La Biennale ci ricorda che la cultura non lascia indifferenti
Le polemiche legate al padiglione russo hanno portato finalmente allo scoperto un grande malinteso nelle relazioni internazionali: l’equivalenza tra soft power, diplomazia pubblica e cultura

La vicenda della Biennale di Venezia, con le polemiche legate al padiglione russo e alla partecipazione di Israele, tra le altre conseguenze indirette ha avuto quella di portare finalmente allo scoperto un grande malinteso nelle relazioni internazionali: l’equivalenza tra soft power (il potere “dolce” o soffice), diplomazia pubblica e cultura. Quando si parla di soft power, in un paese come l’Italia, si corre immediatamente il rischio della retorica e dell’auto-compiacimento. L’ottica oscilla tra una sorta di concezione tolemaica con l’Italia al centro, e una copernicana con l’Italia che ruota attorno al mondo. Fioccano le settimane della cucina italiana, le giornate del design, le mostre e i concerti, eccetera. Una fastidiosa forma di riduzionismo culturale. Il minimo che si rischia è la tautologia simbolica: tutti sanno già cosa l’Italia rappresenta nella cultura materiale e immateriale. Tuttavia, in alcuni casi si rischia anche un danno emergente: rinfocolare gli stereotipi che già esistono sul nostro Paese, in una versione più sofisticata di “pizza, sole e mandolino”. Quanto meno, si tratta di attività che si pongono come eccentriche rispetto alle grandi trasformazioni in corso (digitale, energetica, tecnologica, climatica) a questioni come i materiali critici, lo spazio e i settori di punta, sui quali abbiamo molto da dire, forse più del cibo e del paesaggio.
Va poi per la maggiore l’espressione nation branding, il marchio nazionale, che sa molto di marketing. L’Italia, tuttavia, non è un prodotto da vendere. È anche un oggettivo scadimento parlare di promozione dell’immagine dell’Italia all’estero. So che sa di pedanteria, ma bisognerebbe usare un’espressione molto diversa e, a mio avviso, più completa. Si tratta di un’attività di promozione all’estero dell’identità e dei caratteri originali ed evolutivi dell’Italia, analizzando gli sviluppi e le tendenze della percezione internazionale del Paese. Con la cultura non si può scherzare e non si può sbagliare. Bisogna distinguere, poi, tra diplomazia pubblica e soft power, perché sono cose molto diverse. La prima è quasi sempre legata, legittimamente, a un ciclo politico, all’agenda governativa; il secondo è un riflesso di ciò che un paese è, non ciò che appare, con buona pace dell’ottimo Machiavelli. Ancora diversa è la diplomazia culturale che, lungi dal consistere in mostre mondane all’insegna del glamour e in eventi sfavillanti, può diventare altamente controversa e divisiva, perché concerne l’identità, la storia, le relazioni diplomatiche. Basti pensare ai marmi del Partenone detenuti (anche nel senso letterale di “imprigionati”) dal British Museum. E qui veniamo al nocciolo della questione. Se la cultura diviene una componente della diplomazia pubblica, allora essa rischia inevitabilmente di trasformarsi in instrumentum regni. Come meravigliarsi, dunque, che anche un paese come la Russia usi la cultura come una testa d’ariete per scardinare l’ostracismo politico che il suo comportamento aggressivo e criminale giustamente le ha procurato? E l’ammissione a una mostra internazionale implica che si cambi il giudizio politico sulle responsabilità politiche, giuridiche, umanitarie di un paese? Credo di no. L’inventore del soft power, Joseph Nye, partiva da un presupposto, anzi da un contesto, che è quello dell’internazionalismo liberale. Al di fuori di quello schema – come ci tocca di constatare dando un’occhiata alla situazione internazionale – il soft power perde qualunque senso. In secondo luogo, anche il potere soffice è, in radice, una forma di potere, non una rassicurante passeggiata nei boschi narrativi, per citare Umberto Eco, o la visita di quadri di una esposizione, per parafrasare Musorgskij. La cultura riveste quasi sempre una funzione tragica, rispecchiando i valori ultimi, come la vita o la morte, la legge o la forza, la pace o la guerra.
C’è, a questo riguardo, un episodio emblematico. Nell’estate del 2013, un pescatore palestinese rinvenne nella Striscia di Gaza, nei pressi di Deir al-Balah, una magnifica statua di Apollo in bronzo, risalente a 2.500 anni fa. Assieme a una giovane ricercatrice palestinese, Yasmeen J. El Khoudari, scrivemmo un articolo su questo eccezionale ritrovamento. Si disse, in seguito – avanzando un’ipotesi non del tutto convincente – che la statua fosse stata “sequestrata” da Hamas a motivo della sua nudità. È più probabile che, più prosaicamente, sia stata oggetto di contrabbando internazionale. O, forse, è andata distrutta anch’essa nei bombardamenti israeliani indiscriminati tra il 2023 e il 2026, assieme a molti altri reperti e rovine romane. In un mondo ideale, la statua di Apollo avrebbe dovuto trovarsi esposta, ora, nel museo nazionale palestinese e riconosciuta come parte del patrimonio culturale di un futuro Stato di Palestina. Avremmo dovuto poterla ammirare come ammiriamo, a Reggio Calabria, i Bronzi di Riace. È lo stesso mondo, è la stessa storia, ma una di esse ha avuto una involuzione tragica. Proprio in questi giorni si è aperta a Torino, al Museo Egizio, la mostra “Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”. I reperti provenienti da Gaza, parte di una collezione custodita temporaneamente a Ginevra, rappresentano il simbolo di un progetto museale rimasto incompiuto a causa dei ricorrenti ed infiniti conflitti nella Striscia. Anche questi sono crimini di guerra: non solo privare della vita fisica decine di migliaia di persone inermi, ma persino privare un intero popolo della sua vita culturale. La cultura, se è davvero tale, non è mai rassicurante né consolatoria. Non lascia mai indifferenti. Narra sempre di storie umane, troppo umane. La cultura è un conflitto di visioni. Il più delle volte suscita ammirazione. Il suo uso strumentale, da parte di qualunque sistema politico (ed è questa l’essenza della diplomazia pubblica), può provocare indignazione, protesta, condanna. Se guardassimo oltre le mura dei nostri reciproci padiglioni, forse scopriremmo che la cultura ci parla, inevitabilmente, di pace.
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