Le mie baruffe con Carlin Petrini. Risolte a tavola

Il racconto del nostro inviato sul dialogo, a volte animato ma mai animoso, con il grande innovatore. «Era un visionario, un vero interprete della cultura popolare
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May 22, 2026
Le mie baruffe con Carlin Petrini. Risolte a tavola
IPA3170229 - Carlo Petrini on Day 5 of the FT Weekend Oxford Literary Festival on March 25, 2015 in Oxford, England.
«Pranziamo insieme, che a tavola si risolve tutto». Si concluse così, tanti anni fa, la litigata in punta di penna con Carlin Petrini. Lui non aveva ancora scoperto quanto fosse "buono sano e giusto" il riso biologico e attribuiva alla risicoltura mille nefandezze, compresa la scomparsa di rane e zanzare. Io, allora come ora, pranzavo con agricoltori capaci di dirti l'ora esatta in cui irrorare un diserbante per non lasciar residui (come prescrive la legge). A leggere le invettive del Carlin vedevo rosso e sul sito dei risicoltori gli replicai con lo stile caustico che riservo agli avversari di vaglia. Perché quando lo conobbi Carlin Petrini era già Carlin Petrini, un interprete della cultura popolare che solo un popolo come il nostro, cresciuto alla scuola di Manzoni, Pascoli e Verga, può permettersi. Il fondatore di Slow Food era un leone capace di ruggire ma non era una pantera che sbrana per diletto. Quando abbracciò papa Francesco alcuni si stupirono e molti lo emularono. I suoi amici radicali non capivano che per lui non era la scelta furba di lanciare un ponte per passarci sopra: un vero marxista e un vero cattolico sì capiranno sempre, perché amano l'uomo reale più delle sue idee astratte.
Oggi è un brutto giorno perché se ne va un amico ma è un bel giorno perché la sua vita ha avuto un senso. Ha cresciuto generazioni di gastronomi con competenza e calore umano, educandoli alla curiosità per il Creato. Credeva? Non credeva? Ma che importa. Era un uomo capace di dialogare con tutti, appassionarsi a battaglie giuste, un visionario che sapeva conquistare l'intellighenzia accarezzandone la ricerca di stimoli e idee e portarla in direzioni di progresso. Non combatteva contro qualcuno ma per qualcosa. Per questo in molti lo stimiamo anche quando non condividevamo le sue idee (o non tutte). Ma torniamo a quel giorno. Ero al Meeting di Rimini e nel vergare la cronaca di un incontro con lui lo definii "guru". Era un rigurgito di antipatia. Se la prese e chiamò il direttore. Che, perfidamente, mi impose l'armistizio. «Chiamalo e fate pace». Lo chiamai e ci accapigliammo di nuovo sulla rivoluzione verde e sulla chimica in campo. Ma lui era più vecchio e saggio di me e la risolse alla sua maniera. «Pranziamo, a tavola si risolve tutto». Risotto al Castelmagno. Il mio Piemonte e il suo in un unico piatto. Sarà per la Barbera ma da allora volle che a seguirlo per Avvenire fossi io. A sessant'anni non capisco ancora cosa sia la chimica tra le persone e perché sia così potente ma fatto sta che diventammo amici per quel risotto che era diventato più potente delle nostre idee. Ciau Carlin, chissà se ci sono zanzare in Cielo. 

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