«Manovra correttiva», anzi no: l'energia è un rompicapo per il Governo

Tajani evoca un intervento sul bilancio. Forse è un equivoco rispetto alle ipotesi di scostamento. Ma Palazzo Chigi e Mef, preoccupate dai mercati, raddrizzano il tiro: nessuna manovra correttiva, lavoriamo con l'Ue per maggiore flessibilità
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May 15, 2026
Da sinistra, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti / Ansa
Da sinistra, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti / Ansa
Difficile anche dare un nome a quanto sta accadendo dentro il Governo su conti pubblici e misure per l’energia: si potrebbe parlare di «giallo», «caos», «equivoco», «preoccupazione...». Ma forse nessuna di queste parole inquadra bene la situazione.
I fatti, intanto. Ieri il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, a margine del Congresso regionale del suo partito nelle Marche, si è espresso con parole che hanno spaccato in due la giornata politica: «Ora vediamo il da farsi. Non escludo una manovra correttiva oltre agli interventi tampone, come quelli sulle accise, per la crisi economica scatenatasi con l’inizio della guerra in Iran». E poi, interpellato sull’ipotesi di uno scostamento di bilancio: «Adesso è fondamentale lavorare affinché l'Europa si renda conto che debba esserci più flessibilità per gli aspetti legati al costo dell’energia. Così come c'è più flessibilità sulle spese per la difesa, dovrebbe esserci anche sugli aumenti del prezzo dell’energia provocati da fattori esterni. Noi non abbiamo nulla a che fare con la guerra in Iran, ma ne paghiamo le conseguenze».
Evocare una «manovra correttiva» non è cosa da poco, indica che i conti non sono a posto. Sono parole che possono avere impatto sui mercati, sullo spread (nervoso da qualche settimana), sugli equilibri politici. Ed è affare diverso da uno «scostamento», ovvero dalla decisione di fare più debito per finanziare misure urgenti. Che è altro ancora da quella che sinora è stata la linea maestra di Governo e Parlamento, ovvero chiedere più flessibilità in sede europea, attraverso la Clausola di salvaguardia nazionale, non solo per le armi, ma anche per l’energia.
Sta di fatto che quell’espressione, «manovra correttiva», non può volare libera nell’aria come un palloncino, in un Paese fragile dal punto di vista finanziario come l’Italia. E dunque il vicepremier forzista viene corretto da una nota ufficiosa del Governo, che sembra avere la doppia firma di Mef e Palazzo Chigi. «Nessuna ipotesi di manovra correttiva è presa in considerazione dal Governo», si precisa. Al momento, si spiega, la linea è lavorare con l'Europa per «rendere più flessibile la clausola per la difesa in modo da poterla utilizzare anche per le spese legate all'energia». Un meccanismo possibile, secondo Roma, in base ad alcune possibilità previste dalle regole europee per situazioni eccezionali. «L'obiettivo prioritario del Governo è quello di aiutare famiglie e imprese a fronteggiare l'aumento dei costi energetici seguiti all'impatto del conflitto in medio oriente e al blocco dello Stretto di Hormuz», sono le parole con cui le “fonti di Governo” provano ad arginare ipotesi, suggestioni e preoccupazioni.
La proposta italiana potrebbe consistere nel dividere tra energia e difesa quell’1,5% di Pil di spesa “consentita” da Bruxelles. Si tratta di 32-34 miliardi di euro in quattro anni. All’Italia, nello scenario di un conflitto in Iran che finisca presto, basterebbe averne disponibili una decina per la crisi di Hormuz. Sinora l’Ue ha considerato inopportuno un approccio eccessivamente emergenziale, invitando a proseguire con le misure temporanee. Le quali, per quanto riguarda l’Italia, sono di nuovo in scadenza: il 22 maggio finisce di nuovo il già ridimensionato intervento sulle accise, mentre il credito per l’autotrasporto - che non ha ritirato ancora la mobilitazione di fine mese - è tarato su aumenti di costi registrati sino a fine maggio. Probabilmente si proverà a “tamponare” sino a giugno, mese in cui ci si attende di strappare un accordo all’Europa. Senza la copertura di Bruxelles, poi sul serio Meloni e Giorgetti dovranno sciogliere i nodi: fare uno scostamento? Chiedere comunque la flessibilità per la difesa, nonostante non sia concessa per l’energia?
In questo contesto può essere inquadrata anche la quasi-ufficializzazione del bilaterale di Cannes tra Macron e Meloni, proprio nei dintorni del Consiglio Europeo. Un vertice che già ribattezzato del “disgelo”, dove il maggiore punto di confluenza potrebbe essere proprio l’attivazione comune di una tenaglia su Bruxelles per affrontare la crisi energetica.
A tutto ciò le opposizioni assistono con un mix tra stupore, ironia e allarme. Dal dem Misiani al renziano Borghi, dal verde Bonelli alla sinistra di Fratoianni, è un continuo sottolineare la circostanza «imbarazzante» per cui un Governo smentisce, corregge o rettifica un vicepremier. «Mi sembra che dalle parti del Governo non sappiano che pesci pigliare - osserva Misiani -. Se Tajani annuncia una manovra correttiva per poi essere smentito poco dopo, vuol dire che la confusione regna sovrana. Non è un buon segno». Stesso registro per Enrico Borghi di Iv: «Un vicepremier apre alla manovra correttiva di bilancio. Panico a palazzo: come nella favola dei vestiti dell’imperatore, improvvisamente a qualcuno scappa di dire la verità, e cioè che i conti pubblici italiani non sono a posto. Dopo ore frenetiche, arriva la velina da Palazzo Chigi: niente manovra correttiva. O Tajani parla a vanvera, o ci nascondono la verità».

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