Trump allunga i tempi sull'Iran, ma l'accordo non si materializza
di Luca Foschi
Nell'ennesima proposta, Teheran torna a chiedere la fine della guerra in Libano, lo sblocco dei fondi congelati e i risarcimenti per i danni. Dal presidente statunitense, penultimatum e dilazioni

Oltre le altisonanti minacce e le apparenti concessioni, le proposte di accordo che viaggiano pressoché immutate fra Washington e Teheran, è ancora lo scorrere del tempo l’unica certezza per i protagonisti del complesso concerto diplomatico che sta cercando di mettere fine alla guerra in Medio Oriente. Gli sforzi necessari ad avvicinare le parti «richiedono più tempo», ha affermato ieri Majed al-Ansari, portavoce del ministro degli Esteri qatarino, nelle stesse ore in cui l’ultima proposta iraniana raggiungeva la Casa Bianca: fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, risarcimenti per coprire le distruzioni causate dall’aggressione israelo-americana, rilascio dei fondi iraniani congelati, fine del blocco marittimo del Paese, ritiro delle forze statunitensi dalle aree prossime all’Iran. Una lista che poco si discosta dall’offerta della scorsa settimana, liquidata dal presidente americano Trump come «spazzatura».
La comprensività dei desiderata iraniani richiede un respiro e una collegialità che mal si accomodano con l’impaziente postura americana, disegnata al fine di presentare il negoziato come concessione. L’obiettivo di chiudere un conflitto che la maggior parte dei cittadini condanna, e di riaprire lo Stretto di Hormuz al commercio globale, viene così maldestramente dissimulato nella schizofrenia comunicativa. Lunedì il presidente americano ha dichiarato di aver preferito rimandare un devastante attacco all’Iran previsto per ieri su richiesta di Arabia Saudita, Qatar, Emirati, «più altri». Generosa procrastinazione che durerà «per un po’, si spera magari per sempre, ma forse solo per un po’, perché abbiamo avuto discussioni molto importanti con l’Iran». Ieri Trump ha aggiunto di vedere «ottime possibilità» nel raggiungimento di un accordo, e di essere felice all’idea di ottenerlo evitando di «bombardarli senza pietà». Breve spiraglio seguito poche ore dopo dall’ennesimo “penultimatum”: «Ero a un’ora dal colpire. L’Iran ha due-tre giorni per trovare un accordo». «Non permetteremo all’Iran di dotarsi dell’arma atomica», «non ho dubbi che la userebbe, sarebbe un olocausto nucleare» ha aggiunto il commander-in-chief tornado su ciò che lentamente si è consolidato come il feticcio della vittoria, risultato etico e strategico da ostentare all’estero come in patria, il cui valore costrittivo è chiamato a superare quello del JCPOA, l’accordo sul nucleare faticosamente costruito dall’Amministrazione Obama nel 2015, e da Trump smantellato nel 2018. Il vicepresidente JD Vance si è detto convinto «di aver fatto molti progressi con l’Iran», pur ammettendo: «Non dirò con certezza che raggiungeremo un accordo finché non staremo firmando l’intesa».
Il tabù del bisogno, vestito dalla stanca ma sempre valida e preoccupante metafora del dito sul grilletto, appartiene anche all’Iran, dove fermenta una cronica crisi economica che il conflitto ha esasperato. «Se i nemici ripeteranno i loro atti ostili apriremo nuovi fronti contro di loro», ha affermato il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia, scoraggiando Washington dal cadere di nuovo nella «trappola sionista». In ossequio alla formula dell’ingombrante assenza, Tel Aviv non partecipa alla dialettica diplomatica. Si esprime invece l’Arabia Saudita, insoddisfatta, riporta il quotidiano libanese al-Akhbar, vicino a Hezbollah, per la «politica della sorpresa» del presidente Trump e per le conseguenze della «visione condivisa» con Israele sulla sicurezza e l’economia del Golfo. Riad porta avanti «intensi colloqui» con gli alleati regionali, in particolare il Qatar e l’Oman. Non menzionati gli Emirati Arabi Uniti, cuore delle ritorsioni iraniane durante la guerra (alle quali ha silenziosamente replicato) e colpiti da sei droni fra domenica e martedì, ha rivelato Abu Dhabi. Tutti provenivano dall’Iraq, dove operano le milizie sciite alleate di Teheran. Alla concitata e segreta attività conciliatoria si devono alcune aperture, ha fatto trapelare un alto dirigente iraniano. Gli Usa sarebbero disposti a rilasciare un quarto dei fondi iraniani congelati nelle banche straniere. Decine di miliardi di dollari non sufficienti secondo Teheran, che vorrebbe la disponibilità tutti i fondi. Washington avrebbe al contempo mostrato maggiore disponibilità nel permettere all’Iran il pacifico proseguimento delle attività nucleari, sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. «Le parti continuano a spostare i paletti», «non abbiamo molto tempo», hanno commentato i mediatori pachistani.
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