«Noi dell'Ordine di Malta: a Lourdes abbiamo portato le ferite del mondo»

Il racconto dei membri dell'Ordine che hanno partecipato al pellegrinaggio alla grotta di Massabielle: voci di chi ogni giorno si mette al servizio di malati e bisognosi, soprattutto nelle zone più critiche del pianeta
Google preferred source
May 21, 2026
I membri dell’Ordine
di Malta durante
una processione
del loro pellegrinaggio internazionale a Lourdes
I membri dell’Ordine
di Malta durante
una processione
del loro pellegrinaggio internazionale a Lourdes
Le ferite della guerra arrivano a Lourdes assieme a quelle dell’umanità intera. Lo testimoniano il sacerdote ucraino Dmytro Romanko e la libanese Line Tabet, arrivati al santuario con altri settemilacinquecento pellegrini dell’Ordine di Malta, originari di quarantaquattro Paesi di tutti i continenti. Lì, dove la sofferenza si guarda da vicino, ma con uno sguardo nuovo, capace di non darle l’ultima parola, l’impegno dell’Ordine a favore dei malati, in zone di conflitto o di apparente pace, «si capisce meglio», raccontano loro stessi, in alcune testimonianze rilasciate ad Avvenire . Ucraina, Gaza, Libano e Betlemme sono solo alcuni dei luoghi dove la loro presenza si fa vicina alle ferite dei popoli. Mentre nel Mediterraneo l’Ordine partecipa alle operazioni di soccorso dei migranti con il proprio Corpo di soccorso italiano.
«Molti dei miei amici si trovano ora in un territorio dove ogni giorno sentono le bombe e questo significa che è come se tutto il nostro corpo sentisse la guerra», racconta Romanko, sacerdote di Leopoli. Lourdes allora è capace di far sentire quel corpo dolorante «parte del corpo di Dio, di Gesù Cristo» e, così, sanarlo, rendendo evidente il «bisogno della preghiera» per il proprio popolo, ma necessaria anche a ciascuno «come persona», aggiunge il prete. Ogni volontario «si prende cura dei malati con un senso di guarigione e grazia», afferma il cavaliere dell’Ordine di Malta degli Stati Uniti Peter Scudner Federal. E a loro Lourdes ricorda «le nostre cliniche e il nostro personale di servizio nelle zone colpite da disastri naturali e nelle zone di guerra, dove ci prendiamo cura dei dimenticati».
I bisogni verso cui si chinano con questo sessantottesimo pellegrinaggio internazionale guidato dal Gran Maestro fra John T. Dunlap, che ha visto in Francia dal 1 al 5 maggio milletrecento malati, quattrocento cinquanta tra medici e personale sanitario e quasi trecento religiosi, sono quelli del corpo, dell’anima e della psiche, provati da dolori di varia natura. Tra i tanti, Line Tabet racconta quelli del suo Libano, Paese che «ha bisogno del sostegno dei suoi amici». «Ha bisogno del sostegno della comunità internazionale in generale» e «dell’Ordine di Malta, il cui aiuto è stato così prezioso per noi, specialmente in questo periodo», ripete. Il suo desiderio è quello di tornare con i propri connazionali in quella sponda est del Mediterraneo pieni di «speranza», «coraggio» e «amore», «per riuscire a rimanere resilienti nonostante tutto ciò che il nostro Paese sta affrontando».
Resilienza. Una parola che dice quanto della guerra il Libano non ne voglia sapere e quanto continui caparbiamente a rinascere dalle ceneri. Con una forza, che sa farsi preghiera senza trasformarsi in odio. «Riusciamo persino a raggiungere i villaggi del sud», quelli «cristiani», «al confine libanese – fa sapere la dama e communications manager dell’Ordine di Malta del Libano –. Sosteniamo e aiutiamo più di centomila famiglie. E consideriamo la persona come un essere umano nella sua totalità». «Non ci interessa la provenienza, il colore o la religione, ma la sofferenza di ognuno», ricorda ancora, pensando ad un contesto in cui si è fatto strada il timore di diventare un target di successivi attacchi per aver teso la mano a chi non appartiene alla propria comunità.
Emmanuel Brooks N. Ticzon, volontario delle Filippine, ricorda poi il particolare accento sull’aspetto sanitario che viene dato nel coinvolgimento dei giovani nelle diverse attività del suo Paese, dato che queste «questioni», lì, «sono piuttosto urgenti». Anche se, in fondo, come accade a Lourdes, «assistere» «è la scusa». «Dicono tutti quanti che veniamo ad aiutare il prossimo. Non è vero – afferma la dama dell’Ordine di Malta, e volontaria romana Barbara Pinto, al suo ventisettesimo pellegrinaggio – veniamo ad aiutare noi stessi. Veniamo per imparare a stare con gli altri, veniamo per pregare, da soli o con qualcuno». In questi anni, il volto della sofferenza lo ha visto cambiare sempre di più: «Quando ero piccola ero molto colpita dal fatto che la maggioranza dei malati avesse la sclerosi multipla o la distrofia muscolare. Prima l’assistenza era un lavoro prevalentemente fisico, bisognava seguire gli ammalati in tutto, perché da soli non erano in grado di far niente. Oggi vediamo molte più malattie di carattere psicologico e ci sono moltissimi malati terminali con malattie oncologiche». Tra i tanti, anche «molti bambini – prosegue –. Dico sempre che il bambino per fortuna capisce meno perché si trova qua». A soffrire, in quel caso, sono anche «i genitori», ricorda Pinto, dato che «sanno cosa hanno davanti e quindi sono, forse, quelli che hanno più bisogno di assistenza».

© RIPRODUZIONE RISERVATA