In Sud Sudan ci sono 760mila persone senza cure: «Noi civili, braccati durante la fuga»
Il racconto di massacri e stupri: nel 2025 oltre 6mila i feriti curati dall’Ong, ma si moltiplicano i raid su ospedali e villaggi. «Aiuti umanitari usati per obiettivi militari e politici»

«Li hanno uccisi mentre stavamo correndo». La voce spezzata di una donna anziana fuggita da Lankien, nello Stato sudsudanese di Jonglei, racconta di corpi lasciati nella foresta, di bambini e madri colpiti durante la fuga, di uomini costretti a seppellire in fretta i morti lungo il cammino verso Chuil. «Hanno preso di mira bambini e madri. Li ho visti morti nella foresta». Un giovane padre descrive la notte in fuga con la famiglia: «Mi sono svegliato per gli spari, i proiettili attraversavano il tukul. Ho detto a mia moglie: dobbiamo andare via adesso. Abbiamo preso i bambini e siamo corsi nella boscaglia». È da queste storie che emerge il volto del Sud Sudan, un Paese ripiombato nella violenza, mentre l’accordo di pace del 2018 si sgretola sotto il peso delle rivalità politiche, delle tensioni etniche e della lotta per le risorse.
Il rapporto di Msf sulla situazione nel Paese diffuso ieri descrive l’escalation degli attacchi contro civili, strutture sanitarie e operatori umanitari. Nel 2025 l’organizzazione ha curato 6.095 persone ferite da diverse forme di violenza, contro le 4.765 del 2024. Tra loro ci sono 3.479 pazienti con ferite da arma da fuoco, esplosioni o coltelli, e 2.616 sopravvissuti a violenze sessuali e di genere. Solo nei primi due mesi del 2026, i feriti e le vittime assistite erano già oltre 1.800. Nel rapporto si susseguono testimonianze di donne violentate durante la fuga, villaggi incendiati, bambini colpiti all’addome e al torace. Una donna di Uror, incinta di nove mesi, racconta di essere stata raggiunta da un proiettile al ventre mentre correva. Un’altra donna ricorda: «I soldati sono entrati nelle case e hanno sparato anche a donne e bambini. Hanno ucciso mia madre, mio fratello, mio cognato e mio zio».
La violenza sessuale è ormai usata come arma di guerra. Il rapporto documenta stupri di gruppo, umiliazioni pubbliche, donne costrette a spogliarsi davanti ai soldati. Lankien è diventata il simbolo di questo collasso: lo scorso 3 febbraio l’ospedale di Msf è stato bombardato, poi la struttura è stata saccheggiata e incendiata. Per l’organizzazione umanitaria è il quarto ospedale costretto a chiudere dall’inizio del 2025. Circa 250mila persone dipendevano da quella struttura. Msf denuncia almeno 12 attacchi contro il proprio personale e le proprie strutture sanitarie dall’inizio del 2025. Tra gennaio 2025 e aprile 2026 circa 762mila persone hanno perso accesso alle cure a causa delle violenze contro ospedali e operatori sanitari. L’organizzazione accusa inoltre tutte le parti in conflitto di usare gli aiuti umanitari per «obiettivi militari e politici», denunciando blocchi all’accesso nelle aree controllate dall’opposizione. Dietro questa nuova esplosione di violenza c’è il deterioramento dell’accordo di pace firmato nel 2018 tra il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar.
Dal 2025 gli scontri tra le forze governative e lo Splm-Io, il movimento armato legato a Machar, sono aumentati in modo drastico. Secondo i dati citati da Msf, nel 2025 sono stati registrati 927 scontri armati in 73 contee del Paese, contro i 516 del 2024. La crisi si è aggravata dopo il progressivo isolamento politico di Machar, posto agli arresti domiciliari nel 2025 con accuse di tradimento. Da allora il rischio di un ritorno alla guerra civile è cresciuto rapidamente. Le violenze si concentrano soprattutto negli Stati di Jonglei e Upper Nile, dove operano anche milizie locali. Un elemento nuovo è il ricorso ai bombardamenti aerei, che hanno colpito mercati, centri sanitari e villaggi: Msf cita 138 raid nel solo 2025, contro appena due nel 2024. Secondo l’organizzazione, solo l’esercito governativo e le forze ugandesi alleate avrebbero la capacità di effettuare attacchi aerei. Sul piano politico, il Paese resta sospeso nell’incertezza. Le elezioni, rinviate più volte dall’indipendenza del 2011, sono teoricamente previste per dicembre 2026. Ma il clima appare incompatibile con un voto credibile. Nel frattempo, centinaia di migliaia di persone continuano a fuggire. Msf stima oltre 418 mila sfollati tra Sud Sudan ed Etiopia soltanto nei primi mesi del 2026. «Abbiamo camminato per giorni nella boscaglia – racconta una donna fuggita da Akobo –. Molti non sono arrivati. Sono morti lungo il cammino».
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