La tregua possibile nel Golfo spinge al ribasso gas e petrolio

Le ipotesi di de-escalation tra Stati Uniti e Iran e la possibile riapertura dello stretto di Hormuz fanno scendere le quotazioni energetiche: per il Brent -5%, gas in calo del 6%
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May 25, 2026
La tregua possibile nel Golfo spinge al ribasso gas e petrolio
Navi bloccate nello Stretto di Hormuz/ REUTERS
Il vento del Golfo ha improvvisamente cambiato direzione stamane sui mercati energetici. Dopo settimane scandite dalla paura di un conflitto capace di paralizzare una delle arterie decisive dell’economia mondiale, petrolio e gas hanno registrato nelle ultime ore un brusco calo, travolti dalle aspettative di una possibile de-escalation tra Stati Uniti e Iran e dalla prospettiva di una riapertura dello stretto di Hormuz. Per trader e investitori è il segnale che il peggio, almeno per ora, potrebbe essere alle spalle. Il Brent è precipitato fino a sfiorare i 95 dollari al barile, con una perdita vicina al 5%, mentre il Wti americano è sceso attorno ai 91 dollari. Anche il gas europeo ha reagito immediatamente: sulla piattaforma Ttf di Amsterdam i future hanno ceduto stamattina oltre il 6%, scivolando sotto i 46 euro al megawattora. Un’inversione improvvisa rispetto alle tensioni delle ultime settimane, quando il rischio di un blocco prolungato di Hormuz aveva alimentato la corsa delle quotazioni.
A innescare il movimento sono state soprattutto le dichiarazioni arrivate da Washington. Donald Trump ha sostenuto che Stati Uniti e Iran avrebbero “largamente negoziato” un’intesa per mettere fine al conflitto e consentire la riapertura del passaggio marittimo attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Lo stesso presidente americano, però, ha frenato gli entusiasmi, spiegando di non avere alcuna intenzione di accelerare i tempi dell’accordo. Le distanze restano comunque significative. Washington insiste sulla necessità di un’intesa solida, mentre Teheran sostiene che i negoziati riguardano esclusivamente la fine della guerra.
I mercati, tuttavia, guardano soprattutto alla prospettiva di un ritorno dei flussi energetici. Lo stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale: secondo un report di Srm e Assoporti, vi passa il 37% del petrolio trasportato via mare e il 28% del Gpl globale. Le tensioni nell’area avevano provocato un crollo dell’89% dei transiti giornalieri e lasciato ferme quasi mille navi nel Golfo, con merci per oltre 23 miliardi di dollari bloccate. Qualche segnale operativo è già emerso. Due metaniere dirette in Pakistan e Cina hanno attraversato stamattina lo stretto, mentre una superpetroliera carica di greggio iracheno è riuscita a lasciare il Golfo dopo quasi tre mesi di stallo. Per gli operatori non significa ancora normalità, ma indica che il mercato intravede una possibile riapertura del corridoio energetico.
Secondo Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, il ritorno ai livelli precedenti alla crisi non sarà comunque immediato. “Stimiamo un mese per la normalizzazione dei flussi petroliferi e tra tre e sei mesi per raffinati, chimica e alluminio”, ha spiegato al Festival dell’Economia di Trento. Ma il calo dei prezzi potrebbe anticipare i tempi reali della ripresa logistica, perché “i mercati future reagiscono prima se l’accordo appare credibile”.
Anche le grandi banche d’affari invitano alla prudenza. Warren Patterson, responsabile strategie commodity di Ing, ricorda che “ci siamo già trovati in questa situazione, salvo poi assistere al fallimento dei negoziati”. Giovanni Staunovo di Ubs sottolinea che il vero nodo resta la ripresa dei flussi fisici: finché il traffico attraverso Hormuz rimarrà limitato, la volatilità resterà elevata.
Per l’Europa e per l’Italia il ribasso dell’energia rappresenta comunque una prima boccata d’ossigeno. Le scorte italiane di gas hanno superato il 56%, ben oltre la media europea, mentre il prezzo del metano resta lontano dai picchi drammatici della crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina. È anche per questo che gli economisti prevedono effetti più contenuti sull’inflazione e sulla crescita. La fine delle ostilità, osserva De Felice, potrebbe limitare il rallentamento dell’eurozona e attenuare l’impatto sull’economia italiana. Resta però un equilibrio fragile. Per ora il mercato sta premiando la speranza di una tregua. Ma basta poco, nel Golfo, perché il clima cambi ancora.

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