Giovanni, che ha trovato la Grazia negli incontri di ogni giorno

Prima Mamadou, il venditore di libri e riviste fuori dalla chiesa, poi un amico d'infanzia sfortunato, la sera i carcerati a cena: cronaca di un'Epifania in presa diretta
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May 17, 2026
Giovanni, che ha trovato la Grazia negli incontri di ogni giorno
/ SICILIANI
Il mio amico Giovanni ne parla come di una vera Epifania. Certo, fuori stagione e contesto. Ma non per questo meno rivelatrice. Nel volgere di meno di 24 ore – mi racconta ancora incapace di mettere ordine nelle emozioni – ha incontrato la sofferenza e la capacità di gioire comunque. Gli ha stretto la mano un conoscente in condizioni precarie e lui ha «guidato» la mano di un ragazzino con una seria disabilità. Per finire poi in carcere. Non arrestato, fortunatamente, ma seduto a cena in un ristorante di alta qualità dietro le sbarre, in compagnia di un po’ di galeotti che «tutto sembrano tranne uomini che hanno commesso reati, magari gravi. Ma per vedere ciò che è veramente, occorre guardare oltre, attraverso…», mi dice a raffica. «Aspetta, Giovanni. Non sto capendo nulla», gli obietto, «ricomincia daccapo e vai in ordine». E allora, senza voler tradire la sua fiducia e svelare l’identità dei suoi interlocutori, ecco come si è dipanata un’ordinaria giornata di Epifania cittadina. Mentre fa il giro delle solite commissioni mattutine, Giovanni incontra Mamadou, che solitamente vende libri di editori alternativi e il mensile Scarp de’ Tenis davanti alla chiesa. Oggi è particolarmente contento perché è appena tornato dal Senegal, di cui è originario e in cui non andava da un po’ di tempo. Felice di aver rivisto parenti e amici. «No, non i miei genitori, loro non ci sono più», spiega «anche perché io ho 75 anni e a 90 anni in Senegal ci arrivano in pochi…». Il mio amico non si era mai accorto che lui, Mamadou, in Italia da decenni e da tanti anni a vendere libri e giornali, fosse così «anziano». Eppure, per sopravvivere, ancora deve stare per strada tutti i giorni, ci sia vento o pioggia, a cercare di farsi comprare qualche libro. «Dove dorma, viva e con chi, non me lo sono mai neppure chiesto», ammette Giovanni.
Il giro prosegue e, a un angolo, si sente chiamare. È un amico dei tempi dell’adolescenza, di cui aveva perso le tracce. L’impressione è che sia un po’ su di giri già alle 11 del mattino e si appoggia a un bastone. Vecchie storie di dipendenza da giovane, un matrimonio finito, salute psicologica molto precaria e da ultimo il diabete non controllato che ha danneggiato un piede. «Quando penso a lui», mi confessa Giovanni, «mi viene sempre in mente quella domanda: "Dov’è tuo fratello?". Non perché io sia Caino, ma perché a un certo punto il "fratello" non l’ho più "visto". Forse non ho più "voluto" vederlo». Il pomeriggio, invece, quel giorno il mio amico lo passa in un’associazione che si occupa di accompagnare ragazzi con disabilità diverse, alcune piuttosto complesse. Scherzano, giocano, fanno lavoretti. E ogni volta si compie una magia: veder nascere dei sorrisi su volti che spesso comunicano solo in quel modo. «Soltanto perché tu sei lì, senza alcun merito se non appunto quello di esserci, dare attenzione e magari fare un po’ il buffone», spiega Giovanni. Che poi ne approfitta ogni volta per «andare a ripetizione di amore», come dice lui, «quando tornano i genitori dei ragazzi e vedo prendersene cura di un amore appunto "incondizionato". Nel senso di "senza condizioni", privo di quelle aspettative che ogni genitore, più o meno coscientemente, ripone sui figli. Solo amore genitoriale puro».
È sera, le commissioni sono finite, e c’è l’occasione di cenare fuori. O meglio «dentro». Più precisamente «In galera», il ristorante aperto nel carcere modello di Bollate in cui lavorano, come personale di sala e nella brigata di cucina, detenuti che stanno scontando una pena. «Li vedi così bravi nel loro lavoro, cortesi, attenti e ti chiedi: ma siamo sicuri che l’uno sia stato un rapinatore e l’altro magari ha ucciso qualcuno?», riflette Giovanni. «E così hai davanti agli occhi, lampante, la dimostrazione che nessuno è mai solo ciò che ha fatto, i suoi errori non definiscono né esauriscono la sua persona. E soprattutto ti ricordi quel che ripeteva spesso papa Francesco, andando a visitare i carcerati: "Perché lui è in carcere e non io? Merito più io di lui che sta là dentro? Perché lui è caduto e io no?". E se lo diceva il Papa che era un sant’uomo…». «Ecco, la mia giornata dell’Epifania è stata questa», conclude Giovanni. «Negli anni, certo, ci avrò messo del mio nel cercare di fare la cosa giusta. Ma le grazie ricevute – essere nato senza problemi di salute; amato e cresciuto in una famiglia; in un Paese ricco di opportunità; mai solo nelle prove della vita e tanto altro – sono state infinitamente più grandi di qualsiasi merito personale. Bisognerebbe solo ricordarsene ogni mattina, prima di uscire di casa e incontrare gli altri. Per vederli davvero».

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