita dell’attuale incertezza globale i primi che contraddiranno le solitudini del multipolarismo e romperanno la regola del sovranismo. Lo ha spiegato molto chiaramente il premier canadese Carney a Davos, esortando le medie potenze a unirsi non per inseguire un «multilateralismo ingenuo» ma per «costruire coalizioni che lavorino su punti in comune» e per «agire insieme». «In alcuni casi – ha osservato - si tratterà della stragrande maggioranza delle nazioni». «Insieme» è anche la parola chiave evocata da Mario Draghi ad Aquisgrana ricevendo il Premio Carlomagno. «Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli» ha detto Mario Draghi riferendosi ai rapporti tra Stati Uniti e Paesi europei. Ma ha aggiunto: lo siamo «insieme», ed è perciò urgente collaborare strettamente su difesa, innovazione, investimenti comuni (ma «non si chiami "difesa" un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza», ha ammonito Papa Leone alla Sapienza riferendosi proprio alla corsa al riarmo dei Paesi europei in chiave nazionale). Donald Trump ha fatto di tutto per farci capire che seguire il suo megasovranismo è un errore clamoroso. Forse la politica italiana ha cominciato a capirlo, ma adesso c’è il rischio che, smarrito il riferimento americano, si pratichi un sovranismo piccolo piccolo, ancora più pericoloso.
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