A Modena, dov'era il resto di noi

di Sara Nanetti
Il giorno dopo non dovrebbe essere soltanto il giorno della condanna e della paura, ma quello della domanda più difficile: in quale punto la cura si è interrotta, la prossimità si è ritirata, l’allarme è stato derubricato a problema privato?
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May 21, 2026
A Modena, dov'era il resto di noi
I mazzi di fiori depositati davanti alle vetrine del negozio dove si schiantata l'automobile di Salim El Koudri /Fotogramma
Quando si dice che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo, si dimentica spesso una parte significativa della metafora: nessun battito d’ali abbatte ciò che è davvero resistente. Se un soffio minimo riesce a far crollare un edificio, allora il principio non è la farfalla, ma la struttura, con le sue fondamenta, le crepe precedenti, i carichi distribuiti male, le manutenzioni rinviate e le fragilità che il crollo rende improvvisamente visibili. Così accade anche nelle tragedie pubbliche, dove l’istante finale occupa tutto lo sguardo: il gesto, l’urto, il sangue, le sirene, il nome dell’autore, il dolore delle vittime; ma ciò che avviene prima racconta quasi sempre una storia meno spettacolare e più scomoda, fatta di segnali, passaggi mancati, istituzioni che arrivano fino a un certo punto e poi arretrano, comunità che vedono e non sanno, o non vogliono, o non possono intervenire. La questione, allora, non è scegliere tra la narrazione del nemico e quella del folle isolato; non è decidere se ciò che è accaduto a Modena debba essere consegnato alla retorica dell’invasione, della devianza, dell’odio, della sicurezza, della patologia, come se una sola parola potesse chiudere il discorso e liberarci dall’inquietudine.
Naturalmente nessun dato generale può spiegare da solo un gesto singolare, e nessun rapporto sociologico può sostituirsi al lavoro della magistratura, della medicina, dell’indagine. Ma può illuminare il paesaggio nel quale certe fragilità smettono di essere viste. Ed è proprio qui che l’analisi diventa più difficile, ma nondimeno ineludibile. Una persona era entrata in relazione con i servizi, poi ne è uscita; intorno a quella persona esistevano una famiglia, dei vicini, dei conoscenti, dei luoghi quotidiani, forse paure, silenzi, imbarazzi. Sembra che nessuna soglia abbia raccolto fino in fondo quei segnali, nessuna continuità sia riuscita a seguirne la traiettoria, nessun ponte abbia impedito che l’invisibilità diventasse, infine, tragedia.
Sarebbe ingiusto, oltre che analiticamente povero, affermare semplicemente: “la famiglia non ha visto”, “i vicini non hanno fatto”, “i servizi non sono intervenuti”. Le famiglie oggi non vivono in una condizione di quiete esistenziale da cui possono osservare serenamente la vulnerabilità altrui, ma sono spesso invischiate in un paesaggio di paure concrete, fatiche materiali, sovraccarichi emotivi, sfiducia nel futuro. L’ultimo Report del Centro Internazionale Studi Famiglia, “Il fragile domani”, ha rilevato che tra le preoccupazioni più significative delle famiglie compaiono la crisi educativa e dei valori per le nuove generazioni (voto 7,28 su 10); le guerre sempre più estese (7,22); la crisi economica globale (7,15), e poi l’invecchiamento e la cattiva salute, l’inquinamento, l’individualismo e l’isolamento sociale. Non è dunque una società pacificata quella chiamata a riconoscere le vite esposte, ma una società già spaventata e attraversata da ansie sistemiche. Una società che non sempre riesce a convertire la paura in compito pubblico, e finisce per degradarla a difesa privata, ritiro o delega.
La domanda, allora, non è soltanto: chi è stato? È anche: da quando quella vita era diventata un’ombra laterale, un disturbo da evitare, una fragilità consegnata ad altri? In quale punto la cura si è interrotta, la prossimità si è ritirata, l’allarme è stato derubricato a problema privato? Qui entra in gioco il “capitale sociale”, una parola apparentemente tecnica ma in realtà profondamente politica. Esso non designa soltanto la presenza di legami, ma la loro qualità generativa: chi dispone di un alto capitale sociale e gode di una rete comunitaria, si trova maggiormente al riparo dal disagio, emotivo e sociale. La comunità non serve a non avere paura, ma a non restare soli nella paura. È qui che la responsabilità smette di essere un principio astratto e diventa forza civile. Questa trama di legami non è il nome gentile delle buone relazioni, ma la rete che permette a una preoccupazione di diventare segnalazione, a una valutazione di diventare cura e intervento. Dove queste mediazioni mancano, il disagio resta murato nelle case. Nel rapporto Cisf è emerso che fra famiglie e servizi permane una forte criticità: negli ultimi tre anni solo il 24,5% degli intervistati ha avuto almeno un contatto con i servizi sociali comunali o delle Asl; appena il 10% con i centri di salute mentale; l’8,7% con i consultori familiari. Questi dati attestano che la presenza di un servizio non sempre è sufficiente, poiché esso deve entrare nell’immaginario quotidiano delle famiglie non come via di fuga dal disastro, ma come luogo ordinario di orientamento, ascolto, prevenzione. Allora oggi non basta una piazza contro l’odio, per quanto necessaria, serve una piazza della responsabilità. Il giorno dopo non dovrebbe essere soltanto il giorno della condanna e della paura, dovrebbe essere il giorno della domanda più difficile, quella che non assolve nessuno e non semplifica nulla: dov’era il resto di noi?
Sociologa in processi culturali e comunicativi

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