Giuliano B., il detenuto dializzato che è evaso dalla vita

Non si è presentato all’appuntamento della sua terapia, alle porte di Milano, nel Centro specializzato dov’era ospite fisso, a prova di evasione. I suoi racconti di una vita passata dietro le sbarre, che si è fatta troppo pesante da portare avanti
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May 21, 2026
Giuliano B., il detenuto dializzato che è evaso dalla vita
«Il signor Giuliano B. invece non verrà». Solo questa frase, consegnando una cartella ai due infermieri del Centro dialisi di Corsico e accompagnando un altro detenuto per la consueta seduta trisettimanale. «Cioè, mi sta dicendo che domani salterà la seduta?». «No, non verrà più. Si è ucciso. Ieri, in cella, con il gas». Il gelo e lo sconcerto. Una profonda commozione investe Laura e Federico, che quel giorno sono di turno al Cal (Centro di assistenza limitata) in fondo a via Lorenteggio, a sud di Milano. Un distaccamento della Nefrologia dell’Ospedale Ca’ Granda di Niguarda. Lì da anni si recava Giuliano B. per sottoporsi tre volte a settimana alla dialisi. Arrivava a bordo di un cellulare degli agenti penitenziari di San Vittore, e quattro ore dopo era lì, nell’atrio del Cal ad aspettarli, oppure loro attendevano lui. In ogni caso non si fermavano mai. Non c’era bisogno di sorvegliarlo. Era persino capitato che gli agenti fossero in ritardo sulle quattro ore di seduta e Giuliano B. fosse frattanto uscito nel giardino del Centro dialisi a fumarsi una sigaretta. «Se arrivano, dite pure che sono qua fuori».
Il Centro di assistenza limitata era per lui Casa. Non circondariale. Era la sua “illimitata” ora d’aria. Lì non depurava soltanto il sangue con l’emodialisi. Provava a depurare una vita, la sua. Iniziata già in carcere, con i suoi genitori pregiudicati. Tra le mura di una prigione è andato anche a scuola, quella poca che ha fatto. Un predestinato. Ma al contrario. Così la “benedizione” della dialisi gli consentiva di uscire, di godere tre volte alla settimana di cura, attenzione, ascolto, confidenza, gentilezza, sensibilità. La malattia gli consentiva uno scampolo di normalità. E lui ricambiava offrendo. La sua chiavetta ricaricabile era in piena attività. Chi vuole il caffè? Un cappuccino? Era anche il modo di Giuliano B. di esserci, di manifestarsi, di dire grazie a un’accoglienza. Sanitaria e simil-domestica insieme. Comunque diversa e finalmente bella. Non come quando proclamava la sua esistenza in carcere. Magari ingoiando una biro. Per protesta contro il regime carcerario? No, protestava contro la sua vita che non gli andava giù. Proprio come quella biro.
Quando esco, diceva, mi prendo un piccolo appartamento e un cane. Un cane non piccolo, però. Forse perché, passeggiando per la città, gli altri vedendo quel grosso cane vedessero anche lui. Discorsi da Centro dialisi, e da uomo che si immaginava libero ad assistenza limitata. Ad ascoltarlo raccontare i suoi ricordi di cella e i progetti futuri c’eravamo soltanto gli infermieri e noi colleghi di emodialisi.
Dal penitenziario era anche uscito, in passato, Giuliano B., salvo rientrarci immancabilmente per trasgressione delle consegne. Fuori da lì non ci sapeva stare. Non ci poteva stare. E poi in cella lui aveva tutto quello gli serviva, persino un fornello per cucinare che la direzione gli aveva concesso. Con il bonario disappunto degli infermieri del Centro dialisi, però. Perché Giuliano B., benché fosse calabrese, amava prepararsi la polenta. Facile da cucinare, calda e consolatoria. Ma inadatta a un dializzato perché contiene troppa acqua, poi da smaltire in dialisi. Ma la polenta, tra volume e calore, riempie vuoto di stomaco e vuoto di senso. Come la schiuma dello shampoo di Gaber, che è come la mamma.
Mercoledì scorso non è però bastata a silenziare il grido di Giuliano B. Così quel gas non l’ha più usato per cucinare ma per addormentare, assieme al suo corpo sotto le coperte nel letto di cella, una vita che non l’aveva mai voluto prendere per mano.

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