Verità, pace, bene comune: perché la “Magnifica humanitas” è un cantiere

Magnifica sincronicità l’arrivo della prima Enciclica di papa Leone e l’apertura dell’82esima Assemblea generale della Cei. E magnifica coincidenza: il documento di Leone XIV in difesa dell’umano ci invita a un cammino di discernimento comunitario, ci spinge a metterci insieme. Costruire tocca a noi
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May 26, 2026
Verità, pace, bene comune: perché la “Magnifica humanitas” è un cantiere
L'Enciclica "Magnifica Humanitas" di papa Leone XIV /Foto Siciliani
Magnifica sincronicità: l’arrivo della prima Enciclica di papa Leone, l’apertura dell’82esima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Nell’Introduzione ai lavori il presidente Zuppi ringrazia il Papa per questo «dono prezioso», un faro di luce nel buio di pensiero e violenza che talvolta avvertiamo intorno a noi. Magnifica coincidenza, perché il documento di Leone XIV in difesa dell’umano (al quale dedichiamo l’inserto centrale dell’edizione di oggi, ndr) invita proprio a un cammino di discernimento comunitario. Spinge a mettere insieme – ricorda Zuppi, in apertura dei lavori assembleari – «le migliori energie del Paese per il bene comune», espressione che compare sessantuno volte nell’enciclica, seconda solo alla parola “dignità” che ne totalizza 101.
Il testo di indirizzo vergato da Leone s’intreccia profondamente con le riflessioni della Chiesa italiana che giovedì, al termine dei lavori assembleari, incontrerà il Papa. S’intreccia anzitutto nella necessità di sporcarsi le mani con le fatiche e le speranze del tempo dato: con apostolica franchezza, sottolinea infatti Zuppi, «l’enciclica afferma che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli». La prima fatica è costruire la pace. Per la quale l’Assemblea Cei, seguendo gli appelli di papa Leone, ha approvato già nel novembre scorso ad Assisi la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante”. E ognuno di noi, rammenta costantemente il Papa, ha il suo posto nel mosaico della pace.
Come più in generale lo ha – o lo dovrebbe avere – quando si tratta di costruire il bene comune. Nel piccolo paese friulano di Venzone, nota a tal proposito il cardinale nella sua Introduzione, dopo il terremoto del 1976 «le pietre del Duomo furono numerate una a una, migliaia di pietre raccolte, custodite, ricollocate». Un’immagine, aggiunge Zuppi, che parla alla Chiesa e alla società. E ricorda la ricostruzione di Gerusalemme da parte di Neemia, la chiave simbolica più forte della Magnifica humanitas: l’alternativa tra Babele e Gerusalemme, con la seconda quale «cantiere paziente» dove ciascuno ha «il suo tratto di muro» e nessuno costruisce da solo. La città rinasce infatti prima nei legami che nelle pietre. Così nel cantiere del nostro Paese, afferma il presidente Cei, la Chiesa può essere, rispettosamente e tenacemente, «anima della ricostruzione morale, umana del tessuto sociale». Del resto, il percorso sinodale ha dato conferma a un’intuizione antica della Conferenza episcopale italiana (il Primo convegno ecclesiale del 1976): l’annuncio del Vangelo e la promozione umana non sono due binari paralleli, sono un unico respiro. Per tale ragione e diretta conseguenza le concretissime piste operative indicate da Zuppi portano all’edificare comunità in un Paese di solitudini (giovani, anziani, famiglie), all’assunzione dello stile sinodale come forma della Chiesa, alla costruzione della giustizia, ai cantieri della casa e del cambiamento climatico. Già: il nostro tempo costruisce, accelera, innalza torri e architetture digitali, elabora sistemi predittivi, potenze invisibili. Ma non ogni costruzione è progresso: ci sono cantieri che edificano città e cantieri che preparano rovine. Altrettanto concreta – ed esigente – il manuale operativo dell’Enciclica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo e rilanciare il dialogo.
L’architrave di tutto, in entrambi i percorsi, resta la verità. Definita da Leone come bene comune e non come proprietà di chi ha più potere o visibilità. Si avverte il pericolo di un «fondamentalismo della verità», rincara Zuppi. Per questo, oggi, l’informazione gioca un ruolo cruciale: l’IA e le piattaforme digitali non inventano la disinformazione, ma la moltiplicano, rendendo così più fragile il confine tra vero e falso. Mentre la verità dei fatti è sì razionale – richiede verifica e fonti attendibili –, ma è anche relazionale, vive cioè dentro legami di fiducia e pratiche condivise. Per tale ragione senza comunità, senza corpi intermedi, senza giornalismo serio la verità resta indifesa. E qui ci sentiamo chiamati direttamente in causa, come quotidiano di ispirazione cattolica, nella nostra ambizione e responsabilità di essere “piazza e ponte” per la Chiesa italiana e per la società civile tutta. La Magnifica humanitas sostiene che la democrazia non muore solo quando vengono violate le regole, ma allorché si spegne il desiderio comune della verità. Abbiamo proprio per questo «la speranza come compito comune», ricorda il cardinale Zuppi nel paragrafo conclusivo della sua Introduzione, per camminare insieme e con grazia nella Storia.

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