Il voto locale e un'Italia plurale che si affaccia nelle liste

di Maurizio Ambrosini
Cresce la partecipazione politica delle seconde generazioni e dei cittadini con background migratorio. Nelle liste trasversali delle amministrazioni locali prende forma una presenza che sfida diffidenze e stereotipi.
Google preferred source
May 24, 2026
Il voto locale e un'Italia plurale che si affaccia nelle liste
/Foto Siciliani
L’immagine di un’Italia plurale si sta affacciando dalle liste elettorali di questa tornata di elezioni locali. Sono sempre più numerosi i candidati di origine immigrata che spuntano dagli elenchi degli aspiranti a un seggio nei consigli comunali. Non senza suscitare polemiche, come nel caso dei sei candidati bangladesi a Venezia. Ma l’aspetto forse più interessante è la distribuzione trasversale del fenomeno, che coinvolge anche le formazioni di centro-destra: qui è il caso di Vigevano a fare scuola.
Sebbene l’Italia mantenga una legge sull’accesso alla cittadinanza molto restrittiva, la più penalizzante dell’Europa occidentale, viene il giorno in cui i residenti stranieri che lo richiedono e soddisfano i requisiti diventano cittadini a pieno titolo. Elettori ed eleggibili. Colpisce la resistenza culturale e politica di fronte a questo passaggio, che dovrebbe essere accolto come un evento fisiologico e persino auspicabile in una società democratica: il corpo elettorale è o dovrebbe essere il riflesso della composizione demografica della popolazione adulta, e le assemblee elettive a loro volta dovrebbero rappresentarla. Dal canto loro, i nuovi cittadini sono chiamati a contribuire attivamente al processo democratico, votando e candidandosi. Scopriamo ora che non mancano tra di essi gli aspiranti al ruolo di rappresentanti dei cittadini, dimostrando una fiducia nelle istituzioni democratiche che meriterebbe di essere accolta con favore e speranza.
Abbiamo approfondito le motivazioni della componente giovanile di questa nuova leva di amministratori locali in una ricerca promossa dalla Caritas Italiana e realizzata dal Centro Medì di Genova, intervistando 25 eletti nei consigli comunali, insieme ad altri giovani di origine immigrata impegnati in vari ambiti sociali, culturali, solidaristici. Nelle loro scelte, il fattore religioso entra poco, anche nel caso dei musulmani. Semmai è viva la coscienza delle discriminazioni, incontrate già nell’esperienza scolastica e nei rapporti con i compagni. Il profilo prevalente è quello di giovani adulti, in maggioranza donne, che sono arrivati alla politica attraverso un tirocinio d’impegno associativo, anche nell’ambito dell’associazionismo immigrato. Diversi si sono distinti già da giovanissimi nei consigli d’istituto, poi nelle rappresentanze degli studenti universitari, con un salto di qualità nel livello di competenze e d’impegno richiesto: la partecipazione studentesca è stata un laboratorio di cittadinanza politica. Per molti è stata importante l’esperienza del volontariato, che li ha educati alla consapevolezza dei bisogni e ha rappresentato una palestra di formazione di competenze comunicative, organizzative e relazionali. Oggi sono coinvolti in diverse forme di attivismo e impegno civico, che tra loro non si contrappongono e tendono anzi a rafforzarsi a vicenda. La varietà delle esperienze formative e dei contatti stabiliti li ha sollecitati ad allargare lo sguardo. Questi giovani rappresentanti si sentono stretti in una dimensione d’impegno etnicamente connotato, e aspirano piuttosto a immettere nella società più ampia un punto di vista temprato dalla provenienza da componenti sociali minoritarie.
Nessuna volontà d’imporre la sharia dunque, nessun partito islamico in gestazione. Piuttosto una sete di giustizia, di trattamento egualitario, di cittadinanza condivisa. Dalla periferia delle elezioni locali spira un’aria di rinnovamento che ci auguriamo possa raggiungere i piani alti della politica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire