Se anche la crisi climatica è «emergenza sanitaria»

Una commissione dell'Oms propone che al cambiamento climatico venga data la stessa classificazione delle epidemie. Un'iniziativa che rende evidente il legame stretto tra la salute dell'uomo e quella dell'ambiente.
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May 21, 2026
Se anche la crisi climatica è «emergenza sanitaria»
Una donna si lava le mani in Repubblica democratica del Congo, dove è in corso un'epidemia di Ebola ©Epa
Ci sono alcune parole con cui negli ultimi anni siamo diventati tristemente familiari: focolai, epidemie, pandemie. I termini arrivano dalla classificazione ufficiale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che li utilizza per indicare diversi livelli di allerta. Ce n’è una in particolare che stiamo sentendo in questi giorni e che l’Oms ha usato per descrivere la recente diffusione di Ebola in Repubblica Democratica del Congo: è «Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale». Significa, semplificando, che la diffusione della malattia costituisce un rischio anche per altri Stati e richiede una risposta internazionale immediata. È un livello di allerta alto. Ebbene, questa settimana una commissione promossa dall’Oms e composta da ex capi di governo, organismi internazionali, ministri e leader della società civile, (Pan-European Commission on Climate and Health), ha chiesto che la stessa definizione – Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale – venga assegnata anche a un altro fenomeno, che non è in senso stretto un virus: la crisi climatica. «Il cambiamento climatico è una minaccia alla sicurezza, un’emergenza sanitaria e una bomba economica a orologeria, tutto in uno», ha detto il direttore dell’ufficio regionale per l’Europa dell’Oms Hans Henri P. Kluge. L’iniziativa è utile per sottolineare un legame sempre più stretto tra i cambiamenti portati dalle alterazioni del clima e il diffondersi di nuove epidemie e pandemie. Un esempio riguarda le zanzare, che sappiamo essere vettori di malattie come dengue, febbre gialla, zika, malaria e altre. Questi insetti sono molto sensibili ai cambiamenti dell’ambiente in cui vivono, e in particolare a temperatura, frequenza delle precipitazioni, umidità. Il clima più caldo, ad esempio, influenza direttamente la loro biologia, accelerando i tassi di riproduzione e i tassi di replicazione delle patologie al loro interno e prolungando la stagione di trasmissione delle malattie. In uno studio del 2024, l’Ipcc ha ad esempio stimato che in uno scenario di alte emissioni globali continuative (scenario peggiore), nel 2080, 5 miliardi di persone in più sarebbero esposte al virus Dengue. La crisi climatica impatta anche per altri motivi, che vanno dalla creazione a zone più favorevoli per lo sviluppo di patologie, all’aumento di occasioni di contatto tra specie diverse, ai fenomeni atmosferici estremi che creano nuove crisi umanitarie, con decine di migliaia di persone che si trovano in situazioni con accesso limitato all’acqua e quindi in contesti di scarsa igiene
Per tutti questi motivi, negli ultimi quattro anni, le Organizzazioni internazionali di riferimento per salute e ambiente hanno strutturato un piano d’azione congiunto e chiamato “One Health”. Si parte da una consapevolezza centrale: salute umana, ambientale e animale sono strettamente correlate tra loro. Non è più possibile preoccuparsi di una senza occuparsi delle altre. “One Health” non è solo un proclama: pur essendo un quadro operativo non vincolante, in questi anni ha visto la creazione di piani di lavoro specifici a livello nazionale e regionale. «Le informazioni climatiche sono diventate essenziali per la sorveglianza e la previsione delle tendenze delle malattie», scrive ancora l’Oms. Ancora una volta, occuparsi della crisi climatica significa pensare anche alla salute degli esseri umani.

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